Critica della ragion delegata
Giacinto Verri - 24-05-2002

...Prolegomeni ad ogni futura delega


Ho voluto scomodare Kant in quanto campione dell’autonomia del pensiero umano (che compone la scuola come un tangram) e della sua massima attività: la critica presa alla lettera come “giudizio” ma ponderato e responsabile.
Nella lettura della “Delega al Governo per la definizione delle norme generali sull’istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e formazione professionale” ho usato un metodo caro a Cartesio: leggo, rileggo e poi mi sono chiesto cosa conosco?
Lavoro da 10 anni nella scuola elementare e, quindi, conosco le vicissitudini della struttura che sottende l’apprendimento degli alunni e ciò che mi ha sorpreso è che i contenuti del decreto di delega in realtà non dicono nulla…tranne che la legge 10 febbraio 200 n. 30 è abrogata.
In effetti dal titolo iniziale al comma 10 dell’art. 7 c’è assolutamente il vuoto, un vuoto tutto da riempire come e meglio pare ai delegati.
Da una parte la delega su una materia come la riforma della scuola è già un’aberrazione legislativa e sociale, ma dall’altra risponde deliberatamente ai contenuti vuoti di riferimenti pedagogici e pieni di riferimenti economici e, ahimè, strategici.
Un vuoto senza significato che non sia un approccio prettamente economico (almeno all’inizio) ma sostanzialmente teso al depauperamento della scuola in quanto pubblica.
In questa lettura la nota in 8 punti della sig.ra Moratti (non merita il titolo di ministro della Repubblica in quanto la sua convinzione è che l’interesse privato componga l’interesse pubblico e che la scuola privata sia meglio di quella pubblica), per la quale la Res-publica è delega privata tout court, è una “rivelazione” senza precedenti e senza ritegno dell’esatto volere e della strategia che la sig.ra Moratti rappresenta ed incarna.
In questo contesto la ragion delegata acquista il vero sapore di negare e violare la dimensione pubblica della scuola, ossia di portare l’apprendimento (tutto) ad una dimensione privatizzata per la quale il genitore può e deve scegliere la scuola, il progetto, gli insegnanti e, perché no, anche i compagni del figlio.
Un percorso lungo, irto di ostacoli e resistenze, ma per il quale le basi sono state gettate e la cui ultima ragion pratica è di ridurre il sistema pubblico ad appendice di quello privato sbandierando il bonus come una chimera di una scuola libera a tutti coloro che si scelgono.
Per quanti hanno esperienza diretta di bonus in altri campi, esso è uno strumento propagandistico e fallimentare, ma utile a scardinare la convinzione maggioritaria che la scuola pubblica debba restare tale ossia non a tutti ma di tutti.
"Rivelazione" ho scritto: la delega è servita ad abrogare la legge 30 e senza una delega sarebbe stato difficile controbattere, cambiare, mutare variare, diversificare ciò che la legge abrogata conteneva; ossia anni ed anni di reale sperimentazione e dibattito, di confronto e ricchezza, mentre la delega parte dall’assunto di aver ragione e si sa che l’aver ragione è un dato di fatto che esula da qualsiasi critica. Lo scopo della delega è primariamente poter abrogare la legge 30 senza discutere dei bisogni e del servizio scolastico pubblico che essa disegnava (e a me piaceva molto), e, in secondo luogo, poter affermare che la scuola ha bisogno di essere riformata.
In questi tempi in cui la cosa pubblica è sinonimo di scarsezza, non funzionalità, di pachiderma che mangia risorse, di insufficienza e di arretratezza la sig.ra Moratti ha avuto giuoco facile a far passare tutto, anche quanto non detto nella delega stessa.
Quello che sembra essere la forza della delega è, spero con tutto il cuore, la sua stessa debolezza: possiede una finalità priva di un ragionevole sistema scolastico, azzarda un percorso che verrà riempito a tratti, a pezzi costruendo una tattica del momento su una strategia di fondo a me evidente.

Vediamoli questi 8 punti!

Primo comandamento: ridimensionare i dimensionamenti, lo scacchiere del comprensivo delle “località” onde scontare i debiti politici e, insieme, delegare la delega. Un bell’ esempio di scaricabarile ma non credo che tutte le regioni ed i comuni siano così ciechi.
Secondo comandamento: introdurre la sanzione contrattuale per la quale la mobilità è dettata da condizioni strutturali e tendente, invece che a valorizzare le risorse interne, a dequalificarle e spostarle in ambiti impropri ; ottimo pretesto per ridisegnare l’istituto di mobilità in termini unidirezionali.
Lo sperpero di risorse e ricchezze è enorme e prefigura il passo successivo: determinare per legge (e non per necessità) l’esuberanza per poter diminuire il personale e con esso la qualità della scuola, anche come modello organizzativo. Non per niente questo punto viene prima di altri in quanto ne è un elemento fondante ed un utile strumento normativo (attenti sindacati equivale alla cassa integrazione e all’abolizione dell’art. 18…certo in modo generale).
Terzo comandamento: chiudere i discorsi su organici funzionali rendendo aleatoria la quota locale in quanto sarebbe e sarà a carico e responsabilità di istituti e territori e comunque attraverso contratti di prestazione (altro avvertimento ai sindacati e ai lavoratori).
Si tratta, a mio avviso, del primo banchetto sulla scuola del tempo pieno e dei moduli, ossia sul togliere tutto quanto sia compresenza, collegialità, corresponsabilità: genitori attenti in quanto l’ultima ratio è la scuola del maestro unico scelto da Voi (???) e con specialisti scelti e pagati da Voi alla faccia del progetto educativo, della collegialità, dei ruoli e delle funzioni, delle responsabilità reciproche e soprattutto di una scuola educativa, sociale, territoriale, autonoma, reale, dialettica.
Un avvertimento preciso (ovvio non voluto, ma è lo stile di questo governatorato) e che considero serio in quanto affine al modo di agire e scegliere (e farsi scegliere) delle scuole private.
Questo è un comandamento gradito più di ogni altro bonus: la scuola pubblica cede le armi e la qualità si uniforma al sistema in uso nella scuola privata e getta alle ortiche il concetto a me caro dell’autonomia territoriale e della collegialità sociale della scuola.
Privatizzare non solo il contratto ma anche l’ambito in cui gli insegnati operano: il massimo!
Quarto comandamento: onde togliere qualsiasi dubbio sulla strategia in formazione della delega ecco l’orario annuale di servizio, l’aggiuntivo straordinario divenire parte dell’ordinario in quanto chi fa scuola seriamente sa che senza quello ordinario straordinario a scuola non si fa.
Ebbene ci siamo: una scuola che non si pensa istituzionalmente, che non si progetta e programma, che non si verifica e valuta se non nella straordinarietà e a questo sottolineo porta anche la vetusta distinzione tra istruire ed educare e la stessa dicotomia tra funzioni dovute e non.
Mi sono sempre chiesto che differenza sussiste nel tempo di lavoro a scuola (per me sempre tempo pieno) tra le funzioni dovute (colloqui con genitori, compiti e altro) e l’insegnare a scuola, tra ore di programmazione e ore in classe…. e non per ragioni di aumento contrattuale ma semplicemente per la funzionalità nella scuola di queste distinzioni.
A scanso di essere frainteso ritengo il lavoro di insegnante un lavoro privilegiato sia perché mi mette nelle condizioni di crescere e far crescere sia per la parte diciamo organizzativa (ferie, tempo libero).
Eppure una cosa ancora non hanno toccato (ma ci arriveranno e già ci provano): la libertà di insegnamento.
Pensiamoci un momento: che libertà avrebbe un insegnate scelto dai genitori? Che diritti avrebbero gli alunni e che autonomie….
Ecco la risposta: alcuni comandamenti che distruggono o quantomeno ledono e deresponsabilizzano la libertà di insegnamento.
Con questo comandamento una prima osmosi strategica è possibile.
E una prima valutazione anche: da esigenze economiche si prospetta un cambiamento radicale e peggiorativo ma, come diceva Kant, occorre ragionare in grande anche su piccoli elementi per comprenderne la portata: la scuola privata potrà competere con la scuola pubblica, anche a livello di scuola dell’obbligo, solo e solo se la scuola pubblica lascerà libero il campo…riducendosi asimmetricamente alle dimensioni organizzative di quella privata.
Per quanti operano nella scuola ben chiaro è il significato delle supplenze brevi e degli artifici posti in atto per contenerle: ora le supplenze brevi, la mobilità, il dimensionamento, il considerare il curricolo del 15% come opzionale e affatto obbligatorio nel loro complesso gettano una chiara luce su ciò che piccoli e grandi interventi non ancora sinergici possono comportare per la scuola pubblica.
Quinto comandamento: le classi di concorso vanno ridimensionate, riviste (ma lo sono già state e all’osso) e allora sovviene un dubbio: che sia il titolo e non la formazione reale (e con essa la motivazione la qualità) ad essere primario e ciò prima ancora di pensare che le classi se debbono essere riviste lo possono essere solo sulla base di un cambiamento del sistema di formazione degli insegnanti: dalle materne all’università!
Ops..scusate ecco il perno che mi sfuggiva: inventarsi un’ottima scusa (l’ottimizzazione delle risorse) per variare il sistema di formazione e quindi di reclutamento degli insegnanti così da giustificare il 15 per cento del punto 3 e con esso l’orario annuale del punto 4 e anche tanto altro. Qui si raggiunge un punto massimo: costruire le soluzioni tecniche prima ancora di offrire (in modo palese) a quali bisogni e finalità educative, didattiche, sociali, organizzative queste soluzioni rispondano.
La cecità di questi punti è sorprendente tanto quanto il fatto che pensano che non si sappia leggere una delega!
Sesto comandamento: voilà, che cosa ci sta a fare il tecnico (assistente e/o pratico) in una scuola nella quale lo stato (con la esse minuscola) delega ad altri e non stabilisce nemmeno i livelli minimi di … istruzione? Laboratori, supporti, professionalità tecniche non sono utili alla scuola teorica senza prassi che la sig.ra Moratti sembra prospettare e per la quale in effetti si dà teoria senza tecnica non sapendo (santa ignoranza ministeriale) che sono le esigenze tecniche a fare le rivoluzioni così come le piccole scoperte scientifiche e sociali. La ricerca ai privati, il privato alla ricerca.
Settimo comandamento: undicimila insegnanti impegnati nella lingua straniera nella scuola dell’obbligo…un numero spropositato tanto che sarebbe cosa opportuna (mica tanto facile sig.ra Moratti) contenerli e allora (genitori attenti!) tutto quanto garantito oggi (e non a tutti) che fine farà? Almeno una soluzione organica e confacente allo scopo sig.ra Moratti … almeno una!
Dimenticavo: la pagheranno i genitori, i comuni e chi ha a cuore una scuola di tutti… se la scordi; se vogliono scegliere debbono anche pagare questa è la verità del privato e non c’è ragione finanziaria che tenga: un bonus non sarà mai sufficiente a pagare tutto quindi aumentiamo le risorse del bonus diminuendo la scuola pubblica e invitando (ottimo: l’invito si può sempre rifiutare) i comuni a dotarsi di molto e molto ancora.
Ottavo comandamento: il personale ATA; “esternalizziamolo” e informatizziamo tutto: dotiamoci di macchinari e robot nella migliore tradizione manageriale di chi tratta il campo educativo come azienda.
Forse la scuola è anche un’azienda ma sociale, culturale, umana ben più della sofistica e nulla alternanza scuola lavoro immaginata dalla sig.ra Moratti.
Con questo ottavo comandamento si giunge all’apice (la mecenate del privato supera se stessa) nel tratteggiare una scuola scelta dai genitori (con quali strutture?, in quale modo) e nella quale i genitori scelgono insegnanti, metodi, materie relative al curricolo opzionale (oppure del curricolo locale)?
Una scuola di fantasia, uno strumento demagogico per celarsi (anche a se stessa temo) la reale portata di alcuni provvedimenti: una scuola privata che nega la scuola della comunità e la nega veramente in quanto la prima suddivisione (sempre è cos’ nel privato) è quella sociale, di ceto e aggiungiamo di appartenenza e identità e infine di nazionalità e religione.

Con quale laetitia accolgo questi 8 punti (e la benemerita risposta del sig. Tremonti, ministro oligarchico e che ben sa quanto deve pagare ad altri la sua carica)!
Tra la lotta per l’art. 18 e per una scuola di tutti pubblica e autentica (libera da religioni, nazionalità, appartenenze, plurale) fondata sul diritto all’educazione (di cui, non dimentichi mai la sig.ra Moratti, l’istruzione è solo una dimensione) vedo una comunità effettiva: il diritto, la comunità del diritto che rifiuta la delega e il buon senso e che opera sui bisogni sul bisogno di educarsi e di lavorare senza essere licenziati senza giusta causa.
Anche la scuola pubblica è una giusta causa ed è un terreno per mantenere i diritti fondamentali di tutti.
Non ho chiamato senza ragione “comandamenti” gli 8 punti della sig.ra Moratti, ma si sa che il meglio spesso viene dalle lettere segrete e informali…non certo dichiarabile nei principi..
Sembrano tecnici mentre sono l’anima che riempiono il vuoto della legge delega gettando le basi per scardinare il sistema pubblico della scuola di tutti e del diritto di tutti.
Forse non lo sanno, ma non per questo verranno dimenticati.
La delega su scuola e diritti dei lavoratori è un arbitrio populista, ossia oligarchico, ma le radici sociali della scuola pubblica e del diritto dei lavoratori confido siano molto più radicate di quanto questo governatorato non ritenga.











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