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Pietro Ingrao ricorda Gillo Pontecorvo
il Manifesto - 17-10-2006
Ho conosciuto Gillo Pontecorvo in una giornata memorabile dell'estate del 1943.
Vivevo allora clandestino a Milano in una casa sita a corso di Porta Nuova, che condividevo con il compagno Salvatore Di Benedetto - uno degli organizzatori della lotta antifascista a Milano - e con due operai siciliani venuti a trovare pane e lavoro nella città meneghina. Uno di essi s'era unito con un'operaia del bergamasco - si chiamava la Santina - giunta anch'essa a trovare pane nella metropoli milanese gia' incendiata dalla guerra. E presto quell'operaia era diventata la capofamiglia di quel gruppo di maschiacci.
La sera del 25 luglio s'era prodotto il grande evento. Mentre dormivo, con i fratelli Impiduglia, in un grande e sommario lettuccio, attorno alla mezzanotte era entrato di corsa nella stanza Salvatore Di Benedetto, e spalancata la finestra s'era messo a gridare nella notte buia: "Abbasso Mussolini, a morte il fascismo, viva la libertà...".
Risvegliati di brusco, per un istante avevamo creduto che Totò Di Benedetto fosse impazzito. Poi Totò ci aveva dato la grande notizia dell'arresto di Mussolini, e ci eravamo precipitati nelle strade di Milano invase dalla gente che inneggiava alla libertà , tripudiava nelle piazze, assaliva e devastava le sedi del partito fascista. All'alba ci ritirammo stremati nella casa di corso di Porta Nuova.
Ma presto Elio Vittorini ci chiamò dalla sede della Bompiani, da cui - mentre a piazza del Duomo già teneva un breve comizio Roveda - lavorammo a preparare una grande manifestazione di popolo per il pomeriggio. E - alle quattordici circa - già un mare di gente sfilava dinanzi alle carceri invocando la liberazione dei detenuti antifascisti. Presto, poco lontano da Porta Venezia, dal tetto di un rozzo camioncino tenevo il primo comizio della mia vita, invocando pace e libertà.
Poi irruppe la fila dei tanks che aveva in testa un tenentino livido, e cominciò un dialogo serrato tra quei soldati silenziosi e sconvolti, e la folla che premeva alle loro spalle; finchè una donna giovanissima riuscì a rompere la filiera dei muti soldati e ad arrampicarsi sul tetto di un carro armato. Per i soldati fu il segnale della ritirata.
Io presto mi ritrovai, poco distante da Porta Venezia, nella casa di Vittorini e Ferrara, di fronte a Celeste Negarville, uno dei dirigenti comunisti riusciti a penetrare a Milano, che con un sorriso un po' ironico mi diceva: "so che hai tenuto un grande comizio a Porta Venezia...".

In quella casa di Vittorini e nel crepuscolo estivo di quella giornata frenetica conobbi Gillo Pontecorvo: giovanissimo e sorridente. Già da mesi faceva la spola tra un brano del gruppo dirigente comunista adunato nel sud della Francia, e un altro nucleo del Pci clandestino già entrato in Italia e diretto da Umberto Masala. Quella dolce serata estiva però non fu tranquilla. Venne la polizia. Portò via in manette Di Benedetto, Vittorini e Giansiro Ferrata; e per alcune ore tememmo che fosse scattata la controrivoluzione fascista. Non fu così. Seguirono scioperi infiammati nella città operaie, scontri nelle piazze e urti tra gli sgherri badogliani e popolo dimostrante.
Di colpo Gillo Pontecorvo ed io fummo chiamati a formare la redazione de "l'Unità", il giornale di Gramsci che risorgeva. Direttore era Girolamo Li Causi: il quale però era preso da altre gravi incombenze e lasciava fare quell'"Unità" semiclandestina a noi giovanotti di assoluta inesperienza: Gillo ed io.

Così vissi mesi palpitanti, allocati in corso di Porta Nuova e la sera fuggenti verso Monza, arrampicati su qualche camionetta amica, per salvarci dai bombardamenti angloamericani che seminavano morte e rovine nella città. Presto a Milano ci raggiunse una bellissima fanciulla: francese, di nome Henriette, e allora innamorata di Gillo. E il nostro sodalizio si allargò.
Gillo sprizzava fantasia e freschezza da ogni gesto. Decidemmo di cambiare caratteri e disegno a quei due fogli de "l'Unità", e ci servimmo dell'ausilio di un artista d'allora: Albe Steiner. Sotto il suo consiglio mutammo anche la testata di quella "Unità" clandestina. In verità io ero più cauto. Gillo invece già mostrava il suo gusto per l'incastro dei segni. Incalzava Steiner per cavarne proposte grafiche. A Roma protestarono perchè cambiavamo il volto de "l'Unità" di Gramsci... E difatti io ero più prudente. Gillo no. Si vedeva che gli piaceva la sfida, l'intreccio inedito delle forme. Più tardi scoprii che era uno splendido giocatore di tennis, e mi dissi - ma era una fantistacheria - che anche da questo si vedeva quanto gli piacesse l'intreccio dei segni.
In verità, i primi film che fece a Italia liberata, non mi convinsero molto (e io pretendevo di intendermene molto di cinema). Poi venne la folgorazione della Battaglia di Algeri, quel film che rivelò la vera vena di quel giovanissimo regista. Perchè ci trascinò, ci affascinò quell'opera?
A mio avviso si intrecciavano parecchi fattori: e in primo luogo il rigore scabro della narrazione poetica. In veritaà quell'asciuttezza cruda del messaggio sociale stava già nella vicenda di tanta parte del cinema italiano. E tuttavia anche nei grandi classici - da De Sica a Rossellini, per non dire di Visconti - sia pure senza mai enfasi si sfiorava sempre la soglia del romanzo: della grande tradizione del romanzo cresciuta in Europa e dilatatasi poi sino alla lontane Americhe.
Rispetto a questa tradizione, cosi' forte anche nelle opere filmiche, per me La Battaglia di Algeri segnò una svolta. L'urto, il conflitto armato, le devastazioni umane, la morte erano scritte nel film nel modo più nudo.
Lo stesso attacco al gruppo dirigente che aveva nelle sue mani la Francia sembrava avere un che di ineluttabile. E nonostante l'evidenza delle figure singole, nella sequenza filmica l'allusione al soggetto collettivo, ai "protagonisti della storia" era palese.
Non a caso l'asciutta tensione tornava cosi' forte in un altro film - per me tra i piu' interessanti di Gillo: Quemada... In questo senso il suo cammino nell'espressione artistica venne come asciugandosi.
Ricordo i colloqui di quella nostra giovinezza: e l'elogio che egli mi faceva - senza persuadermi- dell'inno sovietico. Poi ebbi l'impressione che il rituale politico delle sue passioni della fine degli anni Trenta fu sottoposto a un vaglio rigoroso. Ed egli iniziò la costruzione di un suo linguaggio, pregno di simbolico e al tempo stesso severo. Oggi noi ragioniamo molto e con asprezza (io fra gli altri) - sugli errori e le sconfitte del sovietismo (si potrebbe dire anche: del leninismo): e abbiamo motivi seri e duri per farlo, dopo la sconfitta grave che abbiamo patito.
Pero' quando se ne va uno sguardo nudo e scabro come quello di Gillo Pontecorvo, bisogna chiamare in causa il vocabolario dell'esistere con cui tutta una parte della cultura italiana s'e' misurato con le terribili novita' del Novecento. Non siamo stati così provinciali come taluni raccontano. C'era di più.

Pietro Ingrao

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