Riforma Moratti: quali novità?
Angelo Arrabito - 03-06-2006
Le istanze pedagogiche e le pratiche didattiche prospettate dalla riforma Moratti non sono una novità per la scuola pubblica italiana. E' notorio a tutti, e mi riferisco al segmento della scuola primaria, come il carattere meramente trasmissivo e solo teorico di una vecchia azione educativa sia stato abbandonato e definitivamente bandito con i programmi dell'85 e dalle normative successivamente emanate, fino alla istituzione delle autonomie scolastiche. All'idea di una scuola che "sollecita ad agire" nell'intento di promuovere in ciascun alunno apprendimenti significativi si è pervenuti, si sa, dopo una lunga e operosa sperimentazione iniziata circa trent'anni fa, negli anni '70, nel corso della quale gli operatori della scuola, coinvolti ed interessati, sostenuti e stimolati anche dalle ricerche delle scienze pedagogiche, sociologiche e di psicologia,avevano esperito modalità di lavoro , attività didattiche e laboratori disciplinari e interdisciplinari, strumenti, approcci alle discipline, metodi e modelli valutativi così efficaci e qualificati da giustificare, poi, negli anni '90, un nuovo riordino dell'organizzazione scolastica (team docenti con ambiti disciplinari circoscritti, contitolari e corresponsabili, tempo-scuola, coordinamenti, rapporti con la famiglia e il territorio ecc.) secondo un'economia delle risorse umane e materiali adeguata per la formazione integrale ed integrata degli allievi.
Così è stato posto in essere un processo formativo intenzionale, ordinato e nel contempo dinamico, aperto, sociale e socializzante, predisposto ad accogliere e a far acquisire a tutti conoscenze e abilità strutturate utilizzabili da ciascuno, in maniera consapevole, nei diversi contesti di vita e di risoluzione di problemi.
Ora, l' unica nota positiva che trovo nella riforma Moratti è quella di aver posto l'accento sul concetto di "competenza" (dibattito e istanza pedagogica peraltro già presente nella scuola primaria pubblica italiana già dalla fine degli anni '90) in quanto ciò potenzia e presuppone un progetto pedagogico-didattico più correlato e coordinato tra le varie discipline ed educazioni e scongiura il pericolo della costruzione nell'allievo di un sapere parcellizzato, poco significativo in quanto non trasferibile in situazioni differenti, con il rischio di non essere assunto come mezzo proprio per affrontare pertinentemente quanto sente come bisogno o come scopo.
Peccato che questa riforma vanifica tale proposito nell'assetto organizzativo che indica per la realizzazione e mi riferisco, ad esempio, sempre nella scuola primaria, alla figura del docente tutor che espleterebbe funzioni di "interventi personalizzati di contenimento delle ansie e dei conflitti, di sostegno delle motivazioni, di chiarificazione degli obiettivi per gli alunni e le famiglie" (Bertagna).
Lo stesso docente tutor, poi, avrebbe la titolarità di molte discipline avendo assegnate circa 22 ore di attività nella classe.
Questa scelta la ritengo non coerente con l'dea di scuola dichiarata dalla riforma per due motivi.
Il primo è che gli alunni vengono così privati di opportunità relazionali con altri docenti che sarebbe saggio garantire per una conoscenza del sè più completa, nella diversità dei rapporti instaurati, onde evitare, come è accaduto nella scuola del passato, quella del docente unico,forti e diffusi effetti aloni o pigmalioni e conseguenti dinamiche inibitorie o disinibitorie scatenate dalla interiorizzazione di un'unica opinione.
Il secondo è che si toglie responsabilità educativa agli altri insegnanti, quelli che dovrebbero operare nei laboratori, essendo questi esentati dall'avere rapporti "autorevoli" con gli alunni e di chiarificazione di ciò che fanno con i genitori:questo porta ad uno snaturamento della propria professionalità che potrebbe avere come conseguenza una certa approssimazione nella esecuzione delle attività, e un calo naturale dell'impegno e dell'entusiasmo dell'essere docente. In un qualsiasi gruppo, team di lavoro, anche quello che si organizza a scuola con gli alunni, è questo un concetto elementare del lavoro cooperativo, il successo è garantito quando a ciascun componente è data una propria responsabilità, azione e valutazione nella consapevolezza che sarà utile per il raggiungimento dello scopo finale di tutti e che nel contempo sarà incentivante dal punto di vista personale e professionale perchè richiesta, comunicata e riconosciuta dalla comunità.

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