Spie e giornalisti
Pino Scaccia - 06-07-2006
Secondo i magistrati milanesi che indagano sulla vicenda dell'Imam Abu Omar, il vicedirettore di "Libero", Renato Farina, sarebbe stata una fonte organica del Sismi, per cui era incaricato di raccogliere informazioni. Farina avrebbe avuto anche un nome in codice, "Betulla". I magistrati sostengono che il giornalista avrebbe fatto una finta intervista ai pm Spataro e Pomarici, su richiesta del servizio, con l'obiettivo di carpire informazioni sulla loro inchiesta, e a suo carico ci sarebbero anche delle intercettazioni telefoniche. Domani, sia Renato Farina che Claudio Antonelli, un altro cronista di "Libero", potrebbero essere sentiti dai magistrati della Procura di Milano. L'accusa: concorso in favoreggiamento. (Agr)

La notizia di stasera può rivelarsi importante per noi che seguiamo da vicino la vicenda tragica e ancora misteriosa di Enzo Baldoni. Infatti Farina proprio su Baldoni si distinse subito con un articolo vergognoso.

Un massacro proprio quando il povero Enzo era stato rapito e si temeva per la sua sorte. Scritto da un signore seduto in una scrivania di Milano. Se è vero però quello che sostengono i magistrati la questione cambia aspetto perchè lo stesso signore stava sì al riparo dell'aria condizionata ma usava molto il telefono. Insomma, adesso che sappiamo che forse quegli articoli erano in realtà firmati da "Betulla" possiamo anche sperare di saperne qualcosa di più. Non siamo più di fronte a un giornalista informato, andiamo oltre, siamo davanti a uno che sa quello che nessun giornalista (che fa solo il giornalista) può sapere. Grazie al documentatissimo Pipistro ecco uno stralcio tratto da Diario.

La storia di Baldoni che lotta contro i propri rapitori dura lo spazio di una notte. Nel pomeriggio di venerdì 27, infatti, il ministro degli Esteri Franco Frattini dà la versione ufficiale del governo: l'ambasciatore Buccino ha visto una sola immagine: «Si tratta di una fotografia digitale», dice il ministro a Montecitorio, «nella quale si vede il corpo di Enzo Baldoni in una condizione che non può definirsi cruenta". (...) A questo punto, della presunta colluttazione non parla più nessuno. O quasi. Sabato 28 agosto, il giorno dopo l'audizione di Frattini, l'unico a riproporla è Renato Farina sul quotidiano Libero. Che anzi la arricchisce di nuovi dettagli: «Verso le 18 di giovedì, alla scadenza dell'ultimatum, Enzo viene bendato... Baldoni si strappa la benda, getta la kefiah palestinese che gli avevano messo indosso. E si batte... Mentre Enzo si contorce e grida, gli sparano alla schiena, alla testa...». Farina aggiunge: «Il filmato non va più bene alla propaganda. Ad Al Jazeera mandano un fotogramma». Quindi il vicedirettore di Libero descriverebbe un video che i rapitori hanno deciso di tenersi per sé. Un colpo sensazionale. Solo che il giorno dopo Farina lo lascia cadere nell'oblio e preferisce scrivere del meeting di Cl a Rimini. Ironia della sorte, proprio il giorno dopo la morte di Baldoni era in programma un intervento di Nicolò Pollari, con cui Farina è in ottimi rapporti. Adesso sappiamo perchè sapeva tutto. E non solo di Baldoni. Vi ricorderete forse che fu anche il primo a conoscere, quindi a dare, la notizia della morte di Quattrocchi. Riprendiamo da Articolo21. «Abbiamo appreso da "Porta a Porta", poco dopo mezzanotte, la notizia dell'uccisione di Fabrizio», dice la sorella Graziella Quattrocchi. «Siamo stati raggelati. Solo mezz'ora più tardi, abbiamo ricevuto la telefonata ufficiale del ministero degli Esteri e alle 2,45 è venuto a farci visita un ufficiale dei carabinieri». Il drammatico colpo di scena è stato mandato in onda da Vespa, col ministro degli esteri seduto in poltrona nel teatrino di "Porta a Porta", già informato della notizia ma deciso a non scollarsi fino al gran finale. Dopo due ore e mezzo di angoscia, Vespa ha fatto sentire al pubblico un telefonata che rendeva nota l'uccisione di Fabrizio Quattrocchi: all'altro capo del filo c'era il vice direttore di Libero Renato Farina, che aveva avuto da Al Jazeera la notizia che l'ambasciatore italiano aveva riconosciuto Quattrocchi nel filmato dell'esecuzione giunto a quella tv araba. Visto che i palazzi del governo erano deserti, Farina ha telefonato a Vespa.

E adesso, se fossi nei magistrati romani, sentirei di corsa Betulla.

Dal blog di Pino Scaccia

Per saperne di più.

Dall'archivio di Frg.

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 ilaria ricciotti    - 06-07-2006
Quante porcherie ci sono ancora dentro i cassetti di un certa Italia che ha il potere?
Ciò che si legge dall'art. di Pino Scaccia è cosa veramente VERGOGNOSA, IGNOBILE ED INACCETTABILE SOPRATTUTTO PERCHE' LE PERSONE IMPLICATE HANNO SEMPRE PROPOSTO DISCORSI BASATI SULLA MORALITA'.
Baldoni, Gallipari e quanti sono morti o sono stati torurati dai giustizieri di turno reclamano giustizia!
Speriamo che questo governo duri a lungo per far sì che la verità e la giustizia trionfino su ogni fronte.

 Repubblica    - 07-07-2006
Disinformazione preventiva


Un attico di undici stanze nel cuore di Roma: qui Pio Pompa lavorava in stretto contatto con il direttore del Sismi

Tutte le telefonate a Pollari dal covo della disinformazione In via Nazionale dossier, ricevute e file sul Nigergate


ROMA - Raccontano Pio Pompa come un tipo solitario, metodico. Abruzzese dell'Aquila, cinquantacinque anni, magro, piccolo di statura, una calvizie pronunciata e occhiali da miope. Chi lo pedinava lo osservava puntuale, ogni mattina alle 6.30, uscire da solo per andare a comprarsi i giornali in edicola. Chi lo intercettava su uno dei suoi quattro telefoni, un cellulare e tre fissi, lo ascoltava parlare quotidianamente, con cadenze orarie, con un solo uomo a Forte Braschi: Nicolò Pollari.

Nell'aprile del 2004, era stato il Direttore a volerlo al Sismi, trasformando il suo contratto di consulente in un'assunzione definitiva nei ranghi del Servizio. Pollari aveva scelto Pompa, "analista" in proprio e professore a contratto dell'università di Teramo.

E per Pompa il Sismi era diventato soltanto Pollari. Certo, gli capitava di prendere ordini anche da Marco Mancini, il potente e temuto direttore della prima divisione. Ma da quando, a metà maggio, era caduto in disgrazia, il suo interlocutore era nuovamente solo e soltanto il Direttore. A lui, nel primo pomeriggio del 23 maggio, riferisce che Renato Farina, vicedirettore del quotidiano "Libero", nome in codice "Betulla", ha preso la strada del palazzo di giustizia di Milano per mettere in scena l'intervista posticcia con i procuratori Pomarici e Spataro che serve a misurare lo stato di avanzamento dell'inchiesta sul sequestro di Abu Omar e i suoi approdi. A lui riferisce, la sera stessa, che l'operazione è andata in porto e che "Betulla" ne darà conto con una nota il mattino successivo. Da Pollari ottiene le indicazioni sulla lista di giornalisti da incontrare in ufficio o al ristorante per una colazione durante la quale rifilare le veline cucinate dal Servizio. Siano innocue analisi geo-strategiche o informazioni manipolate attraverso cui avviare campagne di intossicazione, disinformazione o influenza sulle maggiori testate giornalistiche del Paese.

Pio Pompa vive accampato nelle undici stanze al sesto piano di via Nazionale 230, un appartamento di proprietà del Sismi. Quattro computer perennemente accesi su "siti internet" di interesse, armadi in plastica da quattro soldi, una sola segretaria tuttofare.

Trascorre giornate ammuffite nelle carte. Carte, carte ovunque. Ritagli di giornale, stampate, annotazioni manoscritte, note di servizio, contabilità. Martedì, gli uomini della Digos impiegano quindici ore per mettere mano in quel marasma e infilare in decine di scatoloni il "materiale di interesse". Dicono ci vorranno settimane per venirne a capo, per separare il ciarpame da ciò che conta. Ma qualcosa salta subito all'occhio.
Cominciamo da due ricevute di pagamento. La prima da 2.500 euro, la seconda da 5.000. Nella firma in calce ai due foglietti, una sigla leggibile: "Betulla". Quando si muove, il vicedirettore di "Libero" non lo fa gratis. Anche per questo, le richieste che arrivano dal Direttore attraverso Pompa sono perentorie. Anche per questo le informazioni che "Betulla" gira a via Nazionale sono tempestive, sollecite. L'ultima, un paio di settimane fa. Spataro lascia Milano diretto a New York, per un convegno organizzato dalla New York University. Per "Betulla", che nulla in realtà sa, né di essere intercettato, né che le richieste di arresto per Mancini e Pignero sono all'attenzione del gip, è il segnale che l'inchiesta "è ferma". "Betulla" riferisce, Pompa annota, Pollari viene informato.

Il metodo è sempre lo stesso. E sempre ne rimane traccia scritta. Dopo la pagliacciata del 23 maggio a palazzo di Giustizia con Pomarici e Spataro (registrata da microfoni nascosti nell'ufficio dei due procuratori), il cui incipit provoca tra l'altro l'irrefrenabile ilarità dei due magistrati ("Il Sismi c'entra con Abu Omar?", chiede "Betulla" tanto per girare intorno alla questione), Pompa chiede e ottiene una relazione scritta su quanto ci si è detti in quell'incontro. "Betulla" redige la sua "nota" e promette che altrettanto farà "il suo uomo" che alla finta intervista ha preso parte, il redattore di "Libero" Claudio Antonelli. Il 24 maggio, i due pezzi di carta sono in via Nazionale. Il 5 luglio, la Digos li scova nella montagna di carte che attufa l'appartamento.
C'è davvero di tutto lì dentro. Durante la perquisizione, salta fuori un dossier personale su Edmondo Bruti Liberati, già segretario dell'Associazione nazionale magistrati, oggi procuratore aggiunto di Milano. Ma si inciampa anche in un dossier datato 2001 che mette insieme notizie sugli orientamenti e le possibili mosse della magistratura associata alla vigilia dell'insediamento del nuovo governo Berlusconi.

In una cartellina, sono conservate quattro lettere anonime di cui, tra marzo e aprile scorso, sono state inondate le redazioni di tutti i principali quotidiani italiani. Robaccia che mette insieme piccole calunnie e altrettanto piccole verità, che dovevano soltanto servire a portare lontano l'attenzione dei cronisti che seguivano l'affare Abu Omar dal fuoco dell'inchiesta e, magari, contribuire a intossicarla.

In un armadio, fa capolino uno scatolone con il "dossier Nigergate". Per oltre un anno, i comunicati di palazzo Chigi hanno accusato "Repubblica" che quella storia "è falsa" ed è spia di chi sa quale ossessione, di chi sa quali fantomatici mandanti. Lo scatolone dimostra che è il Sismi a vivere come un'ossessione quell'affare in cui è impicciato mani e piedi e da cui non sa come tirarsi fuori. Anche quello, un "lavoro" commissionato dal Direttore. Come la campagna di aggressione a "Repubblica" che Pompa, su suo incarico, conduce e sorveglia attraverso i giornali "amici": dal "Giornale" all'Unità, da "Libero" al "Riformista", a "Panorama".

Tutta farina della fabbrica della disinformazione di via Nazionale 230. Come la manipolazione infedele che, ai primi di giugno, deve pubblicamente accreditare il falso secondo cui all'origine degli accordi che hanno reso possibili le "consegne straordinarie" e dunque il sequestro Abu Omar c'è un accordo Europa-Stati Uniti siglato quando a presiedere la Commissione era Romano Prodi.

Chi in queste ore lavora all'inventario di questa monumentale opera di dossieraggio, sui singoli come su argomenti politicamente sensibili, insiste che "ci vorrà del tempo". Confida il proprio stupore e segnala che quel che è stato afferrato è solo il bandolo di una matassa di cui non sarà semplice separare tutti i fili. Era da via Nazionale 230 che venivano intercettate le comunicazioni telefoniche di Giuseppe D'Avanzo? E come e con quali strumenti tecnici? Sicuramente è in via Nazionale che, il 12 maggio, Pompa raccoglie l'informazione che i due giornalisti di Repubblica "stanno all'hotel Diana di Milano e stanno a fà la spola con Spataro". Ed è sicuramente quel giorno che la foga di comunicare quell'informazione lo tradisce. Si attacca al telefono per girare l'informazione a Marco Mancini e in quel momento, per la prima volta, gli uomini della Digos in ascolto apprendono dell'esistenza di questo misterioso "Pio".

La sera stessa, i suoi telefoni sono sotto controllo. Per la Procura di Milano, la fabbrica della disinformazione e del controllo illegale di Via Nazionale 230 cessa di essere un segreto. Pompa si trascina dietro "Betulla" e con lui Antonelli e tutti coloro che a lui si sono avvicinati nel tempo. Almeno a partire dall'aprile 2004, quando era diventato l'uomo di Pollari. Giorni magnifici in cui l'ex professore a contratto avvicinava i giornalisti prescelti dal "Capo" annunciato dalla telefonata di un funzionario del Ministero della Difesa. I pm di Milano hanno identificato l'officiante e non è escluso che presto possano rivolgergli la più semplice delle domande. Per ordine di chi faceva quelle telefonate convocando, a palazzo Baracchini, i giornalisti?

Certo, avrebbe potuto e potrebbe spiegarlo lo stesso Pompa. Mercoledì, durante la perquisizione, si era detto pronto "a chiarire tutto". Ieri mattina, giorno del suo interrogatorio, ha cambiato idea. "Mi avvalgo della facoltà di non rispondere", ha detto al pm Spataro.

CARLO BONINI

 Repubblica    - 07-07-2006
il documento contraffatto fornito dal funzionario Pompa al vicedirettore Farina e finito su Libero

Quella patacca del Sismi per infangare Prodi. Da un falso l'accusa di aver dato l'ok alla Cia


In questa storia del sequestro illegale di Abu Omar, di azioni storte del Sismi, di dossier abusivi, di disinformazione, della sprovvedutezza del suo direttore (quel benedetto uomo non sa mai nulla di quanto accade fuori e dentro casa sua), il governo si muove - nelle prime ore - come un estraneo in una stanza buia. Si agita. Cerca, a braccia protese, un muro a cui appoggiarsi. Lo trova. Non se ne fida. Cerca un'altra posizione. Senza farla tanto lunga, pare di poter dire che Romano Prodi, all'annuncio della bufera che soffia sulla nostra intelligence, non trovi subito il passo giusto. Non immagina dove si trova, con chi si trova e perché.

Appare incerto sul da farsi. Le sortite del governo ne pagano il prezzo. Ieri, Palazzo Chigi ha "ribadito la propria fiducia nelle lealtà istituzionale delle strutture preposte alla garanzia della sicurezza nazionale".
Il nuovo giorno registra una correzione di rotta. Il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, sembra avere un ragionevole dubbio: "Mi pare difficile che operazioni di questo genere che vedono coinvolti esponenti di primo piano e servizi siano avvenute totalmente nella inconsapevolezza dell'autorità politica nel suo complesso". Il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, ammette che un problema "intelligence", "indubitabilmente", esiste. Il ministro della Difesa, Arturo Parisi, riconosce che "i fatti e il tema sollevato sono di assoluto rilievo e richiedono la massima attenzione". Non è un'inversione di rotta, ma un aggiustamento. C'è chi, nel governo, sostiene che la manovra di correzione si deve soltanto a una maggiore conoscenza delle circostanze e delle fonti di prova raccolte dalla magistratura. Che all'atto di responsabile, "doverosa", fiducia istituzionale di ieri segue la maggiore attenzione ai fatti di una storia che nel sequestro illegale del cittadino egiziano trova soltanto uno dei suoi capitoli. Il più serio, forse, perché interpella la sovranità nazionale, la trasparenza dei rapporti con l'alleato americano, i diritti umani. Ma non è il solo, non è il più inquietante.

C'è un altro capitolo che interroga la qualità della nostra democrazia e chiede di comprendere meglio la funzione, le responsabilità, il programma dell'"ufficio riservato" del Sismi di via Nazionale 230. Undici stanze all'attico. Cinque computer. Una babele di file, dossier, faldoni, appunti sparsi. Schede su magistrati, politici, giornalisti. Per esempio, analisi sul "confronto politico" nell'Associazione nazionale magistrati nel primo anno del governo Berlusconi, con una minuziosa biografia di Edmondo Bruti Liberati, poi presidente del sindacato delle toghe.

L'"ufficio riservato" ha un solo inquilino, Pio Pompa. Vive quasi come un segregato, un "clandestino" nell'appartamento di proprietà dell'intelligence, ma ha un ruolo nevralgico. Pompa è il funzionario del Sismi addetto alla disinformazione, alla diffamazione, alla raccolta di informazioni "sporche". Tiene i contatti con una rosa di giornalisti disponibili ad ascoltare le sue "favole" o la sua "scienza". Di tanto in tanto, chiede loro un piccolo favore; un'indiscrezione redazionale; un'analisi addomesticata; una soffiata su che cosa questo o quello dice o fa o vuole fare, magari qualche notizia manipolata nelle cronache, e che il titolo sia bello in grosso, meglio se in prima pagina.
Con altri, ha rapporti "strutturali" e organici, come con Renato Farina, vicedirettore di Libero, nome in codice "Betulla", ingaggiato e retribuito dal Sismi (nell'attico di via Nazionale sono state sequestrate ricevute di pagamento). In questo caso, Pio Pompa chiede con decisione, ordina con cortesia qualche maligno "servizietto". Invita "Betulla" ad andare dai pubblici ministeri, a capire se hanno in mano prove importanti contro gli uomini dell'intelligence. Gli chiede di suggerire ai magistrati, vantando la "dritta" di una presunta "fonte riservata", di muoversi intorno alla Digos di Milano: potrebbero essere stati loro, i poliziotti, i complici della Cia, anzi sono stati certamente loro in combutta con un sostituto procuratore.

"Betulla" obbedisce. Chiede un incontro ai magistrati. Fa il suo lavoro grigio. Poi relaziona: "Secondo me, quelli non hanno nulla in mano". Ora, disposta l'operazione, incassata l'informazione, a chi riferisce Pio Pompa? E' l'unico, l'esclusivo rapporto gerarchico dell'uomo di via Nazionale ad aprire un nuovo fronte: Pompa riferisce soltanto a Nicolò Pollari. Si sentono ogni giorno, più volte al giorno. Il direttore del Sismi è a conoscenza del lavoro della "Fonte Betulla". Ne conosce l'identità. Il prezzo dell'ingaggio. Gli obiettivi, le tattiche, gli interlocutori e i "nemici".

Un nemico di Pio Pompa e di "Fonte Betulla" è Romano Prodi. Giugno di quest'anno. L'uomo di via Nazionale chiede al giornalista di scrivere una cronaca contro il presidente del Consiglio, di afferrare il nome di Prodi e di cacciarlo nella faccenda delle extraordinary rendition come il solo responsabile politico della svendita della sovranità nazionale. "Ti mando un documento, poi ti dico come fare..." dice Pompa a "Betulla". L'articolo è pubblicato venerdì 9 giugno. Pagina 13. Titolo: "Sorpresa, dietro le missioni Cia il visto Prodi". Sommario: "Rivelazione. Gli spostamenti dei servizi americani per catturare terroristi nel Vecchio Continente non sono state avallate da Berlusconi, come sostiene il Consiglio d'Europa, ma dalla commissione guidata dal Professore".
Incipit. "Abbiamo uno scoop...". Ultimo paragrafo. "Siamo allo scoop. La legislazione americana (...) prevede che la Cia operi all'estero anche senza avvertire i Paesi coinvolti, pur ammettendo che (...) si violi la sovranità nazionale. Dunque la Cia ha legalmente operato in Italia dal punto di vista americano. Non ha ottenuto nessun consenso dal Sismi e dal governo (Berlusconi), quando chiese collaborazione nel novembre del 2001. Ma quello che è stato bocciato dall'Italia è stato con un ghirigoro linguistico accettato dalla Commissione europea di Romano Prodi. Ad Atene si incontrarono esponenti del Dipartimento di stato e della Commissione europea. Risultato: la "New Transatlantic Agenda". (...) Di quelle operazioni di sequestro e trasferimento, più che a Berlusconi bisognerebbe chiedere conto alla Commissione Europea".

L'operazione e il metodo di lavoro sono espliciti. Il "creatore di favole" di via Nazionale estrae un documento dal suo archivio. Ne manipola il significato, addirittura la traduzione. Ordina al giornalista ingaggiato di deviare l'attenzione della pubblica opinione e del ceto politico dalle responsabilità del governo Berlusconi e del Sismi alle decisioni di Romano Prodi e agli accordi della commissione europea. "Fonte Betulla" esegue. Il "creatore di favole" appare soddisfatto del suo lavoro mentre conversa con il suo (unico) Capo.

Quel che emerge dall'ufficio riservato di via Nazionale, dalle manovre di Pio Pompa, dall'esclusivo rapporto gerarchico con Nicolò Pollari non ha nulla a che fare con la sicurezza nazionale, con la lotta al terrorismo, con il fango delle "operazioni coperte" che "necessariamente", come stancamente si ripete, incrosta le scarpe delle "barbe finte". Il lavoro del "creatore di favole" e del suo unico padrone ha a che fare con la sicurezza dei cittadini e la lealtà istituzionale come il diavolo con l'acqua santa. L'intelligence non c'entra nulla. Molto c'entra la privata lotta per il potere di un'organizzazione separata e autoreferenziale, capace di mosse abusive, diffamazione, minacce. Liberare il campo da questa tentazione, da questi ricatti è il problema che il governo è chiamato presto a risolvere.


GIUSEPPE D'AVANZO

 Corsera    - 07-07-2006
Parlano i giornalisti di Libero dopo il coinvolgimento del vicedirettore I colleghi a Farina: «Hai sbagliato» Il direttore responsabile Alessandro Sallusti: «Dal punto di vista professionale, ha commesso errori compromettenti»

MILANO — Un giorno chiuso in casa. Con l'avvocato. A preparare l'interrogatorio di oggi. Ma per i colleghi di Libero, dal direttore Vittorio Feltri in giù, la strategia difensiva è e dev'essere una soltanto: «Renato, ai giudici racconta tutto. Nei dettagli. Parla». Mercoledì, alla notizia del coinvolgimento nell'inchiesta del vicedirettore Renato Farina e del redattore Claudio Antonelli, a Libero avevano commentato alla Libero («Gran canagliata») e replicato: «Prima vediamo le carte».

Ieri, in una redazione così silenziosa che «sembra di stare a un funerale», le carte le hanno viste. «Farina ha la nostra solidarietà come uomo e amico» ribadisce il direttore responsabile Alessandro Sallusti. E come giornalista e collega?
«Dal punto di vista professionale, ha commesso errori compromettenti. Non ha ucciso nessuno. Ma, se vogliamo riferirci alla deontologia professionale, da quanto emerge ha sbagliato». «Siamo leggermente incazzati — aveva scritto Feltri, nell'editoriale del giornale ieri in edicola —: cosa abbiamo fatto di male per meritare questo trattamento?». Concludeva così il direttore: «Renato agente segreto, Betulla; ma andate a raccontarlo a qualcun altro». Betulla sarebbe il nome in codice di Farina. Betulla è il soprannome con il quale alcuni redattori di Libero, specie i più giovani, già chiamano il vicedirettore, in sua assenza. «Cerchi Betulla? Non c'è». «Avevi un appuntamento con Betulla? È via». Betullino, per la cronaca, è il nomignolo affibbiato al figlio di Farina, che scrive per il quotidiano.

La sua scrivania — lui ieri non c'era — è accanto a quella di Claudio Antonelli, il cronista giudiziario. È stato interrogato dai magistrati per quattro ore e mezza. Secretati gli atti. «Ho solo agito da giornalista» dice Antonelli. E i rapporti con i servizi segreti? «Non parlo». Ma lei aveva fonti tra gli 007? «Faccio il mio mestiere». E Farina? «Non parlo». Mezzo sorriso. «Non parlo ». Dopo il lungo incontro con i pm, Antonelli è arrivato al giornale. Riunione a porte rigorosamente chiuse («Non ci siamo per nessuno»). Il redattore Antonelli davanti a Feltri, Sallusti e al resto dei vertici di Libero. «Claudio è pulito — dice Sallusti —. Forse, sarà stato troppo ingenuo. Lui e Farina? Come in ogni ufficio di ogni azienda del mondo, ai superiori si ubbidisce. Claudio è in buona fede. Ha eseguito dei compiti che gli erano stati assegnati. Senza sapere a che cosa portassero».

E dove portavano? «Forse Farina è entrato in un gioco più grande di lui. Forse l'hanno tirato dentro. Fatto sta che si è trovato nel mezzo» dice Sallusti. Mercoledì, al primo rimbalzare delle notizie sull'inchiesta, a Libero l'avevano preso male, questo coinvolgimento nella storia dell'ex imam rapito. Sì, le perquisizioni della Digos. Sì, Farina e Antonelli, ci mancherebbe. Ma soprattutto, capitate in un periodo così, «stavamo andando bene, superato lo scoglio del nuovo formato, riassettata la redazione, benissimo le vendite, alla grande la pubblicità...». L'affaire Abu Omar è venuto giù come un macigno. Ma, e su questo la direzione del quotidiano è chiara, «il giornale non è stato nemmeno sfiorato dalla vicenda. Siamo puliti. Come Libero non c'entriamo proprio per niente». A Libero, adesso che è pomeriggio inoltrato, si accelera per completare le pagine, si pigia sui tasti e si alza poco la testa. Non si scherza. Qualcuno passa e porta Antonelli a bere un caffè. Sopra la sua scrivania, tastiera e monitor. Ma il computer non va: manca invece la cassa portata via dalla Digos. «Oggi Farina non s'è visto» raccontano i cronisti. Mercoledì sera, il vicedirettore era rientrato di corsa dalla Germania, dove aveva assistito alla vittoria dell'Italia contro i tedeschi, ai Mondiali di calcio. Per tutto ieri, ha attivato la segreteria telefonica al cellulare. Spento — anche — per concentrarsi sull'incontro con l'avvocato. Mercoledì, il telefono era acceso e Farina aveva risposto: «E Feltri, Vittorio che cosa dice di me? È arrabbiato?».

Adrea Galli


 Redazione    - 07-07-2006
Sul tema ”dell’agibilità operativa” - chiamiamola così - che il governo di centrodestra avrebbe concesso a centrali operative straniere segnaliamo il dossier pubblicato, oggi, su Diario




 l'Unità    - 09-07-2006
Abu Omar, Amato: «Nessun segreto di Stato»

«Non sappiamo se c'è un segreto di Stato al momento, io non lo so ma quel che è certo è che noi non mettiamo nessun segreto di Stato». Infuria la bufera sul Sismi dopo gli arresti di due alti funzionari accusati di aver collaborato con la Cia al rapimento dell'ex imam di Milano Abu Omar, e il ministro dell'Interno Amato rassicura che sulla vicenda non verrà posto il segreto di Stato. Il caso arriverà in Parlamento martedì prossimo.


Intanto arrivano le prime ammissioni. Anzi confessioni. La più esplicita è quella del vicedirettore di Libero Renato Farina (indagato per depistaggio: col nome in codice "Betulla" ha aiutato gli 007 italiani) che sulle pagine del quotidiano milanese diretto da Feltri scrive: «Ho passato al Sismi delle notizie, ne ho ricevute. Ho cercato contatti persino con i terroristi, mettendo a disposizione le mie conoscenze, ma anche il mio corpaccione per salvare qualche vita e difendere i nostri fratelli uomini».

Il giornalista, interrogato venerdì per 7 ore dai Pm, confessa dunque ma si difende anche: tutto quello che ha fatto l´ha fatto «seguendo una scelta morale trepidante ma molto salda». Non dice Farina che deve rispondere non solo di depistaggio delle indagini dei magistrati su una storia in cui ad essere calpestati sono prima di tutto i diritti della persona (dopo essere stato sequestrato l´ex imam è stato portato in Egitto e molto probabilmente torturato) nonché la sovranità nazionale (con il sequestro, infatti, si è consentito ad un servizio straniero di catturare un sospettato in aperta violazione delle norme previste dalle convenzioni internazionali) ma anche che i pm venerdì gli hanno chiesto di rendere conto dei due attestati di pagamento (rispettivamente di 5.000 e 2.500 euro) a suo nome trovati in via Nazionale 230, ossia nell´ufficio "coperto" del funzionario del Sismi Pio Pompa dal quale venivano impartite direttive per sabotare le inchieste della procura milanese. ma non solo. In quello stesso ufficio sono stati rinvenuti dossier per screditare i "nemici", come Edmondo Bruti Liberati, già segretario dell´Associazione nazionale magistrati, oggi procuratore aggiunto di Milano. E soprattutto le prove di come Pompa avesse, attraverso giornalisti compiacenti, attaccato altri giornalisti che invece «remavano contro».

Mancini: abbiamo difeso il Paese
Se Farina confessa non altrettanto pare intenzionato a fare il numero due del Sismi Marco Mancini, arrestato mercoledì insieme al generale Gustavo Pignero, con l´accusa di aver collaborato con la Cia nel sequestro di Abu. Anche se in un´intervista a Repubblica lascia intravedere quale sarà la sua difesa. Così Mancini prima di tutto difende il lavoro svolto dal Sismi («Avete visto che cosa è successo a Madrid e a Londra. E in Italia? Niente. Non ci sono stati attentati. Il merito -dice Mancini - è anche nostro. La sicurezza dei cittadini italiani è sempre stata garantita. Questo non si può dimenticare adesso, bisogna ricordarselo») e poi assicura: «Non ho rapito nessuno. Non ho mai partecipato a nessun sequestro». Dopo il lungo interrogatorio di venerdì il numero due dei servizi segreti militari è stato di nuovo ascoltato dai magistrati.

Il governo Berlusconi sapeva?
Ma è dalla corposa ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip Enrico Manzi, che ha portato in carcere Mancini e ai domiciliari Gustavo Pignero (l'epoca del sequestro responsabile dei centri Sismi per il Nord Italia) che spuntano particolari delicati che mettono sotto accusa in qualche modo anche il governo Berlusconi per la "consegna speciale" di Abu Omar. Il procuratore aggiunto Armando Spataro, nelle sue valutazioni riportate dall'ordinanza del gip, ipotizza che Pignero e Mancini avessero rafforzato la «volontà degli organizzatori ed esecutori del sequestro appartenenti alla Cia, derivante anche solo dalla mera consapevolezza che evidentemente costoro avevano circa la accondiscendenza del Sismi e dello stesso Governo Italiano (al quale potevano far risalire la decisione ultima di non ostacolare o impedire l'azione)». Insomma, la possibilità di agire senza ostacoli. In questo, Mancini e Pignero potrebbero «aver taciuto al direttore del Sismi (ndr Pollari) quanto andavano tramando e quanto hanno poi realizzato...». Spataro scrive anche che «in alternativa è possibile solo ipotizzare un concorso anche del direttore del Servizio».



 Corsera    - 08-07-2006
«In motorino andai a rapire Abu Omar» Le confessione di carabinieri e funzionari del Sismi «Mancini si era offerto alla Cia come agente doppio»

ROMA— La mattina del 17 febbraio 2003 il maresciallo Ludwig, al secolo Luciano Pironi, carabiniere attualmente in servizio presso l’ambasciata italiana a Belgrado, dopo aver partecipato al sequestro di Abu Omar si preoccupò del cane che lo stava aspettando a casa. L’egiziano rapito in via Guerzoni a Milano, che Ludwig aveva fermato chiedendogli i documenti, era stato appena caricato a forza su un furgone. Il carabiniere si guardò intorno, con il passaporto dell’imam in mano, e vide il furgone fare manovra e scomparire verso piazza Dergano.

«L’uomo che mi aveva prelevato in piazzale Maciachini mi gridò: "Che fai? Sali!", insomma, sollecitandomi a salire. Così feci, e anche la nostra auto si diresse nella stessa direzione del furgone, di cui però persi la vista... Appoggiai nella macchina, forse sul cruscotto, i documenti di Abu Omar e il telefonino, e lì li lasciai. Senza parlare, e attraverso un percorso che non ricordo, l’uomo mi riportò in piazzale Maciachini, dove ripresi la mia moto. Attorno all’una o poco dopo ero in piazza Tricolore per andare a casa a dare da mangiare al mio cane. Non rividi più l’uomo della macchina e, per un po’ di tempo, neppure Bob».

Il ruolo di Ludwig
Bob è Robert Seldon Lady, capo centro della Cia a Milano, che il maresciallo Pironi conobbe tra la fine del 2000 e l’inizio del 2001, quando lavorava anche lui dalle parti del Duomo, in forza al Ros dei carabinieri. E’ lo stesso Ludwig a spiegarlo ai magistrati, nell’interrogatorio del 14 aprile scorso, quando ammette di aver collaborato al rapimento di Abu Omar. Con una premessa: «Ero convinto di partecipare a un’operazione di intelligence che, secondo quanto mi era stato detto da Robert Lady, era stata organizzata e preparata d’intesa con il Sismi e il ministero dell’Interno, al fine di reclutare Abu Omar come fonte informativa...». A Lady, Pironi aveva confidato che gli sarebbe piaciuto lavorare nel mondo delle spie, e lui gli garantì che l’avrebbe presentato al capocentro del Sismi di Milano. Poi gli parlò di Abu Omar, «un personaggio molto importante e pericoloso; diceva che si trattava di uno dei capi delle organizzazioni terroristiche islamiche in Europa».
E mentre gli assicurava che la sua assunzione nel Servizio segreto militare sarebbe andata a buon fine, lo arruolò per sequestrare l’egiziano: «Mi spiegò quale sarebbe stato il mio ruolo nell’operazione congiunta d’intelligence con il Sismi... Io avrei dovuto rivestire il ruolo di fermare per la strada, nei pressi di casa sua, Abu Omar, simulare una sorta di identificazione di polizia, in modo da consentire alle altre persone di avvicinarlo e prelevarlo... Io osservai che sapevo che la Digos stava in quel momento lavorando su Abu Omar, ma Bob Lady mi disse che la Cia aveva avuto assicurazioni del ministero dell’Interno che in quel periodo Abu Omar non sarebbe stato pedinato da alcuno. Bob intendeva dire che dal centro, cioè dal ministero o da vertici della polizia, sarebbero state impartite disposizioni perché in quel periodo fossero interrotti i servizi di pedinamento ».

Le cose andarono come previsto. La mattina del 17 febbraio Pironi svolse il suo regolare lavoro al Ros, e intorno alle 11.30 uscì col motorino fino al luogo dell’appuntamento. Un’auto gli passò accanto, si abbassò un finestrino, qualcuno lo chiamò: «Ludwig, sono l’amico di Bob, sali!». Considerazioni di Ludwig: «Si espresse solo in italiano corretto, non notai alcuna inflessione e dedussi che era un italiano, o uno straniero che parlava molto bene l’italiano». In macchina si avvicinarono alla zona del sequestro, poi una telefonata li fece muovere fino a via Guerzoni, dove all’improvviso spuntò Abu Omar. Pironi scese, chiamò l’uomo, gli chiese i documenti, quello glieli diede, il carabiniere lo fece avvicinare a un furgone bianco parcheggiato su un lato della strada. «Mentre esaminavo i documenti, passavano dei secondi senza che nulla succedesse e allora presi tempo... Finalmente si spalancò con una certa violenza lo sportello anteriore destro del furgone e un uomo, senza scendere, con mezzo busto fuori, gridò: "Ma cosa state facendo?"... Immediatamente si aprì rumorosamente anche il portellone laterale destro, due uomini che erano nel furgone sporsero le braccia e afferrarono Abu Omar e lo tirarono violentemente dentro, chiudendo il portellone».

Mancini e la Cia
Operazione compiuta. Ludwig fu riaccompagnato al motorino e pensò al cane. L’assunzione al Sismi però non andò in porto. E quando un anno e mezzo più tardi si sparse la voce che sul rapimento di Abu Omar erano in corso delle indagini, Lady gli disse che non c’era di che preoccuparsi. «Parlava di coperture governative», ricorda Pironi che descrive un colloquio in cui l’americano lo tranquillizzò: «Avvenne una volta che tornavo dal mare con miamoglie e ci fermammo a pranzare con lui in un ristorante dell’Astigiano... Ovviamente, quando parlammo di queste cose mia moglie non era presente; era fuori con il cane».
Anche all’ex capo centro del Sismi diMilano, il colonnello Stefano D’Ambrosio, Bob Lady parlò del progetto di sequestrare Abu Omar. Madicendogli che lui era contrario. Gli disse che era un accordo preso a Romatra i loro due Servizi, la Cia e il Sismi: «Non mi chiese alcun tipo di assistenza », ha spiegato D’Ambrosio ai magistrati. Aggiungendo che di quel colloquio lui riferì, alla fine del 2002, al suo diretto superiore, Marco Mancini, «pregandolo vivamente di informare il direttore di divisione, cioè Pignero... Mancini mi ascoltò in silenzio, senza manifestare alcuna forma di reazione. Era però profondamente colpito per il fatto che Lady mi avesse messo al corrente del piano. Mi chiese appunto "Ma proprio Lady te l’ha detto?"». Poco tempo dopo D’Ambrosio fu rimosso da Pignero, e dovette lasciare Milano.
Al suo posto subentrò lo stesso Mancini, «che si trovò a reggere contemporaneamente i centri di Bologna, Milano, Genova, forse Firenze e Torino. Era come se fosse diventato il responsabile di tutto il Centro o Nord Italia».Masul carabiniere in forza al Sismi ora finito in carcere, D’Ambrosio fa ai magistrati anche un’altra rivelazione: «Sempre nell’autunno del 2002 Lady mi disse che Mancini più di una volta si era offerto alla Cia come agente doppio. Cioè per poter continuare a operare nel Sismi, ma in realtà facendolo come agente doppio, nell’interesse della Cia. La cosa era talmente rilevante che avrei anche potuto presentarmi a rapporto dal direttore Pollari per riferirla, se solo avessi avuto elementi probatori insuperabili.

Lady mi assicurò circa il fondamento della notizia, dicendomi che esisteva nel loro sistema informatico traccia di tutto ciò». D’Ambrosio chiese la stampa di quei riferimenti, maLady rispose che era impossibile, dai computer sarebbero risaliti a lui. «Aggiunse comunque che la Cia aveva rifiutato questa offerta per un duplice motivo: da un lato temevano fosse una provocazione, dall’altro temevano che Mancini fosse un personaggio troppo venale... Dunque, mai ho riferito ai miei superiori o ad altri tale circostanza».

«Siamo stati noi»
Un altro capo centro Sismi all’epoca del sequestro, il responsabile di Trieste Lorenzo Pillinini, secondo l’accusa è coinvolto con altri colleghi nel rapimento di Abu Omar. Tra gli elementi a suo carico c’è la testimonianza di una impiegata civile del Servizio segreto militare, il perito informatico Roberta S., che ai magistrati ha raccontato un episodio avvenuto nei giorni successivi alla scomparsa dell’imam egiziano: «Capitava spesso, a noi appartenenti al Centro Sismi di Trieste, di trovarci a prendere il caffè insieme alla macchina "a cialde" che abbiamo in una cucina del Centro stesso. Orbene, proprio il giorno in cui la notizia era stata pubblicata su la Repubblica, ci trovammo a prendere il caffè io, il dottor Pillinini e il maresciallo Franco Gallo... Fui io stessa a introdurre il discorso del sequestro di questo Abu Omar ... Lo feci con una frase normale del tipo "Avete visto che è successo a Milano?". Ebbene, mentre stavamo parlandone, il dottor Pillinini pronunciò delle frasi il cui esatto tenore lessicale non posso ricordare, ma che facevano inequivocabilmente riferimento a una partecipazione del Sismi al fatto.

Disse cioè una frase del tipo "siamo stati noi" o "abbiamo partecipato noi" o qualcosa del genere che, ripeto, lasciava capire che lui fosse al corrente della partecipazione del nostro Servizio. Aggiungo che questo possibile ruolo del Sismi non fu in alcun modo precisato... Ripeto che parlò solo genericamente della "nostra partecipazione"... Dopo un primo momento di mia sorpresa e incredulità lasciai immediatamente cadere il discorso e dunque, anche per una formamentis acquisita nel Servizio, evitai di porre domande e non le feci neppure in seguito... Naturalmente, il Pillinini nel pronunciare quella frase non stava certo facendo una battuta. Era una frase non pronunciata certo in tono scherzoso».

Giovanni Bianconi


 il Manifesto    - 09-07-2006
Il piano per rapire Abu Omar

Mancini preparò il progetto proponendosi alla Cia come «agente doppio». Ed eliminando i rivali
«Pollari potrebbe non sapere» scrivono i magistrati. Nelle intercettazioni le prove di un duro scontro con il suo «vice»



Nel sequestro dell'imam Abu Omar gli italiani hanno avuto un ruolo determinante. Un ruolo che è girato in buona parte attorno alla figura di Marco Mancini, il capo della prima divisione del Sismi in carcere da mercoledì (e interrogato ieri) proprio con l'accusa di sequestro aggravato.
L'ordinanza di custodia cautelare per lui, il generale Gustavo Pignero e quattro agenti della Cia, racconta che pur di dare una mano alla Cia nel sequstro dell'imam, Mancini ha messo a disposizione ogni genere di contatti compresa l'amicizia di vecchia data con Giuliano Tavaroli, all'epoca dei fatti responsabile di sicurezza per Telecom. Che la Cia era sicura di essere appoggiata anche da governo e ministero dell'Interno. Che all'epoca dei fatti si propose alla Cia come «agente doppio» che potesse lavorare per entrambi i servizi. Che il direttore del Sismi Pollari potrebbe non aver mai saputo di quanto Mancini e il generale Pignero avevano fatto. E infine che Mancini e Pignero negli ultimi mesi, vedendosi persi, hanno cercato anche tramite appoggi politici di sfuggire all'inchiesta aperta dalla magistratura milanese.

I rapitori italiani
La prima a parlare con certezza della presenza di italiani al momento del rapimento è Nabila, la moglie di Abu Omar che depone davanti ai magistrati dopo aver visto il marito in egitto. Abu Omar le ha spiegato di essere stato rapito da un italiano che si presentò «come un appartenente alla polizia». L'uomo di nazionalità italiana che ha fermato Abu Omar è il maresciallo del Ros Luigi Pironi. A riferirlo ai magistrati è stato lui stesso nell'interrogatorio del 14 aprile 2006: «Ammetto di essere stato presente il 17 febbraio 2003 in via Guerzoni e di avere richiesto ad Abu Omar i suoi documenti personali prima che venisse sequestrato. Aggiungo subito, però, prima di raccontare la vicenda che io ero convinto di partecipare ad una operazione di intelligence che, secondo quanto mi era stato detto da Lady Robert, era stata organizzata e preparata d'intesa con il Sismi ed il ministero dell'interno al fine di reclutare Abu Omar come fonte informativa. La comunità islamica avrebbe dovuto credere ad un sequestro e quando Abu Omar sarebbe ricomparso, avrebbe potuto lavorare come fonte». A sentire Pironi, il capocentro della Cia a Milano, Robert Seldon Lady, all'epoca aveva rapporti streti con il Ros e «buoni rapporti di collaborazione con tutti gli organi investigativi milanesi, compresa la Digos di Milano». Pironi conosce Lady, ma conosce anche il capocentro del Sismi D'Ambrosio, il colonnello poi rimosso da Mancini. A lui parla dell'aspirazione ad entrare nel servizio, e si stupisce quando, poco prima del sequesto di Abu Omar, D'Ambrosio lo chiama per dirgli che lascia Milano. Ignaro della spaccatura nel Sismi, Pironi partecipa al sequestro di Abu Omar. Un operazione facile: «Bob Lady mi disse che la Cia aveva avuto assicurazioni dal ministero dell'Interno che in quel periodo Abu Omar non sarebbe stato pedinato da alcuno. Dal ministero o da vertici della Polizia sarebbero state impartite disposizioni perché in quel periodo fossero interrotti i servizi di pedinamento. Questo egli mi ha detto, tanto che i timori erano per un eventuale e casuale passaggio di una pattuglia». Il 17 febbraio 2003 ferma Abu Omar e aiuta gli agenti della Cia a caricare l'imam sul furgone. Solo dopo, col passare delle settimane e l'improvviso raggerlarsi dei rapporti con Lady capisce di aver partecipato ad un progetto illegale. Ha paura e qualche tempo dopo lascia l'Italia.

Gli oppositori di Mancini<(b>
Le carte di Milano raccontano l'aspra battaglia condotta da Mancini per far fuori tutti gli oppositori al rapimento di Abu Omar. A cominciare dal colonnello Stefano D'Ambrosio, il capocentro rimosso dalla città perché non voleva partecipare al sequestro. Nell'autunno del 2002, D'Ambrosio contatta Mancini e gli spiega di aver saputo dal capocentro Cia Lady del progetto in atto. Non sa che Mancini è già parte della combutta e gli chiede solo di riferire tutto ai superiori. A fine novembre 2002, invece, il capo della prima divisione Pignero convoca D'Ambrosio a Roma e gli comunica che sarà immediatamente trasferito. Non dà spiegazioni aggiuntive, sebbene D'Ambrosio le chieda. L'idea che Mancini c'entri qualcosa c'è tanto più che qualche mese prima Lady aveva raccontato a D'Ambrosio una strana storia su Mancini: «Nel 2002 Lady mi disse che Mancini più di una volta si era offerto alla Cia come agente doppio». Nell'archivio della Cia ci sono anche le prove, ma visto che Lady dichiara che recuperarle sarebbe impossibile D'Ambrosio rinuncia a denunciare il capo. E' già dicembre 2002, il tempo stringe e Mancini ha bisogno di uomini fidati. Prova a coinvolgere il capo centro di Trieste, il ten. col. S. F. e gli propone di partecipare ad «attività non ortodosse». S. F. dice un prudente no e dopo pochi mesi perde l'incarico. Poco dopo il capocentro di Padova fa la stessa fine. Al loro posto Mancini piazza Lorenzo Pillini e Marco Iodice, ora accusati di aver partecipato all'organizzazione del sequestro insieme ad un funzionario di Milano, Maurizio Regondi e al mareschiallo Giuseppe Ciorra.

Pollari potrebbe non sapere
E' il 2005. I giornali scrivono con sempre maggiore frequenza che il Sismi «non poteva non sapere» del sequestro di Abu Omar. Nel corso del 2005 le confidenze sul ruolo di Mancini cominciano a circolare anche all'interno del servizio. Un paio di mesi fa, quando è ormai chiaro che l'indaigne punterà sul ruolo del Sismi, Mancini prova a fare le sue contromosse. Il 12 maggio, tre giorni prima dell'interrogatorio a cui sono stati convocati due agenti di Milano, li chiama a Roma e li addomestica per bene. Tanto che quando compaiono davanti ai pm di Milano sanno esattamente cosa dire. Peccato però che all'uscita dall'interrogatorio abbiano troppa fretta di riferire al capo che è andato tutto bene. Sia Gerli che Regondi lo chiamano su un cellulare intercettato. E ad un terzo funzionario del Sismi affida il compito di smentire le «chiacchiere» fatte all'interno del servizio sul ruolo del Sismi nel sequestro come destituite di fondamento. Ma l'indagine prosegue e a maggio scorso Pollari chiede a Mancini di lasciare l'incarico e mettersi in malattia. I magistrati sono scettici su quello che il direttore del Sismi Nicolò Pollari potrebbe sapere circa le malefatte di Mancini. «Mancini e Pignero, in concorso tra loro, potrebbero aver taciuto al direttore del Sismi quanto andavano tramando», scrive il gip Enrico Manzi. L'alternativa c'è ammette il gip: «E' possibile solo ipotizzare un concorso anche del direttore del servizio, generale Pollari, nei reati ascrivibili al Mancini e al Pignero, per aver nascosto alla polizia giudiziaria e, di conseguenza, all'autorità giudiziaria, le notizie ricevute in ordine al progetto e al sequestro di Abu Omar. Tali notizie, infatti, non possono in alcun modo rientrare tra quelle coperte dal segreto di Stato». Le intercettazioni telefoniche degli ultimi tempi, però raccontano di un Marco Mancini imbufalito con il direttore del Sismi che gli ha chiesto di farsi da parte. Tanto da sfogarsi con un amico: «Per il reato di codardia - dice parlando di Pollari - c'è pure la fucilazione alla schiena».

Sara Menafra