Corsi e ricorsi
Giuseppe Aragno - 20-07-2006
A dar retta ai sondaggi del "Corriere della Sera", notoriamente vicino ai fondamentalisti islamici e tradizionalmente schierato coi terroristi dell'immortale Bin Laden, il 61% degli italiani sarebbe favorevole all'immediato ritiro delle nostre truppe dai fronti dall'Iraq e dall'Afghanistan.
Ai noti "sovversivi" del "Corriere" oggi, però, i rappresentanti delle antiche Corporazioni hanno risposto con maggioranza bulgara (e fascista?) dando il via libera al Decreto Legge che finanzia la guerra italiana all'Iraq e all'Afghanistan: 549 sì della maggiominoranza contro i 4 no dell'opposizione interna al "nuovo" governo hanno suggellato una giornata gloriosa per le sorti del nostro Paese. L'aveva aperta al Senato il presidente della Commissione Difesa, Sergio De Gregorio, prestato da Forza Italia a Prodi per ragioni di equilibrio bipartisan, uno che farebbe arrossire di vergogna Depretis, padre dell'italico trasformismo. Membro dell'ala maggioritaria della maggiominoranza, il De Gregorio ha votato con quella minoritaria contro il Decreto di programmazione economica e finanziaria perché - una cosa buona la fa - taglia le spese al Ministero della difesa. Il governo è stato così miseramente battuto, ma non abbiamo avuto uno di quei terremoti politici tipici dei deboli e inetti sistemi democratici in cui le maggioranze battute fanno i conti e prendono la via di casa. Nessun terremoto, perché ormai la democrazia è alle nostre spalle e la governabilità è garantita: quando la maggioranza non ha i numeri giunge in soccorso la minoranza e, in ogni caso, a mettere le cose a posto pensano i segretari delle singole bande. Giordano, ad esempio, è stato chiarissimo: ha già pronti i decreti di espulsione perché, sia ben chiaro, nessuno è stato eletto dal popolo e tutti rispondono esclusivamente ai capi delle diverse squadre - qualcuno già corregge realisticamente: squadracce - che la nuova legge Acerbo ha condotto a Montecitorio e Palazzo Madama.
Nel silenzio di tutte le parti politiche (?!) La Magistratura infligge condanne a quattro anni di carcere a ragazzi dei centri sociali rei di "adesione morale" ad atti di teppismo e la Cassazione sancisce: è terrorismo anche solo immaginare di fare un attentato.
A chiarire meglio le cose, oggi a Montecitorio, che non è bivacco di manipoli solo perché per ora non serve accamparsi, tra un battibecco e l'altro con un capo fazione riottoso, l'uomo che occupa il posto un tempo appartenuto a Galeazzo Ciano ha delineato il quadro della "nuova" politica estera tricolore. Siamo a pieno titolo nel contesto internazionale. A pieno titolo nel contesto che a San Pietroburgo, novella Monaco, ha deciso di consentire ad una sorta di Furher (e ai ducetti di turno) di fare il bello ed il cattivo tempo e, in attesa che si calmino le acque, ha scelto di seguire l'antica consegna: nessuno vede, nessuno sente. In fondo cosa chiedono i fautori dell'ordine nuovo? Mano libera per mettere le cose a posto. Silenzio di tomba, perciò sui motivi veri e sulla natura del conflitto afgano-iracheno e, in quanto al Medio Oriente, bocche cucite su Gaza, sulle migliaia di prigionieri rinchiusi nei lager israeliani, sui rapimenti e le uccisioni di membri del governo palestinese legittimamente eletto dal popolo, sulle risoluzioni 242 e 338 della Società delle Nazioni, che dai tempi della guerra dei sei giorni e di quella del Kippur intimano invano agli israeliani di rientrare nei confini loro assegnati. Silenzio assoluto, uno strappo alle regole, mano libero ai generali dell'ordine nuovo et voilà, assicura l'uomo che siede al posto che fu di Ciano, la pace sarà garantita. Dopo Monaco, però - qualcuno se ne ricorda? - ci furono la Polonia e la seconda guerra mondiale. La terza, comincia a sembrar chiaro, hanno preso a prepararla a San Pietroburgo. Ma questo, per carità, non ditelo a nessuno: rischiate di far cadere il governo di maggiominoranza. Sarebbe una iattura: non abbiamo a disposizione né Amendola, né Matteotti.


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 Ilaria Ricciotti    - 20-07-2006
Certi individui considerano la guerra come un'amante di cui non si può fare a meno, anche se la storia ha insegnato e dimostrato la sua inutilità ed i suoi pericolosi giochi.
Nonostante ciò, oggi si continua a bombardare, a demolire, a terrorizzare, a far morire, a far soffrire, a distruggere tutto, lasciando il deserto ed il vuoto negli animi.
Certi individui giustificano le loro logiche terrificanti e seminano morti innocenti.
Non si possono più accettare questi omicidi gratuiti, ma purtroppo non si riesce a fermare questi focolai sparsi qua e là per il mondo.
Ciò non vuol essere un invito a desistere, ma semmai a gridare più forte il nostro NO a tutte le guerre, senza tuttavia subire strumentalizzazioni da parte di coloro che dichiarano un NO per nulla sentito ed elaborato dentro le proprie coscienze.
Pertanto mentre a volte si invitano alcuni ad andare avanti (vedi Ministro BersanI), in questo caso bisogna invitare i guerrafondai sparsi un po' ovunque ad arretrare.

 da Aprile Online    - 21-07-2006
Scontri di Milano. Mano pesante dei giudici
Giustizia.

Ieri la sentenza del tribunale per i fatti di corso Buenos Aires dell'11 marzo. Liberati 19 ragazzi da mesi in carcere. Nove assoluzioni e 18 condanne a quattro anni.
Vittorio Strampelli
20 luglio


Applausi, abbracci e lacrime di gioia fuori dalle mura di San Vittore per i 19 ragazzi scarcerati ieri, dopo quattro mesi di reclusione preventiva per gli scontri avvenuti l’11 marzo a Milano. Duecentocinquanta persone, lì fuori, ad attenderli. Diciannove ragazzi finalmente liberi, gli ultimi rimasti dei 34 inizialmente arrestati per i fatti di corso Buenos Aires, quando una manifestazione organizzata dai centri sociali in risposta ad un raduno dei militanti di Fiamma Tricolore si trasformò in una guerriglia urbana che scosse il centro del capoluogo lombardo. La gioia, però, è destinata a durare poco. Nove di loro sono stati assolti, due hanno patteggiato per reati minori, ma per altri 18 la pena inflitta dal giudice per le udienze preliminari Giorgio Barbuto è stata durissima: quattro anni di reclusione, sebbene con la concessione degli arresti domiciliari.

Di quell’11 marzo si è letto in abbondanza sui giornali. I fatti recenti sono presto detti. Dopo tre mesi di indagini, dei 34 ragazzi inizialmente arrestati ne restano 27, di cui 2 a piede libero. L'imputazione è per tutti concorso in devastazione e saccheggio. Il 10 giugno si apre il processo con rito abbreviato. Il pm Piero Basilone basa le sue accuse sul concorso morale: “Sono giovani che hanno assistito alla prima carica, erano di fianco alla barricata accanto a persone armate e travestite. Questa è una partecipazione significativa di adesione a ciò che stava accadendo”. La richiesta del pm è di 5 anni e 8 mesi di carcere per 25 ragazzi e 6 anni per i restanti due, che hanno precedenti penali. Ma gli avvocati difensori insorgono: “L'istituto del concorso morale è indecente, questi ragazzi rischiano il carcere solo per aver manifestato l'antifascismo, di alcuni di loro non si è neanche riuscito a dimostrare la presenza in piazza”. Intanto, si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà per i 25 in carcere ormai da 4 mesi. Oltre alle campagne promosse dai genitori e da decine di associazioni, c'è quella firmata da 150 parlamentari che ne chiedono la scarcerazione. La stessa richiesta arriva da migliaia di ragazzi, che il 17 giugno sfilano per il centro di Milano.

Ieri, la sentenza viene letta in tribunale e i genitori dei ragazzi vengono tenuti fuori dall’aula. Le agenzie di stampa rilanciano le dichiarazioni di questo o quel politico schierato a favore o contro il provvedimento. L’ex ministro della Giustizia Roberto Castelli la ritiene una sentenza “non solo giusta, ma anche educativa”. Gli ricorda, giustamente, l’eurodeputato della Sinistra unitaria europea Vittorio Agnoletto che tuttavia ci sono state nove assoluzioni: “nove persone che si sono fatte quattro mesi di carcere senza aver commesso alcun reato. Mentre personaggi in vista, rei di crimini ben peggiori, tornano a casa dopo pochi giorni”.

Raggiunto telefonicamente, Daniele Farina – deputato di Rifondazione comunista e vicepresidente della commissione Giustizia, leader storico del centro sociale Leoncavallo di Milano – non si è mostrato particolarmente stupito per le reazioni di Castelli e di altri esponenti del centrodestra: “Parlano di sentenza esemplare – dice – ma a me sembra che le nove assoluzioni diano ragione a quanti abbiano evidenziato preoccupazioni sull’inchiesta stessa”. Un’inchiesta sommaria, seguita da un processo svoltosi con rito abbreviato, in cui è stata resuscitata la preistorica imputazione di “concorso morale”, in base alla quale chi si trova nel luogo in cui viene commesso un reato e non riesce ad impedirlo rischia di essere condannato solo per essersi trovato “nel posto sbagliato al momento sbagliato”. In base a questo capo di imputazione, prosegue Farina, per quei ragazzi “l’essere stati lì presenti ha equivalso ad assumersi la responsabilità dei reati commessi, cosa che mi sembra assolutamente abnorme”. Ma non è tutto. In parallelo a questa doveva svolgersi un’altra inchiesta, annunciata per il corteo neofascista che è la causa prima di quei fatti. Un’inchiesta di cui, tuttavia, “ad oggi non abbiamo nessun segno di esistenza in vita”. Uno strano doppio binario ma, evidentemente, “la giustizia ha tempi e intensità diverse per tutti”, due pesi e due misure.

Un’ultima cosa. Ricorre oggi il quinto anniversario della morte di Carlo Giuliani, ucciso nei turbolenti giorni del G8 di Genova. A quanti, in linea con Castelli, auspicano che i magistrati che si occupano dei processi di Genova tengano conto di quanto stabilito ieri a Milano, è forse il caso di ricordare, come faceva ieri sempre Agnoletto, che si tratta di due cose ben distinte. Per Genova, si tratta di individuare le responsabilità dei vertici delle forze dell'ordine e dello Stato che ordinarono la mattanza. E in questo caso non si parla di un effimero concorso morale, ma di responsabilità diretta. Se dovesse valere la logica aberrante di Castelli che brinda ai quattro anni per i ragazzi di Milano, allora per i torturatori in divisa di Bolzaneto e della Diaz dovremmo asp ettarci decine e decine di anni di condanna. “Noi – diceva Agnoletto – ancora non abbiamo capito il perché di quelle giornate cilene. Forse proprio Castelli, che era all'epoca ministro della Giustizia, potrebbe aiutarci”.