Morte di una nazione
Giuseppe Aragno - 13-07-2006
Quella che segue è una bella analisi politica. Non è di ieri, risale ai primi di giugno, ma le parole sono misurate, i toni pacati, acute le valutazioni. Per quanto mi riguarda condivido il rammarico per il destino del paese balcanico e il dispiacere per la fine di ciò che la Jugoslavia rappresentò per le sue popolazioni in termini di unità e civile convivenza. E' un articolo serio, che non pone l'accento sul presunto bisogno di "indipendenza" col quale si giustifica solitamente la sequela di secessioni balcaniche, ma su ciò che il disfacimento della Jugoslavia significa: debolezza economica e gravissimi problemi sociali; badate, dice soprattutto con grande chiarezza, nei Balcani le diversità non costituiscono elementi di arricchimento, ma sono ragione di contrapposizione di razza. Certo, mancano osservazioni sul ruolo svolto nella tragedia dall'Occidente, ma non è comunque la solita solfa. Potrà sembrare incredibile, ma è vero: l'articolo non è apparso su un giornale della sedicente sinistra, bensì sul sito in cui si pubblicano i ragionamenti politici di... Forza Italia.

G.A.



Morte di una Nazione

di Alexandra Javarone - 5 giugno 2006

Il processo elettorale in Montenegro è giunto al termine: l'indipendenza è stata legittimata dalla vittoria del «sì» alla secessione. Questo piccolo Stato, una volta facente parte dell'annientata Jugoslavia, si affaccia ora all'idea dell'Unione Europea. Unione che suona più come una contraddizione in un Paese già devastato dallo spirito separatista. In parte, l'opinione pubblica guarda con favore all'apertura dell'Europa verso i Paesi dell'Est. Questo perché la versione ufficiale dei fatti scaturisce da una millimetrica sottrazione della scomoda, muta realtà: una verità che
trasuda, invece, dalle parole di una giovane croata che abbiamo intervistato. Si parla d'indipendenza, ma non di regioni instabili, economie traballanti o problemi sociali. Si fa avanti il programma dell'ammissione all'Europa, a condizione di solidità politica ed economica, ma non si auspica una vera tolleranza tra gli Stati slavi.

Varcando le porte di Zagreb, non pare di entrare nella Croazia libera dalla guerra e dall'oppressione, pare invece di scorgere un'economia ed un substrato sociale atterriti dallo spettro del comunismo, dagli effetti devastanti dell'isolamento dal mercato mondiale e dal conflitto degli anni '90: l'eredità di una guerra mossa da spirito di autodeterminazione nazionalistica e dall'intolleranza verso i propri fratelli. In una via del centro di Zagreb, ci accoglie in casa Jelena, una donna di trentacinque anni, un magistrato. Guadagna bene, circa cinquecento euro al mese, accetta, con piacere immenso, i vestiti usati portati in dono dall'Italia. Jelena possiede un'automobile acquistata a rate, la chiama un «flebile sintomo di benessere» dato che lei ha potuto permettersela solo perché, vivendo con la sua famiglia non ha grandi spese e non ha progetti per il futuro: «probabilmente non mi sposerò mai, gli uomini della mia età hanno combattuto per l'indipendenza e quelli che non sono morti trovano un'unica consolazione per i drammi, subiti ed inferti, nelle droghe e nell'alcol».

Lo scorso inverno questo flagello ha portato via anche suo padre Stevan, un rinomato professore universitario di slavistica. Ha dedicato, racconta la figlia, una vita intera all'insegnamento del comune idioma che, pur presentando delle piccole variazioni da regione a regione, mai avrebbe avuto bisogno del «dizionario delle differenze tra la lingua serba e croata» (scritto da V. Brodnjak nel 1993). Stevan ha dovuto veder infrangersi i suoi sogni di partigiano di una Jugoslavia libera e non contaminata, ma arricchita dalle diversità culturali. Racconta: «la campagna delle radio e delle televisioni, mirante alla sconfessione della lingua comune ed a rendere fermo un nazionalismo artificiale, fu incessante».

È dunque questo il risultato delle manipolazioni operate delle fazioni dominanti le quali hanno mascherato i loro sotterranei interessi politici ed economici con un sentimento etnico fin troppo
sopravvalutato, spingendo al reciproco massacro l'ormai defunto Popolo Jugoslavo, portandolo al rifiuto del suo proprio patrimonio culturale, alla negazione del passato, dell'indiscutibile mescolanza di etnie ed a una feroce intolleranza. «L'indipendenza di questi paesi ha posto fine alla guerra ma nulla potrà dare senso allo sterminio psicologico del popolo slavo, alla pesante influenza della falsa ideologia etnico-separatistica dei signori della guerra».

A. J.

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