La malaeducazione del pallone
Vittorio Delmoro - 11-07-2006
Ore 19 di domenica 9 luglio.

Nel giro di pochi minuti la spiaggia su cui trascorro le vacanze si svuota; eppure c'è ancora un bel sole, l'aria è gradevole, il mare calmo.

Sui dieci chilometri di litorale che amo percorre in leggero footing ogni pomeriggio, anche se piove, anche se l'Italia del pallone si gioca i mondiali, si sta verificando un fuggi fuggi calmo ma determinato, con gli addetti agli ombrelloni che si affrettano a risistemare sdraie e a ripulire posacenere.

Due pargoli (beata innocenza primordiale), incuranti del veloce diradamento dei bagnanti domenicali, proseguono ad innalzare la loro barriera di sabbia contro la debole risacca, mentre i genitori, il babbo soprattutto, li richiamano a gran voce : basta giocare, venite, è ora di andare, c'è la partita!

Più in là una coppia di anziani procede sul bagnasciuga tenendosi per mano (beata innocenza perduta); incedono lentamente, quasi sostenendosi a vicenda, su quel suolo malfermo; non hanno appuntamenti, se non quello decisivo, che però può attendere.

Sul mare deserto noto una coppietta che si sbaciucchia all'altezza della prima secca (beata innocenza del primo amore); si abbracciano, si schizzano, ridacchiano; sono come gli innamorati di Prévert, non ci sono per nessuno.

Eppure là, su quel tratto si spiaggia libera qualcuno è rimasto : si tratta di una famiglia new-age, seduta a gambe incrociate, gli avambracci poggiati sui ginocchi, pollici e indici che si toccano a formare un cerchietto, col volto rivolto al sole tramontante e gli occhi chiusi (beata innocenza della fede).

Procedo trotterellando nel mentre rifletto su questo strano mondo in cui mi tocca di vivere, quando incontro una famiglia normale; com'è possibile? No, niente di strano, il mistero si svela non appena sento il parlottare dei due figli che stanno giocando : sono stranieri; e non sono francesi!

Un'altra famigliola ancora in spiaggia; nessuna sorpresa : vedo da lontano che lei ha la testa velata; la famiglia marocchina, dopo una giornata sotto il sole a vendere la povera mercanzia ai ricchi bagnanti locali, si concede ora un po' di relax, mentre i clienti son tutti davanti ai teleschermi.


Ore 20 di domenica 9 luglio.

Il sole sta ormai tramontando e gli stabilimenti balneari attendono la notte con tutti i loro ombrelloni ripiegati e le sdraie ordinate in file parallele; sulla strada (che dovrebbe essere pedonale) cominciano a sfrecciare moto e auto clacsonanti, preludio ad una notte di sfogo collettivo, che nel caso di sconfitta si rivolgerà verso incolpevoli suppellettili capitate per caso sulla strada del popolo frustrato.

No, sdraiato in faccia al mare incontro un vecchio con lo sguardo perso sul tremolìo acquoso; ne avrà viste così tante nella sua lunga vita che una in più stasera non fa poi gran differenza : sono altre le cose che si affollano nella sua mente, ricordi d'infanzia che lo fanno sorridere...

Certo che anche allora si giocava a calcio, ci mancherebbe!

Solo che la palla era spesso sgonfia o buca, perché lo spiazzo (di terra, di sassi) su cui si giocava era circondato di cespugli di rose, oppure di spuntoni irti sui quali immancabilmente piombava il pallone di plastica appena comprato (a turno) da qualcuno di noi. La palla di gomma, quella che prendevamo dal prete, quella che rimbalzava come una molla appena la toccavi, la usavamo solo in rare occasioni; il pallone di cuoio, quello un po' scucito, era riservato per le partite ufficiali.

L'erba di un prato era una specie di sogno, il campo sportivo solo un arredo della lontana città.

Ma ci si divertiva, altroché se ci si divertiva!

Schiappe o promesse, non c'era gran differenza : il momento di gloria prima o poi toccava a tutti; anche al brocco grassottello che non ne pigliava una, ma che, furbo, si piazzava davanti alla porta avversaria e un tocco vincente riusciva alfine a piazzarlo.

Si gicava senza arbitro, ovviamente, ma le regole c'erano eccome! Anche le dispute sui falli, ovviamente; ma nulla che non si risolvesse in fretta : la voglia di rimettere in gioco la palla sovrastava ogni impuntatura!

Oggi sono tanti i bambini che giocano a calcio, ma frequentano una regolare scuola, presso una società cui devolvono la debita quota, con tanto di programma d'allenamento, orari precisi, piccolo campionato accluso, partite vere, arbitri quasi ufficiali e tifo genitoriale al seguito.

Il mister li fa giocare tutti (ci mancherebbe, la partecipazione è sacra), ma appena uno si fa sfuggire un paio di occasioni, lo sostituisce (ci mancherebbe, l'agonismo va pure salvaguardato); però c'è sempre qualcuno che non termina il corso e si ritira anzitempo, c'è qualcun altro che lo frequenta per un solo anno e c'è poi chi ne fa una ragione di vita anche se ha appena 8 anni.

L'Italia del pallone non può vincere questa finale! O meglio : può ma non dovrebbe.

Anzi, non doveva neppure arrivarci in finale; per una questione di etica, per una questione di educazione.

Sono sciocchi o sono furbi i nostri alunni quando ci dicono di aspirare a diventare calciatori (e veline)?

Sentendoli parlare in TV, questi nostri magnifici campioni del calcio, non si direbbe che abbiano avuto molto successo nelle aule scolastiche; anzi, sarà forse per questo che si sono dati al pallone, raggiungendo guadagni che ogni bravo scolaro non vedrà mai.

Certo, poi non riescono a metter su una famiglia che non si sfasci dopo poco tempo; se non trovano altri stimoli dopo la carriera, succede che si buttano dalla finestra; si perdono dietro le scommesse; finiscono nei realirty.

Dio c'è, dopotutto, come scrivevano sui piloni dell'autostrada quelli di Comunione e Liberazione; basta avere la pazienza di aspettare, anche se a volte non basta un'intera vita di attesa per vedere i segni della giustizia divina.

Non me la prendo con questi 11 baciati dalla fortuna calcistica, che fanno naturalmente la loro parte; me la prendo con tutti i guardoni del calcio, sia quello televisivo, sia quello degli stadi; milioni di italiani tifosi, fieri di regalare una parte (a volte cospicua) dei propri soldi a questo mondo fasullo, corrotto, comprato e venduto per la gioia dei pochi burattinai che ne tengono le fila.

Se restasse un briciolo di etica nel modo di pensare dei nostri campioni, quelli che da una vita giocano in squadre col risultato assicurato dalle manovre dei dirigenti, quelli che per correre un'ora e mezza alla settimana dietro una palla guadagnano in un giorno quello che ciascuno di noi guadagna in un'intera vita; avrebbero declinato l'invito dei mondiali dicendo che per questa volta non era proprio il caso di presentarsi; la prossima si vedrà, se qualcosa cambierà.

Se il popolo dei guardoni del calcio (e dei lettori dei quotidiani, sportivi e non) mantenesse uno sguardo più lucido sulla realtà generale che vive ogni giorno, si astenesse non solo dai festeggiamenti per un risultato che non li riguarda né può riguardarli, ma dall'acquistare quotidiani, dal guardare partite, dal recarsi allo stadio per qualche mese, per un anno, quella realtà che li acceca rioccuperebbe il posto che Dio le ha dato.

Sobrietà, ha detto Napoletano; pensate se al suo posto ci fosse stato Berlusconi!

Come possiamo pensare, noi insegnanti, noi educatori, di fronteggiare questo mondo impazzito per il calcio (per la TV, per il guadagno, per il consumo)? Un mondo che trova normale che i telegiornali (tutti) riservino oltre la metà del loro tempo a parlare di calcio, quando cade un aereo e muoiono 150 persone (tra cui molti bambini), quando si scopre che il SISMI cura la nostra sicurezza spiando i pagando i giornalisti; quando il clima bizzarro provoca disastri e lutti?

Un mondo in cui Repubblica (il mio giornale, quello che fa dell'etica pubblica la sua bandiera) dedica le prime tredici pagine (13!) alla partita di calcio, nel mentre che la nazione si trova nel mezzo di una crisi economica che promette sacrifici per tutti?

Come possiamo pensare, noi insegnanti, noi educatori, di rimettere al primo posto del nostro lavoro con le giovani generazioni il rispetto, l'uguaglianza, la solidarietà, la giustizia sociale, non uno di meno, quando i nostri clienti hanno la testa nel pallone e magari l'abbiamo pure noi?

Nel mentre che un boato riecheggia dai bar e dalle finestre aperte sulla spiaggia, incrocio un altro podista che si gode il suo footing serale; è un giovane con gli auricolari che non s'accorge di nulla, tutto preso dalla sua musica e dal suo incedere.

Sarai tu dunque, caro giovane fuori dal pallone, sarà la famigliola araba o quella new-age, sarà il vecchio perduto nei ricordi o la coppia intenta ad allontanare il giudizio finale, saranno i giovani innamorati lontani dal mondo, saranno i bambini nella loro innocenza a salvare questo mondo?

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Alberto Biuso    - 15-07-2006
Vorremmo giocare ancora al pallone.
Punire le squadre per salvare lo sport


Leggo su Repubblica la seguente agenzia:

Materazzi-Zidane: in Algeria monta la rabbia, Italia xenofoba

Sale la rabbia in Algeria per l'episodio che ha coinvolto Zinedine Zidane e Marco Materazzi durante la finale della Coppa del Mondo. La stampa del Paese si schiera unanime al fianco del "fratello" Zizou e accusa pesantemente l'Italia di xenofobia. L'incidente, scrive 'La Tribune', non e' altro che "il prolungamento della politica di destra di Silvio Berlusconi attraverso i propositi razzisti di Materazzi". Il difensore interista diventa simbolo "dell'ideologia razzista del mondo contemporaneo". Un "provocatore di razza" messo con scelta "non casuale" da Marcello Lippi alle costole del capitano dei Bleus, nelle parole di 'El Moudjahid'. Secco il titolo dell'editoriale de 'L'Expression': "Italia xenofoba". Il difensore interista, argomenta il quotidiano, "non ha fatto altro che esprimere ad alta voce il sentimento anti-arabo coltivato dalla destra italiana da qualche tempo". Nel calderone finisce tutto: da Oriana Fallaci a Roberto Calderoli. E la testata di Zidane, sostiene 'El Watan', si trasforma in uno "di quei gesti che fanno male ma possono aiutare a guarire". Insomma, il racconto del gesto di Zidane, afferma 'Le Soir d'Algerie', e' una "cronaca di tempi sordidi". E per questo 'Le quotidien d'Oran' invita a ignorare "parrucconi e saccenti". Materazzi viene descritto come "un bruto ottuso con le braccia coperte di tatuaggi a caratteri gotici" e Gianluigi Buffon come "un simpatizzante neo-fascista". Due giocatori, rileva il giornale, che "rappresentano bene questa Italia che si copre di disonore, che imbroglia, che tutte le domeniche insulta i giocatori di colore e fa rivivere il saluto fascista a ogni goal segnato. Qualcuno ha detto 'povero Zidane', conclude l'articolo, "ma ha torto. È 'povera Italia' che bisogna dire".



Amavo molto - e amo ancora - il calcio, sia praticarlo che seguirlo. Tifavo (in modo acceso) per il Milan. Quando mi accorsi dell'uso politico-propagandistico che Berlusconi faceva della squadra, il mio tifo si dissolse. Ora è diventato difficile tifare per la Nazionale, visto che è composta anche da gente che ha ammesso (e quasi si è vantata) di aver fatto uso del doping e che giocava male nell'Inter per farsi "svendere" alla Juventus. E costui è l'osannato capitano della squadra...

Tralascio gli altri particolari sul calcio truccato perché troppo noti.

Rilevo solo che, come era prevedibile, dopo la vittoria si stanno ora mobilitando politici, presidenti, giornalisti per affossare definitivamente questo splendido sport con una amnistia il cui effetto a lungo termine sarebbe la trasformazione definitiva del calcio italiano in qualcosa di assai simile al Wrestiling, una finta competizione in cui tutto è stabilito prima.

La ragione è chiara: sponsor, contratti miliardari (anche dei singoli calciatori), televisioni a pagamento, vendite dei giornali sportivi (e non) sarebbero tutti danneggiati dalla semplice applicazione delle norme in vigore. Regole che lo scorso anno nessuno contestò quando vennero applicate con grande rigore al Genoa (che era stato promosso in serie A e venne immediatamente retrocesso in C) mentre adesso sono diventate "troppo severe", ora che andrebbero applicate alle squadre dei potenti...

Certo, persone come Guido Rossi (non De Rossi...), Borrelli, Ruperto fanno ben sperare in una conclusione della vicenda che salvi il calcio come sport e non come un corrotto affare.

I tifosi che sanno pensare dovrebbero comprendere che una punizione oggi per la loro squadra significa anche campionati più belli, avvincenti, imprevedibili e giusti per il futuro. Significa poter amare ancora quel pallone...

www.biuso.it