Referendum del 25 e 26 giugno
Renza Bertuzzi - 25-05-2006
Fai un nodo al fazzoletto per ricordarti di andare a votare: sono in ballo la forma di governo del nostro Stato e la cessione alle Regioni di importanti prerogative.

Il 25 e il 26 giugno 2006, saremo chiamati a votare per un referendum confermativo di una Legge di Riforma costituzionale, pubblicata il 18.11.05 sulla G.U. n°269.

Si tratta di una legge importante (e secondo alcuni devastante) che introduce radicali cambiamenti in relazione:

1) alle forme di governo del nostro stato

2) al decentramento alle Regioni di altre competenze, ora in carico allo Stato, oltre quelle già deliberate dalla riforma del titolo V.

Trattandosi di riforma della Costituzione avrebbe dovuto, questa legge, ottenere una maggioranza superiore ai due terzi ( art. 138 della Costituzione) per diventare operativa. Poiché questo non si è avverato, la legge deve essere sottoposta a referendum confermativo. In pratica, i cittadini dovranno dichiarare l'assenso o il dissenso con quella legge. Essendo un referendum confermativo non è necessario raggiungere il quorum del 50% più uno dei partecipanti: vincerà dunque il giudizio di coloro che andranno a votare, anche se una piccola minoranza.

Tutto questo non è nuovo. Nel 2001, ci fu un analogo referendum per una legge di modifica costituzionale votata dal centro sinistra: la riforma del Titolo V.

Per la prima volta, il 7 Ottobre 2001, si è svolto un referendum confermativo di una legge costituzionale. I votanti non sono stati numerosi [ votanti il 34% ; sì, il 64, 2% ; no , il 35, 8%.].

Tuttavia, in quel caso si verificò qualcosa di increscioso : moltissimi cittadini andarono a votare sulla base non di una conoscenza accurata di quella legge, bensì delle indicazioni dei partiti di riferimento.

Così è successo che un'importante riforma della Costituzione sia passata, senza che la maggioranza dei cittadini si fosse impegnata a fondo per conoscerne le conseguenze.

Anzi, ancora oggi, si ignora che la Legge 3 Costituzionale , 17 ottobre 2001, è responsabile di moltissime ripercussioni, soprattutto in materia scolastica, alcune delle quali non certamente vantaggiose.

Questa volta, dunque, è necessario essere consapevoli di ciò che questa ulteriore legge vorrebbe modificare e, perciò, andare a votare e votare con cognizione di causa.

Per questo, la Gilda degli insegnanti apre uno spazio dedicato al tema del Refendum, ricordando due ottime ragioni per cui i docenti hanno il dovere di informarsi: prima di tutto, perché sono cittadini, poi, perché- come si ricorda spesso in Gilda- essi devono essere più cittadini degli altri, avendo, tra i loro compiti, quello fondamentale di insegnare le leggi e il loro rispetto ai propri studenti.

Ecco dunque una prima parte di contributi, suddivisi secondo gli ambiti in cui questa riforma costituzionale agisce.

1) Le forme di governo

2) La devoluzione.

Per primi, presentiamo tre contributi che esprimono una posizione contro questa legge : invitiamo coloro che fossero a favore ad inviarci le proprie osservazioni.

"Premierato forte"? E' meglio di no. (di Emanuela Cecchettin)

Verso il referendum: analisi argomentata .... (di Rita Tamba)

La devolution e la scuola (di Antonio Gasperi)



Altre informazioni alla pagina Referendum Costituzionale

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 ilaria ricciotti    - 25-05-2006
E' doveroso partecipare in massa al referendum, pena la morte della nostra Costituzione.
In ogni paese si dovrebbero tenere assembleee per ricordare e spiegare il pericolo che avrebbe se vincessero i sostenitori della devoluzione.

 Libertà e giustizia    - 31-05-2006
Le donne e la Costituzione

Le Costituzioni le fa il popolo, le fa un popolo che ha imparato dalla storia, che ha imparato dalla guerra, dall'ingiustizia come si devono fondare le leggi nuove.
Non si può fare una Costituzione se non attraverso una elezione proporzionale e non maggioritaria, perché ognuno deve avere la sicurezza che il suo voto vale come tutti gli altri, e non si può fare a colpi di maggioranza.
Quando noi eravamo alla Costituente abbiamo cercato con una grandissima attenzione di avere il consenso maggiore possibile in tutte le cose, ed eravamo uno schieramento ampio, dai vecchi liberali ai comunisti; ed eravamo tutti partiti del Comitato di liberazione nazionale ed era stata la concordia che ci aveva portato alla vittoria contro il fascismo e contro il nazismo. Cercavamo sempre di avere il consenso massimo, ci contavamo solo per avere la sicurezza di avere dalla nostra parte la maggior parte dei consensi.
Questa Costituzione è stata realizzata solo in parte, bisogna concretizzarla, non cambiarla.
Bisogna far sì che viva per il popolo, che sia conosciuta da tutti ed io qui mi appello a tutti voi bisogna che dai giovani la storia sia conosciuta bene, bisogna che i ragazzi conoscano le leggi, bisogna che la Costituzione sia ancora studiata, conosciuta e vissuta da ognuno di noi.
L'articolo 1 della Costituzione dice: " la sovranità appartiene al popolo" è la cosa più importante che noi dobbiamo difendere, la sovranità è nelle mani nostre, nelle mani del popolo e paritariamente in ogni cittadino; per questo la Repubblica ci ha fatto diventare cittadini e non sudditi. Oggi si vorrebbe farci ridiventare sudditi e non più cittadini, noi ci opponiamo a questo!
Noi vogliamo essere rappresentati in un modo diverso, e non è solo la democrazia dei partiti quella che conta è anche l'impegno di ognuno di noi di sentirci portatori di un pezzetto della sovranità che appartiene a tutto il popolo.
Ognuno di noi non può mai dimenticarsi, ogni giorno, di essere un cittadino portatore di sovranità e di custodirla e di realizzarla. Non è solo ogni quattro anni per le elezioni politiche; non è questo!
È ogni giorno l'impegno ad essere il meglio che possiamo essere e soprattutto a capire anche gli altri, anche quelli che non la pensano come noi, ma sono cittadini italiani come noi. Dobbiamo riuscire a trovare il massimo del consenso sulle cose essenziali, sono poche le cose essenziali, giustizia, libertà, solidarietà, e su queste cose il popolo italiano ha sempre dimostrato di essere un popolo bravo e anche prudente, un popolo che corre quando c'è bisogno, corre e fa qualcosa di utile.
Ognuno che sia un cittadino deve avere un progetto, piccolo, più grande, più ambizioso, più modesto, più umile, ma un progetto, ci porta ad essere migliori tutti. Cerchiamo di avere un progetto, non di sopraffazione degli altri, ma di collaborazione con gli altri. Cerchiamo di avere un progetto comune per preparare tutti gli strumenti, in modo che ognuno abbia quella parte di giustizia, di lavoro, di libertà che oggi viene negata.
La libertà dei mezzi di informazione, voi sapete quanto oggi il nostro popolo sia in parte addormentato da una televisione male condotta, una televisione che istupidisce grandi e piccoli, una televisione che ci permette di credere di essere vivi, mentre siamo solo degli spettatori.
Dobbiamo riuscire a fare noi l'informazione e che i mezzi di informazione siano in mano a tutti, siano il più possibile collettivizzati, perché tutti possano dire la loro, tutti possano sapere di essere compartecipi della costruzione della cultura, e di quella che è la vita nelle sue linee essenziali.
Le donne hanno una mentalità orizzontale: guardano intorno a sé, praticamente, si tirano su le maniche per fare le cose. Non guardano al potere, è più un modo degli uomini questo, verticistico.
Le donne guardano lontano ma sempre al loro livello, e questo vuol dire democrazia, vuol dire pace, vuol dire concretezza nella vita.
La politica delle donne è la vera politica. Se voi pensate bene, le donne dicono delle cose semplici, non ho mai visto uno scandalo politico fatto da donne qui in Italia, come mai?
E quante poche donne ci sono nel nostro Parlamento, quante poche donne vengono ascoltate, quante poche donne sono dirigenti!
E noi pensiamo di valere qualcosa, soprattutto perché siamo portatrici di vita, soprattutto perché vogliamo un mondo diverso!
Vogliamo un mondo di pace, vogliamo costruire nella pace che regni nelle nostre case, che regni nel nostre famiglie e nel nostro Paese. .
Dobbiamo ancora dire: ascoltate le donne che danno la vita, che non hanno mai cercato il potere, ma il sapere, la conoscenza.
Abbiamo uno sguardo orizzontale che è lo sguardo della pace. Lo sguardo verticale ce l'ha il potere maschile che dirige le cose, fa tutto quello che vuole, comanda.
Noi non vogliamo comandare, vogliamo stare insieme e decidere delle nostre sorti, decidere della vita nostra e dei nostri figli e di quello che loro potranno fare meglio di noi.
Offriamo anche agli uomini queste nostre opportunità e allora vi sarà una parità costruttiva.
Questo è l'augurio che mi faccio e che faccio a tutti voi, che da questo ricordo della Resistenza, da questa certezza del potere straordinario che hanno le donne, che si esprime anche con il voto; che non cerca il potere, ecco, da tutto questo venga la rinascita del nostro Paese e venga la pace per il mondo intero.

Maria Teresa Mattei

Prima staffetta partigiana, poi dirigente del Cln della Toscana, Teresa Mattei, "Chicchi", nasce a Genova nel 1921. Suo fratello Gianfranco si suicidò a via Tasso nel timore di non poter sopportare altre torture e di essere quindi costretto a fare i nomi dei compagni. Giulio Natta gli dedicò il premio Nobel. Il padre Ugo era stato tra gli uomini di punta del Partito d'Azione a Firenze e il marito, Bruno Sanguinetti, tra gli organizzatori della lotta antifascista a Firenze e Roma.
La più giovane deputata italiana alla Costituente, la «ragazzina» di Montecitorio, aveva 25 anni quando il 2 giugno del '46 entrò a far parte dell'Assemblea presieduta da Umberto Terracini. Era stato Palmiro Togliatti a candidarla per le liste del Pci, il partito dal quale nel '55 verrà espulsa "per il suo dissenso sulla politica agraria sovietica".
Testimone al processo contro Priebke, Teresa Mattei, torturata e seviziata dai nazisti, sfuggita per caso alla fucilazione, si è battuta perché valesse il principio che "l'obbedienza non è una virtù" e perché l'aguzzino di via Tasso fosse giudicato per crimini contro l'umanità.
Si è spesa in difesa dei diritti dell'infanzia e, dopo le giornate di Genova, del luglio 2001, che ha vissuto ancora una volta da testimone, ha prestato voce all'indignazione di quanti hanno visto disattesi i diritti fondamentali della persona.
Non ha mai smesso di difendere la Costituzione e di spiegarla ai più giovani. Oggi che ha 85 anni gira di scuola in scuola, di città in città, per salvare l´Italia da quello che lei definisce «un orrendo attentato alla nostra Costituzione: l´efferata legge di riforma che a giugno abrogheremo con il referendum. La Costituzione va difesa con le unghie e con i denti: non deve essere modificata, va solo applicata. Se i principi di parità e uguaglianza lì sanciti fossero stati applicati, forse oggi sarebbero le donne a governare questo paese
.

Teresa Mattei

 dall'Unità    - 31-05-2006
Noi, figli della Costituzione

Tappa culminante e risolutiva della battaglia per la difesa della Costituzione sarà il referendum del 25 e 26 giugno, al quale sarà sottoposta la riforma costituzionale voluta dalla destra.
Per la Costituzione del 1948 si tratta dell'ultimo appello prima della condanna definitiva. Per i cittadini si tratta dell'estrema possibilità di salvare la Repubblica costituzionale costruita in Italia come alternativa storica al fascismo.
Nell'intraprendere questa battaglia dobbiamo però avere chiaro qual è l'esatta situazione politico-istituzionale nella quale ci troviamo, e qual è il ruolo che il popolo è chiamato a svolgere. Siamo in uno stato di "Costituzione vacante" e il popolo è chiamato a svolgere un ruolo costituente.
Noi non siamo infatti più in Italia nella situazione in cui eravamo fino al 16 novembre del 2005, con una Costituzione ancora pienamente vigente e un progetto in corso per modificarla.. Oggi la Costituzione vive in regime di proroga, fino al referendum; ma almeno per quanto riguarda il Parlamento, nelle sue due Camere, essa è stata già cancellata - nella passata legislatura - e sostituita con un'altra, la cosiddetta Costituzione di Lorenzago, che il 16 novembre 2005 ha completato appunto il suo iter con l'ultimo voto del Senato. Essa abroga e sostituisce l'intera seconda parte della Costituzione del 48 e, come dimostrano i testi di questo libro, ne travolge inevitabilmente anche la prima parte con i suoi principi fondamentali, i suoi diritti e i suoi valori. Dunque noi siamo propriamente in un regime di eclisse costituzionale; la Costituzione formalmente c'è ancora, ma essa è stata ripudiata e delegittimata dalla parte - fino a poco fa - dominante della classe politica italiana, dai presidenti delle due Camere, dal presidente del Consiglio, dalla maggioranza parlamentare e anche dal sistema informativo che nel suo complesso ha oscurato l'operazione facilitandone il compimento; mentre nulla hanno potuto fare per difenderla gli altri poteri dello Stato, e nulla ha potuto la minoranza di centro-sinistra, al di là della sua ovvia e pur vigorosa opposizione in sede parlamentare. Dunque allo stato delle cose la Costituzione del 48 è già stata sconfitta al livello politico-istituzionale, benché non ancora a livello popolare. (..)
Se poi si mette insieme legge elettorale e nuova Costituzione, si vede come la prima realizzi in anticipo l'ideologia antiparlamentare della seconda. La suddivisione della Camera dei Deputati in due corpi distinti, che trova la sua origine nel momento elettorale, si prolunga infatti nella Camera disegnata dal nuovo assetto costituzionale, mediante una separazione funzionale e istituzionale dei due settori parlamentari, quello dei deputati di maggioranza e quello dei deputati di opposizione; i primi hanno "prerogative" (art. 64), gli altri hanno "diritti" (sostanzialmente limitati peraltro al diritto di tribuna); i primi decidono della fiducia o sfiducia al governo e possono designare un altro primo ministro, i secondi anche se votano a favore del governo non contano, i loro voti sono considerati contaminanti e non vengono computati perché non vengano a ledere le prerogative del governo e della maggioranza (art. 94); il rapporto tra governo e Parlamento è in realtà un rapporto di dominio esclusivo tra il primo ministro e il settore di maggioranza della Camera che è eletto con lui e dipende da lui, l'altro settore non potendo avere alcun ruolo nella ricerca di soluzioni alternative, che è la ragione per cui in questo nuovo sistema governo e Camera stanno insieme e cadono insieme, e il primo ministro sempre può sciogliere l'Assemblea (art. 88).
Questo processo di deterioramento costituzionale è andato di pari passo con l'indebolimento delle norme e degli istituti di garanzia. Basti pensare alla facilità con cui è stato aggirato l'art. 11 della Costituzione, mediante la soluzione puramente formalistica che è stata data al problema dell'invio di una forza di occupazione italiana in Iraq al seguito delle truppe di invasione anglo-americane, in continuità con un atto di aggressione e prima ancora di una qualsiasi acquiescenza dell'ONU ai fatti compiuti. Mentre non si è fatto alcun cenno alle garanzie procedurali che escludono la partecipazione a una guerra in mancanza della delibera e della dichiarazione dello stato di guerra (artt. 78 e 87 Cost.), la questione di sostanza è stata risolta con la dichiarazione del Consiglio Supremo di Difesa secondo cui la partecipazione italiana all'impresa sarebbe avvenuta in condizione di "non belligeranza".
Il deperimento della Costituzione, che si è massimamente manifestato durante tutto il corso del governo Berlusconi, ha avuto peraltro una più lontana origine nel riposizionamento del potere che si è intrapreso in Italia e in Occidente dopo la rimozione del muro di Berlino.
La situazione nella quale il popolo è chiamato a votare nel referendum, risulta dunque di tutti questi elementi. Cadute le linee di difesa del patto costituzionale, venuti meno i pastori posti a presidio dei cittadini, il popolo rimane ora l'ultimo depositario della legittimità costituzionale e l'ultima risorsa, l'ultima istanza in grado di salvare la democrazia rappresentativa nel nostro Paese. Esso è investito di un vero e proprio ruolo costituente. Non dovrà semplicemente "difendere" la Costituzione del '48, che la sua rappresentanza politica già gli ha sottratto, ma dovrà instaurarla di nuovo. Non dovrà solo sottrarla all'oscuramento cui oggi è condannata, ma riscoprirla e illuminarla come mai ha fatto finora. Proprio come la luce del sole, che non è mai tanto amata ed osservata come nel momento dell'eclisse, così potrebbe avvenire per la Costituzione in questi mesi, di rifulgere e farsi conoscere come mai era avvenuto nei decenni trascorsi.
In tal modo l'atto che il popolo compirà quando nelle urne ne respingerà la liquidazione, sarà un vero e proprio esercizio di potere costituente. Sarà lui, il popolo, che riprenderà in mano gli ideali del mondo nuovo che animarono i padri costituenti del 1947, e che i figli hanno lasciato cadere. Sarà lui che riprenderà ed eseguirà il mandato delle generazioni che attraverso l'esperienza dei fascismi e dei militarismi, da Danzica ad Hiroshima, avevano concepito l'alternativa del primato del diritto e del ripudio della guerra. Sarà lui a farsi nelle urne Assemblea costituente e a istituire di nuovo l'Italia come "una Repubblica democratica fondata sul lavoro".

Questo articolo è tratto dall'introduzione di Raniero La Valle al volume «Salviamo la Costituzione», a cura di Domenico Gallo e Franco Ippolito

 dal Manifesto    - 01-06-2006
Verso il Referendum

L'esito del referendum sulla riforma costituzionale e' tutt'altro che scontato. La vittoria del no e' decisiva per la democrazia, ma quanti sanno che ci sara' il referendum e in quale data e con quale quesito? Puo' sorprendere, ma perfino nel popolo delle primarie, tra quelli che fecero la coda per votare, abbonda l'ignoranza. Se gliene parlate si accendono d'interesse ma cio' stesso dimostra che ne avevano cognizione imprecisa.
Vogliono leggere qualcosa di chiaro, chiedono spiegazioni, ma intanto non sapevano, o almeno non abbastanza.
Si puo' affrontare in queste condizioni un referendum cosi' insidioso? Con procedura incostituzionale (l'articolo 138 usato per cambiare in blocco piu' di 50 articoli, invece che per fissare circoscritte correzioni a singoli articoli), il centrodestra ha imposto in Parlamento una deformazione dell'intera seconda parte della Carta, con evidenti conseguenze anche sui principi della prima parte. La devoluzione alle Regioni dei poteri su sanita' e scuola produrra' disuguaglianza tra i cittadini. Il bicameralismo perfetto sara' sostituito da un tricameralismo incasinato. Il Presidente della Repubblica privato dei suoi poteri decisivi. Gli stessi poteri attribuiti al futuro premier, che con lo scioglimento della Camera potra' ricattare la sua stessa maggioranza e godra' di una potesta' assoluta, confortato dall'acquiescenza di una Corte costituzionale addomesticata e limitato solo dall'impossibilita' di sciogliere il Senato. Se passa questa riforma l'Italia non sara' piu' una repubblica parlamentare e la sua democrazia sara' incrinata in modo irrimediabile.
Non e' una catastrofe che giunga inaspettata. La prima assemblea pubblica di allarme per la Costituzione e' stata tenuta a Firenze il primo marzo 2003, con la presenza del Presidente Scalfaro e dei costituzionalisti Elia, Pizzorusso, Allegretti e Grassi. E' cominciata li' l'avventura dei costituzionalisti di strada che hanno aperto la lotta per la difesa della Carta. Poi e' venuta Liberta' e Giustizia, poi tante esperienze di base, come la Carovana per la Costituzione, poi tutte le forze si sono unite nel comitato nazionale presieduto da Scalfaro, sostenuto dall'Arci e dalla partecipazione di esponenti sindacali. Sono anni ormai che queste forze si adoperano per parlare ai cittadini, senza tacere neanche i problemi piu' delicati, come la mancata attuazione delle intenzioni progressive contenute nella Carta.
Ma il compito e' impari. Con la sua potenza mediatica l'allora maggioranza ha attribuito al proprio intento demolitore la nobilta' di un disegno moderno e innovativo, mentre ha identificato come sterili conservatori i difensori della Costituzione.
E invece di rivendicare la piena attuazione dei suoi principi fondamentali non pochi esponenti dell'Unione sono stati ansiosi di apparire a loro volta innovatori e hanno fatto a gara nell'immaginare modifiche costituzionali, soprattutto in direzione di un rafforzamento dell'esecutivo.
A distanza di un mese scarso dal voto la situazione e' difficile. L'Unione ha vinto le elezioni, ma la televisione continua a servire il padrone precedente, che punta apertamente, e con stile sovversivo, a una rivincita immediata. La Lega portera' al voto tutti i suoi perche' con la devolution imprime il proprio marchio sulla legislatura. An condivide con Forza Italia l'opzione per il premierato assoluto come soluzione agli impacci della democrazia. E dalla nostra parte, invece di contrapporre il piu' deciso dei no, alcuni sostengono l'approccio leggero, come ha scritto Sartori, di un "ni" pieno di riserve e di aperture a nuove modifiche da concordare col centrodestra. Strana logica per affrontare una battaglia decisiva.
Noi costituzionalisti di strada abbiamo fatto e continuiamo a fare assemblee pubbliche in tutta Italia, dovunque veniamo chiamati dai gruppi della cittadinanza attiva. Ma almeno nell'ultimo mese e' necessario andare in televisione tutti i giorni. Noi sapremmo benissimo che cosa dire ma non abbiamo accesso. Ora c'e' un primo sondaggio sull'affluenza al voto e contraddice gli ottimisti che pensavano di aver gia' vinto: 27 al si' e solo 29 al no. Si puo' sperare che la paura cacci l'illusione e spinga al massimo dell'impegno?
L'Unione deve ottenere che la campagna referendaria entri tutte le sere nelle reti pubbliche e deve mandare a sostenere le ragioni del no solo chi ne ha la piu' ferma persuasione ed e' intenzionato a battersi nel modo piu' opportuno per informare e convincere gli incerti. Da parte loro, i sostenitori del "ni" potrebbero, fino al 25-26 giugno, dare prova della massima discrezione.

Francesco Pardi

 da Guglielmo Epifani    - 01-06-2006
Un appello per il Referendum

Il 25 e 26 giugno i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi sulla riforma costituzionale, approvata dalla maggioranza di centrodestra del precedente parlamento.
Il referendum, previsto dalla Costituzione, consegna al popolo sovrano la possibilita' di confermare o meno la riforma di importanti articoli della nostra Carta.
Il centrodestra approvo' la riforma a sola maggioranza. Il referendum rappresenta quindi l'occasione per dire un "no" forte e convinto a quella riforma, a quell'idea di "devolution", a quell'idea di divisione fra poteri che fuoriesce dai principi fissati dalla Costituzione, frutto della lotta di Resistenza e segno della riconquistata liberte' dell'Italia.
La Costituzione rappresenta l'identita' collettiva di un popolo e deve quindi scaturire da una condivisione ampia. Il centrodestra, invece, ha scelto di modificare da solo e in profondita' la nostra Carta, stravolgendone i principi ispiratori.
I cambiamenti introdotti minacciano l'universalita' di diritti fondamentali con la devoluzione, accentuano le differenziazioni fra zone ricche e povere del paese, attaccano la coesione e l'unita' nazionale, riducono le garanzie costituzionali, incidono pesantemente sui principi e i valori fondamentali della Carta, smantellando di fatto i fondamenti della Costituzione repubblicana.
60 anni fa il paese con l'Assemblea costituente mise il primo mattone della nostra Costituzione. A tanti anni di distanza essa e' piu' moderna che mai.
La sua prima parte mantiene inalterato il suo valore, soprattutto in quell'articolo 1 a noi tanto caro, perche' richiama il contributo fondamentale che i lavoratori hanno dato alla riconquista della liberta' e alla liberazione dalla dittatura nazifascista. Alcune altre parti possono essere riformate e corrette: piu' poteri alle regioni, ma con la cooperazione, non con la divisione; nuovo impulso al federalismo fiscale, non dimenticando mai quelle parti del paese che hanno meno reddito. Ritocchi alle prerogative e ai poteri del Capo del Governo, ma senza ridurre i poteri di garanzia del Presidente della Repubblica, il ruolo e la centralita' del Parlamento. Non colpire l'autonomia, la funzione della Magistratura, la liberta' e l'indipendenza dei magistrati, perche' l'equilibrio dei poteri e' la garanzia di ogni democrazia e di ogni liberta'.
C'e' bisogno in questi ambiti di una manutenzione riformatrice, che deve essere fatta dall'insieme delle forze politiche e sociali, per porre fine ad una troppo lunga transizione istituzionale.
Dire "no" al referendum rappresenta una scelta di unita', per gli interessi superiori del paese, per la tutela dei diritti, per l'estensione delle tutele, garanzie di uno stato moderno, inclusivo e che fa della coesione sociale un motore per la crescita e lo sviluppo.
La Cgil, da sempre, e' impegnata nel sostenere la partecipazione del voto popolare, segno di un diritto inalienabile e riconoscimento per le battaglie che hanno teso alla conquista di questo diritto.
Il referendum, a cui i cittadini, i lavoratori, i pensionati, i giovani, le donne saranno chiamati il 25 e 26 giugno sulla riforma costituzionale deve vedere una larghissima partecipazione e un netto risultato, necessari a cancellare il testo approvato nella passata legislatura.
Per questo la Cgil e' impegnata fortemente, con le proprie strutture e i propri militanti, ad un impegno straordinario, insieme al Comitato unitario per la difesa della Costituzione, presieduto dal Presidente Scalfaro, insieme a Cisl e Uil, perche' possa consolidarsi il cambiamento che il paese merita.
Il 25 e 25 giugno, votiamo "no" al referendum.
Per un'Italia piu' unita, piu' solidale, piu' coesa e piu' moderna.

 Dal Corsera    - 04-06-2006
Le promesse non contano


Le costituzioni non sono né di destra né di sinistra. O sono ben fatte (accettabili) o sono malfatte (inaccettabili). Il che sottintende che una costituzione dovrebbe essere giudicata secondo criteri funzionali. Funzionerà bene? Funzionerà male? Ma siamo in Italia. Guai a fare le cose nel modo giusto. Così la sinistra (da sola) ha votato una riforma federalista nel 2001; dopodiché la destra (da sola) ha modificato la riforma federalista della sinistra e, per di più, ha anche radicalmente modificato la forma di governo. A questo punto ci casca addosso il 25 giugno un referendum che dovrà approvare o rifiutare la Carta imposta a colpi di maggioranza blindata dalla destra sulla sinistra.

Ed è quasi inutile protestare osservando, come ho già osservato nel mio incipit, che le costituzioni non sono né di destra né di sinistra. Esattamente come non lo sono le medicine, o qualsiasi commestibile. La medicina rossa non esiste, così come non esiste la carne azzurra (Forzista) o il pesce democristiano. Eppure in Italia — ridiamoci sopra insieme — è così. Il mio editoriale del 27 maggio ha sollecitato parecchi interventi: di Barbera e Ceccanti, di Panebianco e Salvati e, ieri, di Bassanini ed Elia. Interventi che mettono a fuoco i preliminari del dibattito. Tra questi se sia il No (rifiuto) oppure il Sì (approvazione) a meglio garantire una ripresa costruttiva del processo di riforma costituzionale. Un dibattito che viene subito falsato dall’argomento che la vittoria del No darebbe il potere di bloccare tutto ai conservatori costituzionali a oltranza. Quacquaraquà a parte, chi sarebbero?

Esiste un volume curato da Bassanini nel quale 63 costituzionalisti dichiarano che la nuova Costituzione è «sbagliata» ma ritengono al tempo stesso che la Costituzione del ’48 debba essere migliorata e corretta.

L’altro giorno l’Associazione Italiana dei Costituzionalisti si è espressa nello stesso senso. Dal che si ricava che gli immobilisti costituzionali sono un’invenzione di comodo che fa comodo—cito per tutti il Tremonti inedito di ieri— per sostenere che bisogna «votare sì al referendum per non interrompere il cammino delle riforme». A me, confesso, il bidone sembra monumentale. Promettere che una Costituzione approvata in Parlamento e poi confermata da un referendum verrà subito dopo ritoccata è davvero una promessa a credibilità zero. Sì, è vero che d’un tratto i Berlusconi boys si dichiarano accomodanti e pronti a negoziare. Persino Bossi, figurarsi. D’un tratto perché sinora hanno fatto la faccia feroce. Pertanto, è di tutta evidenza che se ora si trasformano in agnellini è perché temono di perdere il referendum.

Ma se lo vincessero, direbbero subito che la volontà popolare è intoccabile. Come scrivono Bassanini ed Elia, «la priorità assoluta è la vittoria del No. In caso contrario prevarrebbe la conservazione di una riforma sbagliata e ingestibile». La vittoria del No, invece, non precluderebbe nulla. Cadrebbe il Federalismo 2 di Bossi; e anche se così resterebbe in vigore l’altrettanto sbagliato Federalismo 1 della sinistra, a questo effetto la sinistra largamente conviene, da tempo, di avere sbagliato.

Il No apre dunque una speranza credibile di buone riforme; il Sì ci inchioderebbe invece senza scampo a una Costituzione disastrosa.

Giovanni Sartori




 ilaria ricciotti    - 04-06-2006
Ho voluto scrivere vedendo Blob alcune frasi che sono state dette con molta naturalezza e convinzione da chi vuole demolire questa nostra Costituzione.
" I boiardi di stato sono tutti meridionali", "..Impegnarvi in battaglia perchè la padania sia indipendente", "Proclamiamo la padania una repubblica federale", "Non vogliamo sentire parlare i terrun", " Da padania subito a padania sempre, sempre", "Imbraccia il fucile e spara il cannon", " Noi marceremo verso ROMA LADRONA" e per finire la ciliegina di lor signori, il bon ton politico di coloro che siedono ancora in Parlamento" ORA CHE E' FINITA LA CARTA DEL CESSO C'E' LA COSTITUZIONE CHE FA LO STESSO".
A questo punto chiedo se è lecito che tutti gli italiani contribuiscano a pagare questi eleganti ed educati signori. Forse non sarebbe più giusto che i loro stipendi fossero racimolati dalle tasse dei cittadini padani che li hanno votati?

E' uno scandalo inaudito, inaccettabile ed ingiustificabile a tutti gli effetti. Bisogna che il Governo e la Magistratura provvedano.

 da Treccani scuola    - 05-06-2006
DALLA COSTITUENTE ALLA COSTITUZIONE

Sessant'anni ci separano dal referendum istituzionale e dalle elezioni per l'Assemblea costituente. Sessant'anni fa gli italiani (e le italiane, per la prima volta al voto) scelsero la forma repubblicana per la democrazia nascente dalle ceneri della dittatura fascista e della guerra ed elessero i propri rappresentanti nell'Assemblea deputata a redigere la nuova Costituzione repubblicana. Sessant'anni dopo, il 25 e 26 di giugno, gli italiani sono chiamati a esprimere con il voto l'ultima, decisiva parola sul primo tentativo di revisione della intera seconda parte della Costituzione, sul nuovo ordinamento della Repubblica approvato nella scorsa legislatura dalla maggioranza parlamentare. Un decennale non di poco conto, dunque, nel quale la celebrazione, con i suoi fini di diffusione della memoria delle origini e di conoscenza stessa del testo costituzionale, si intreccia con l'attualità politico-istituzionale. Mai come oggi, insomma, un anniversario è stato materia viva del discorso pubblico e di rilevantissime scelte affidate alla responsabilità dell'intero corpo elettorale. Ce n'è di che, per approfondire e discutere, da conoscere per deliberare.

Qui l'intero dossier Treccani

 da Articolo 21    - 06-06-2006
Appello di riviste di ispirazione cristiana

Anche per i cristiani del nostro Paese si avvicina un momento di grande responsabilità.
Per la prima volta dal 1946 il potere costituente torna al popolo. La Costituzione che ci governa dal 1948 è stata ripudiata da una parte del mondo politico italiano e dalla maggioranza delle vecchie Camere, e sulla " Gazzetta Ufficiale " è stata già pubblicata la nuova Costituzione, che se non è ancora entrata in vigore è solo perché il popolo si è riservato il diritto di respingerla col "no" nel referendum convocato per il 25 e 26 giugno. Questa chiamata alle urne non è pertanto una prova elettorale come le altre; si tratta di un referendum assolutamente eccezionale in cui i cittadini, divenuti essi stessi costituenti, devono decidere di nuovo dell'identità e del futuro della Repubblica.
Ciò che fu stabilito dall'Assemblea Costituente nel 1947 è infatti oggi rimesso in questione. Allora confluirono in quella decisione le tre grandi culture del Paese, quella cattolica, quella comunista e socialista allora strettamente unite, e quella laico-liberale; ma l'incontro e la sintesi di quelle tre culture fu talmente felice che non un pezzo della Costituzione per ciascuna, ma l'intera Costituzione è risultata perfettamente coerente a ciascuna delle tre ispirazioni. Perciò essa, scritta (e sottoscritta) da tutti, è anche la Costituzione di tutti ed ha compiuto il miracolo di unificare l'Italia e di permetterle di passare dalla arretratezza alla modernità, dalla miseria diffusa alla diffusa abbondanza di beni pur nelle sussistenti disparità, dalla dittatura alla democrazia e dalla guerra a una lunga pace. Con essa la guerra fu ripudiata; le filosofie e le dottrine politiche che avevano fondato la società sulla ineguaglianza per natura degli esseri umani furono rigettate e sostituite da una antropologia della pari dignità umana, per costruire un ordinamento di giustizia e di pace.
Se la Costituzione è di tutti, i cristiani hanno delle particolari ragioni per rivendicarne i contenuti e difenderla. Non solo perché vi concorsero nel sacrificio che la precedette e nella elaborazione che ne fissò i principi e le norme nell'Assemblea Costituente, ma perché il patrimonio che vi è rappresentato evoca i più alti valori della vita cristiana: dal fondamento del lavoro su cui è stabilita la Repubblica alla centralità della parola che si esprime nel Parlamento, dal primato della pace alla conversione dei poteri in "funzioni" e servizi per il bene comune, dalla pacificazione con la Chiesa cattolica alla laicità e alla libertà religiosa. Nell'enciclica "Pacem in terris" di Giovanni XXIII la Costituzione, come carta dei diritti e regola dei rapporti tra cittadini e poteri pubblici fu celebrata come un "segno dei tempi", cioè come una delle conquiste storiche in cui costruzione umana e ordine voluto da Dio si parlano e si incontrano.
Se nella ordinaria vita politica i cristiani sono presenti e agiscono senza esibire la loro peculiare identità, vi sono circostanze che possono esigere un atteggiamento diverso. Quando, come in occasione di questo referendum, sono in gioco e per un lungo tempo futuro i fondamenti stessi e i valori supremi della convivenza civile, non c'è ragione per cui dei cristiani non debbano assumere a viso aperto le difese della Costituzione, impegnandovi tutta la loro responsabilità. Del resto, se nella storia del nostro Paese hanno svolto, in diverse forme, un ruolo di rilievo le tradizioni del cristianesimo democratico e del cristianesimo sociale, oggi sembra del tutto opportuno e necessario che emerga un'iniziativa di " cristiani per la Costituzione ", per salvarla nel momento in cui è "aggredita".
Vero è che tale aggressione viene negata, perché quella che viene rimossa e sostituita dal testo di Calderoli e degli altri quadrunviri riunitisi a Lorenzago è solo la seconda parte della Costituzione, e quindi sarebbero fatti salvi i principi e i diritti fondamentali della prima. Ma le due parti della Costituzione sono speculari e necessarie l'una all'altra: la prima parte è una struttura a piramide rovesciata, avente al primo posto i diritti e i doveri del cittadino nella sua individualità, e poi via via del cittadino in rapporto alla famiglia e alla scuola, quindi in rapporto alla sfera economica e infine in rapporto a quella più ampia del mondo politico; la seconda parte, in base allo stesso schema, comincia col Parlamento, in corrispondenza al primo articolo proclamante la sovranità popolare, per svilupparsi poi nella definizione degli altri istituti in cui coerentemente doveva concretarsi l'organizzazione statale unitaria della società. In tal modo la seconda parte risulta attuazione, strumento e garanzia della prima. Ora nella riforma promossa dalla Lega e varata da tutto il centrodestra sotto il nome riduttivo e fuorviante di " devolution ", questo rapporto viene rotto. Il Parlamento è travolto, la vita della Camera è condizionata a quella del governo, la rappresentanza popolare è smembrata in una maggioranza dotata di tutti i poteri e una minoranza senza diritti, i cui voti nemmeno verrebbero contati nelle votazioni di "sfiducia costruttiva", l'unità nazionale che comporta pari opportunità per tutte le regioni è compromessa e gli istituti di garanzia sono snaturati e mortificati. In particolare il Presidente della Repubblica non avrebbe neanche il potere di salvare la Camera dallo scioglimento che il Primo Ministro potrebbe decretare in ogni momento mandando a casa i deputati a suo piacimento; verrebbe istituita la figura sovrana e incondizionata del capo del governo, vero padrone "determinante" della politica nazionale e del Paese intero. Tutto ciò di cui si è discusso in queste settimane per l'attribuzione dei nuovi ruoli istituzionali e di governo, diverrebbe con la nuova Costituzione privo di senso, perché un solo potere personale sarebbe instaurato e garantito e nessuna vera opposizione potrebbe essere esercitata in corso di legislatura. L'identità dell'Italia e il suo ruolo nel mondo sarebbero decisi da una persona sola, e il popolo non potrebbe influirvi facendo valere le sue radici, la sua civiltà e la sua cultura.
La difesa della Costituzione vigente non vuol dire peraltro che singole sue disposizioni o istituti non possano essere modificati se necessario; ma in ogni caso deve essere salvaguardato il costituzionalismo interno e internazionale nelle sue acquisizioni irrinunciabili.
Perciò noi riteniamo che sia necessaria una forte mobilitazione dei cristiani contro questa riforma, anche attraverso la partecipazione a una grande manifestazione nazionale unitaria di tutto il fronte democratico per il "NO" al referendum del 25 giugno. E dopo il referendum pensiamo che debba restare alta l'attenzione dei credenti perché ai valori della Costituzione non sia inferta alcuna ferita, e perché l'amore della pace, dell'unità, della libertà e dei diritti torni sempre a rinascere.

La sottoscrizione resta aperta a singoli e realtà che vi si riconoscono attraverso l'invio dell'adesione a: costituzione@mclink.it

 da Gildains    - 08-06-2006
Il parere del costituzionalista : intervista con il professor Giovanni Tarli Barbieri*

In questa legge, una concentrazione anomala e potenzialmente pericolosa di potere politico in un soggetto e mera apparenza la devolution .

Professor Tarli Barbieri, quale valutazione esprime il costituzionalista della revisione costituzionale su cui il corpo elettorale si pronuncerà con il referendum i prossimi 25 e 26 giugno ?

Diciamo che i rilievi si fondano sul metodo e sui contenuti.
Rispetto al metodo, occorre ricordare che esso mutua una scelta già anticipata dal Centro sinistra nel 2001, con la Riforma del Titolo V , per cui la Riforma della Costituzione non viene più considerata come terreno da condividere, ma come un’ azione della sola maggioranza di turno che fa proprie le riforme.
Fino a quel momento, le riforme costituzionali erano state fatte sempre con il consenso delle minoranze.
Tuttavia, questo indubbio errore del Centro sinistra non può legittimare un successivo, più grave errore, anche perché la Riforma del Titolo V , riprende soluzioni della Commissione Bicamerale “D’Alema”, su cui il Polo aveva espresso un consenso, poi “revocato” in seguito all’accordo con la Lega Nord. Poi, questa riforma era stata approvata con il consenso delle Regioni, allora governate in maggioranza dal Centro destra .

Quali sono i contenuti di questa legge?
Vediamoli in sintesi.
1) Il Bicameralismo. Si tratta di un tema ormai sul tavolo delle riforme già dagli anni settanta, poiché è giudizio ampiamente condiviso che il nostro assetto del Parlamento, articolato su due Camere con le stesse funzioni, non è razionale.
Peraltro, il tema dell’assetto del Parlamento è cruciale anche nell’ottica della valorizzazione delle Regioni: è noto, infatti, che negli ordinamenti federali una delle due Camere rappresenta le autonomie.
Se questo è vero, però questa legge non pone soluzioni, infatti, il Senato federale della Repubblica è una Camera a suffragio universale che non ha collegamenti con le Regioni ( il 127 ter prevede canali di collegamento molto blandi).
2) Il procedimento legislativo. Il progetto su questo punto presenta un inestricabile guazzabuglio. Il procedimento legislativo seguirebbe percorsi diversi a seconda della materia del progetto di legge. Si tratta di una scelta sbagliata e pericolosa, dato che i progetti di legge quasi mai disciplinano una singola materia ma fenomeni spesso complessi che, come tali, attraversano più ambiti materiali.
Inoltre, il Senato sarebbe coinvolto massicciamente nel procedimento legislativo, avendo competenza prevalente su numerose materie, pur non essendo una Camera “politica” ma, almeno apparentemente “territoriale”. Per ovviare a questo “inconveniente” il “nuovo” art. 70 attribuirebbe al Capo dello Stato la possibilità di autorizzare il Governo, in ultima analisi, a “espropriare” il Senato del potere decisionale per trasferirlo alla Camera dei deputati: anche in questo caso, il sistema appare assai farraginoso e discutibile.
3) Forma di governo. Il modello proposto non ha eguali nel diritto comparato,
poiché esalta eccessivamente le prerogative del primo Ministro che non sarebbe eletto direttamente dai cittadini ma risulterebbe collegato ad una lista (o a più liste) di candidati.
Oltre a vedersi riconoscere forti prerogative nel procedimento legislativo (così, in particolare, la possibilità di chiedere il “voto bloccato” su una proposta del Governo e di porre la questione di fiducia) egli avrebbe il potere di scioglimento della Camera dei deputati salvo alcune eccezioni nelle quali sarebbe consentito alla maggioranza parlamentare (peraltro solo se corrispondente alla maggioranza di parlamentari collegata al Primo ministro) di esprimere un nuovo Premier.
Si tratterebbe quindi di un’innovazione tale da qualificare il Primo ministro come soggetto immediatamente investito del potere, tale da controllare e, ancor più, da dominare la propria maggioranza. Come ha esattamente osservato di recente il prof. Onida, l’esito sarebbe una concentrazione anomala e potenzialmente pericolosa di potere politico in un soggetto.
4) Il Titolo V. La Riforma del Centro sinistra del 2001 è stata una brutta riforma, perché ha determinato un aumento dei casi di contenzioso, ma anche perché non è stata poi attuata nella legislatura appena conclusa. Ed anzi, il Governo di centro destra ha impostato la propria azione su criteri molto centralistici.
Questa legge in un certo senso migliora la situazione perché, da un lato, ricolloca allo Stato materie che prima erano di competenza delle Regioni, e, dall’altro, introduce la Devolution, cioè la competenza esclusiva alle Regioni in alcune non irrilevanti materie (sanità, scuola, polizia amministrativa regionale e locale).
Ma tale competenza assai impropriamente si potrebbe definire “esclusiva” non solo perché in queste stesse materie lo Stato conserverebbe titoli competenziali a loro volta “esclusivi” (si pensi, in materia di scuola, alle “norme generali sull’istruzione) ma perché tutte le leggi regionali sarebbero sottoposte al limite dell’interesse nazionale. Se tale limite sarà interpretato come lo era prima della riforma del 2001, la devolution rischierà di essere poco più di una mera apparenza.
( a cura di Renza Bertuzzi)

* Giovanni Tarli Barbieri è docente di Diritto costituzionale presso l’ Università di Firenze

 da Gildains    - 08-06-2006
Abbiamo chiesto all’ Avvocato Francesco di Matteo, responsabile del Comitato Dossetti per la Costituzione di Bologna di spiegarci tutti gli aspetti della Legge di revisione costituzionale su cui tutti i cittadini dovranno pronunciarsi al Referendum del 25 e del 26 giugno.
Ecco la sua ampia e approfondita analisi.


“Votare NO perché la nostra comunità nazionale non regredisca in modo irreversibile e profondamente lacerante” .

Il progetto

Il progetto di legge costituzionale approvato dalla Camera dei deputati, in seconda votazione, con la maggioranza assoluta dei suoi componenti, nella seduta del 20 ottobre 2005, e dal Senato della Repubblica, in seconda votazione, con la maggioranza assoluta dei suoi componenti, nella seduta del 16 novembre 2005, con maggioranze inferiori ai due terzi dei membri di ciascuna Camera, maggioranze racchiuse esclusivamente all’interno di quella espressa dal voto elettorale 2001, che ha dato vita al governo della Casa delle libertà presieduto dall’on. Silvio Berlusconi , porta un titolo significativo : “ Modifiche alla Parte II della Costituzione ” .
Tale progetto riscrive ben cinquantaquattro (54) articoli sugli ottantacinque (85) che compongono la II Parte .
In pratica, è stato sostituito l’intero “ ordinamento democratico ” vigente.
E’ falso affermare o ritenere che una tale “ controriforma ” della Costituzione non tocchi la I Parte, lasciando così immutati i diritti e le libertà dei cittadini.
E’ al contrario vero che la I Parte riconosce le libertà e pone dei principi che possono trovare realizzazione effettiva soltanto attraverso le regole contenute nella II Parte.
Conseguentemente, sostituendo l’ “ ordinamento democratico ” prefigurato dai Costituenti con un altro tipo di ordinamento, realizzato sotto la spinta di orientamenti politici e culturali profondamente differenti da quelli che avevano animato i Costituenti, si viene a incidere in modo radicale sui principi affermati nella I Parte.
Gli effetti
E’ stata modificata la “ forma di Governo ” e cancellata la “ centralità del Parlamento ” , organo attraverso il quale si dovrebbe esprimere la “ sovranità popolare ” in forma rappresentativa.
In tale modo si viene a incidere profondamente sulla natura e sulla sostanza del “ principio democratico ”

Parte I della Costituzione
La ferita al “ principio democratico ” si riflette immediatamente sul sistema dei diritti e delle libertà dei cittadini che sono riconosciuti in via di principio nella I Parte della Costituzione, mentre i confini concreti dei diritti e delle libertà sono rimessi al legislatore ordinario.
Ad esempio, per quanto riguarda la I Parte della Costituzione :
- l’art. 13, primo comma, in materia di detenzione, perquisizione e altra restrizione alla libertà personale, lascia alla legge ordinaria di disciplinarne i casi e i modi ;
- l’art. 14, in materia di inviolabilità del domicilio lascia poi al legislatore ordinario la disciplina dei casi e dei modi per eseguire ispezioni e sequestri;
- l’art. 15, in materia di limitazioni alla segretezza della corrispondenza e di ogni altra comunicazione, rimette alla legge ordinaria la disciplina;
- l’art. 16, in materia di libertà di circolazione e di soggiorno da parte dei cittadini dentro il territorio della Repubblica, lascia al legislatore ordinario di disciplinarne le limitazioni;
- l’art. 23, in materia di prestazioni personali e patrimoniali, rinvia la disciplina alla legge ordinaria.
Lo stesso “ principio del ripudio della guerra ” , che costituisce il nucleo duro del principio internazionalista o supernazionale, sebbene affermato in modo categorico e solenne dall’art. 11 della Costituzione, trova la sua garanzia di effettività soltanto nella II Parte , laddove è affidato alle Camere ( art. 78 ) il compito di deliberare “lo stato di guerra” , e quindi di impedire che il nostro paese sia coinvolto in una avventura bellica quando non ricorra il presupposto costituzionale della difesa della patria ( art. 52 ) , e di autorizzare la ratifica dei trattati internazionali ( art. 80 ) , attraverso i quali passano scelte dirimenti in tema di pace e di guerra.
E cosa resta dei diritti e delle libertà sanciti dalla I Parte, formalmente intatti, quando le “ leggi ordinarie ” sono nelle mani di una Camera che il Primo ministro comanderà a bacchetta, ricattandola con la minaccia di scioglimento anticipato ?

Parte seconda della Costituzione
La nuova “ forma di Governo ” prevede l’ “ abolizione del voto di fiducia ” .
Assume la carica di Primo ministro il candidato collegato a un partito o a una coalizione che abbiano raccolto più voti.
Sia il Presidente della Repubblica sia le Camere avrebbero un obbligo verso di lui.
Il Presidente della Repubblica perderebbe così il suo “ potere di nomina ” secondo l’art. 92 della Costituzione.
I Parlamentari avrebbero in tal modo un “ vincolo di mandato ” contro l’art. 67 della Costituzione.
Il Premier potrebbe sempre ottenere lo scioglimento della Camera.
Qualora il Premier presentasse alla Camera una legge da lui ritenuta essenziale alla realizzazione del suo programma e la Camera non l’approvasse, il Premier avrebbe il potere di sciogliere la Camera con un “ tutti a casa ” .
Qualora la maggioranza lo sfiduciasse, seguirebbe lo scioglimento della Camera.
La cosiddetta “ piccola sfiducia costruttiva ” ( mozione con il nome di un nuovo Primo ministro ) , che si sostiene sarebbe stata prevista per evitare lo scioglimento, è disciplinata in modo da renderla impraticabile .
Deve essere presentata e sottoscritta dalla metà più uno dei Deputati, ma ( fare attenzione ) tutti appartenenti al partito o alla coalizione formanti la maggioranza eletta con il Premier ( gli altri parlamentari non contano ) .
Al Premier sarà sufficiente assicurarsi la fedeltà illimitata di una piccola fazione minoritaria per rimanere in sella e chiedere lo scioglimento.
Il Premier può così rimanere a Palazzo Chigi per un quinquennio se ha con sé un modestissimo manipolo di fedelissimi .
Il Premier diviene “ assoluto ” , ispirato a quella tendenza plebiscitaria che , com’è stato detto, spinge a “ tradurre il potere sovrano degli elettori in una delega del medesimo al Primo ministro eletto ” .
Trattasi di una vera e propria eresia antidemocratica.
Se i Deputati devono decidere sotto il continuo ricatto dello scioglimento, la Camera è ridotta ad un organo di pura registrazione della volontà del Governo.
E’ la novità più incostituzionale e pericolosa.
Cadono i pesi e i contrappesi al “ potere esecutivo ” .
Presidente della Repubblica e Parlamento sono del tutto privi di poteri autonomi e di controllo.
La cosiddetta “ devolution ” , che impropriamente dà il nome alla legge costituzionale oggetto del referendum e che con particolare malizia ha nascosto la ben più grave sostanza di detta legge riguardante la “ forma di governo ”, aumenta ulteriormente i “ poteri legislativi esclusivi ” delle Regioni, non solo in materie essenzialmente “ nazionali ” , come scuola e sanità, ma anche “in ogni altra materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato”.
Si opera in tal modo una “ secessione di fatto ” nelle “ zone ” costituzionali di uguaglianza e si forza la mano sui grandi sistemi nazionali.
Scuola e Sanità sono materie che attengono ai diritti sociali.
Per tutti e due questi diritti le prestazioni da offrire per assicurarne il godimento non possono subire differenziazioni, perché violerebbero il “ principio di uguaglianza ”.
Si avrebbe un ipotesi di violazione certa anche del “ principio di solidarietà ” di cui all’art. 2 della Costituzione.
L’idea stessa di “ uguaglianza giuridica ” dei cittadini stabilito dall’art. 3 della Costituzione verrebbe contraddetta palesemente e il processo di realizzazione dell’ ” uguaglianza di fatto ” delineato dall’art. 3 della Costituzione sarebbe relegato al rango di una morta utopia.
Ci troviamo a rischiare così la “ secessione dei diritti ” e la “ frattura fiscale ” tra Nord e Sud del Paese.

Vi è poi addirittura una norma che facilita la frammentazione territoriale di Regioni e Comuni.
Quella per cui al referendum per “ formare nuove regioni ” possono partecipare soltanto “ i cittadini residenti nei comuni e nelle provincie di cui si propone il distacco dalla regione ” esistente.
Si tratta dell’art. 53, commi 13 e 14, del progetto di legge costituzionale che sarà sottoposto a referendum, che farebbe saltare per cinque (5) anni le precise garanzie costituzionali richieste in materia dall’attuale art. 132 della Costituzione.
Le minacce all’unità nazionale che derivano dalla cosiddetta “ devolution ” sono reali.
Qualora siano approvate, dobbiamo aspettarci un uso molto esteso dei poteri legislativi esclusivi da parte delle Regioni del Nord.
La realizzazione della “ devolution ” dipenderà, infine, soprattutto dalla composizione della maggioranza di Governo.
La Lega , ove insediata al Governo, potrà sempre paralizzare gli interventi per la “ tutela dell’interesse nazionale ” e quelli per far valere la “ clausola di supremazia statale ”, finalizzati a mantenere i livelli di prestazioni essenziali per la effettività dei diritti civili e sociali.
Perché chi avrà l’iniziativa sul pregiudizio eventuale arrecato da una legge regionale all’ “ interesse nazionale ” della Repubblica sarà esclusivamente il Governo.
Il superamento del “ bicameralismo paritario ” avviene, poi, con la proposta di un modello, il Senato federale, incoerente con le caratteristiche di una Camera regionale, sia per struttura, sia per essere “ superregionale ” nelle funzioni.
Uno “ Stato delle autonomie ” , sia pure sbilanciato da una denominazione “ federalista ” attualmente irreale, che sia coerente con la forma di stato democratico non può che connotarsi come “ cooperativo e solidale ” in antitesi a una separazione tra Stato centrale e poteri locali.
Per tale forma di “ Stato delle autonomie ” si pone il problema della creazione di una sede parlamentare nella quale realizzare la rappresentanza del sistema locale, al fine di assicurare sia una prassi dei rapporti centro - periferia non esposta al tradizionale e continuo rischio di riprodurre forme di accentramento, sia una leale collaborazione delle autonomie ad un governo unitario e solidale della comunità nazionale.
I detti fini tra loro complementari sono raggiungibili con la trasformazione del “ bicameralismo paritario ” in un bicameralismo che veda, accanto alla Camera nazionale una seconda Camera, presumibilmente il Senato, costituita come camera territoriale.
Secondo le migliori teorie costituzionali una Camera di questa natura non può essere né eletta direttamente dal popolo, né mista di rappresentanti popolari e di rappresentanti delle autonomie, ma deve essere costituita da rappresentanti in carica presso le Regioni e deve disporre di funzioni e di competenze non equivalenti ma convergenti con quelle dell’altra Camera.
Il Senato federale proposto dal disegno di legge costituzionale in esame non risponde affatto a questa natura.
Non vi risponde per la struttura, che resta elettiva, né per le funzioni, che sono inammissibilmente superiori, in casi importanti, a quelle della Camera nazionale, proprio laddove sarebbe richiesto, come nel caso delle competenze concorrenti e del contrasto con l’ “ interesse nazionale ”, che la decisione finale spettasse a quest’ultima.
La spiegazione di un modello tanto incoerente con l’essenza di una Camera regionale non può che ricondursi alla volontà della Lega, che ha fortemente influito su queste decisioni, di predisporre non dei meccanismi di garanzia contestuale dell’autonomia e dell’unità nazionale, ma degli strumenti conflittuali e dissolutori di un’autentica collaborazione centro - periferia.
Il riflesso grave di tale impostazione si ha nell’ampliamento della quota di membri della Corte Costituzionale di nomina parlamentare, elevati da cinque a sette, che accentua la politicizzazione della Corte e tende a farne un organismo soggetto alle tensioni in senso conflittuale provenienti dal sistema regionale, anziché espressione di equilibrio tra componente centrale e componente periferica, e soprattutto Giudice supremo dei diritti .

Rivedere o no la Costituzione ?

Il potere di revisione della Costituzione è previsto nella stessa all’art. 138.
Il modello che ci è stato consegnato dai Costituenti prevede la necessità di una ampia condivisione, tra maggioranze e opposizioni, su argomenti da revisionare e sulle soluzioni da dare.
E’ , infatti , prevista una maggioranza qualificata per l’approvazione di leggi costituzionali di revisione ( due terzi ) e una doppia lettura parlamentare rispetto alla discussione in materia di leggi ordinarie.
Ma la necessità dell’ampia condivisione viene sottolineata ancor più dalla possibilità di ricorrere al “ referendum oppositivo ” , nel caso la legge costituzionale di revisione sia approvata da una maggioranza inferiore a quella qualificata, da parte o di un quinto dei membri di una delle Camere o di cinquecentomila elettori o di cinque Consigli Regionali.
L’ampia condivisione è inoltre garantita dal fatto che la legge sottoposta a referendum non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi , senza che ricorra in questo caso l’ulteriore elemento normale per altri tipi di referendum, della partecipazione al voto almeno della metà più uno degli aventi diritto.
Ciò significa che una legge costituzionale non condivisa da almeno i 2/3 dei componenti di ciascuna Camera può essere sottoposta alla valutazione dei cittadini e che anche un numero minimo di partecipanti al referendum contrari all’approvazione determinino la decadenza della legge costituzionale proposta.
Le leggi di revisione non sono leggi di modifica e cioè per “ dare forma nuova a ciò che già esiste ” .
Il “ potere costituente ” si è già esaurito con la promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana vigente.
Ogni legge di revisione costituzionale, pertanto, può operare un intervento di cosiddetta “ manutenzione ” della Costituzione data solo nell’ambito dei principi, dei valori e dell’ordinamento della Costituzione stessa, vale a dire nel quadro dei “ poteri costituiti ” .
Non può, pertanto, stravolgerla, modificarla, ma può soltanto aggiornarla coerentemente allo schema costituzionale che la Costituzione stessa ha già stabilito per sempre.
La nostra Costituzione non è affatto datata o superata o venuta meno.
Essa costituisce uno degli esempi più luminosi di costituzione scritta e aspetta non soltanto di essere puntualmente e costantemente attuata ma di realizzare quella forte energia programmatica e evolutiva della nostra comunità nazionale come mirabilmente essa stessa prevede.

Perché votare no al Referendum

Semplicemente per impedire che una proposta di legge costituzionale che sovverte l’ordinamento democratico parlamentare vigente, concentrando tutti i poteri sovrani nella figura del Primo ministro, e attenta in modo drammatico all’unità e alla indivisibilità del paese possa far regredire la nostra comunità nazionale in modo irreversibile e profondamente lacerante .
( A cura di Renza Bertuzzi)

 Aldo E. Quagliozzi    - 12-06-2006
Dalla “ Lettera “ dello scrittore e giornalista Ettore Masina “ Nostra madre la Costituzione “- seconda parte

“ ( … ) 4 La Costituzione fu dunque scritta in un momento fatale della storia italiana, anzi il più importante, quello in cui dolore e speranza fecondarono il futuro, tracciando scelte che non erano generazionali perché partorite dai grembi più profondi delle nostre culture. Per la prima volta tutti i cittadini sopra i 21 anni (e non solo i benestanti, e non solo i maschi) avevano potuto scegliere le persone chiamate a esprimere le loro convinzioni e aspirazioni. Sino a quel momento lo Stato italiano, i poteri pubblici, i diritti e i doveri dei cittadini, dunque i valori alla base della convivenza nazionale erano stati definiti dallo Statuto albertino. Era una costituzione scritta per un piccolo regno, quello di Sardegna, per un popolo di analfabeti e una frazione di dotti e di sapienti; ma era, soprattutto, un documento calato dall’ alto, dalla benevolenza di un grazioso sovrano; e per questo, per la loro gelosa proprietà, i discendenti di Carlo Alberto avevano tranquillamente potuto violarlo sino al grande tradimento del 1922.
Nata dai rappresentanti di tutti i cittadini, la Costituzione repubblicana fu posta nelle mani del popolo: nelle nostre mani.

5 Negli anni seguiti alla sua proclamazione, la Carta fondamentale dello Stato e la Corte chiamata a interpretarla hanno svolto una funzione preziosa, anche se l’informazione al riguardo è purtroppo stata assai scadente e il tentativo di dare vita a una educazione civica che fosse cultura costituzionale, è stato vanificato dalla stolidità di certa burocrazia e dalla pochezza intellettuale ed etica di certi cosiddetti statisti. Decine di norme che pretendevano di regolare disinvoltamente, per così dire, la vita dello Stato, i diritti dei cittadini, la sicurezza sociale eccetera sono state bloccate dalla Corte e i legislatori costretti a riscriverle. Di più: quando vi sono stati più o meno palesi attacchi alla democrazia, “tintinnio di sciabole” (per usare una formula famosa) od altre tentazioni di “eccezionalità”, la maggior parte delle forze democratiche ha potuto serenamente opporsi a qualunque tentazione autoritaria, richiamandosi con forza al dettato della Costituzione e convocando attorno ad esso la solidarietà dei cittadini. Proprio per questa ragione la Costituzione non piace a Berlusconi.
Fino a qualche tempo fa pensavo che il Cavaliere guardasse alla Costituzione con fastidio, come per un vecchio mobile che contrasta con la modernità di altri arredi. Avrei giurato che la Costituzione, lui, non l’aveva mai letta. Adesso, dopo i discorsi sul possibile ritiro dei suoi parlamentari dalla Camere, sul marciare su Roma, sulla lotta nelle piazze ho mutato parere. Il vecchio adepto della P2 non ha mai dimenticato il “Piano Gelli”: il cui primo presupposto è la rielaborazione della Carta per ridurre il controllo dello Stato e del Parlamento sui poteri economici. Vuole una repubblica presidenziale, quale la riforma prevede perché, certo di tornare al governo, non vuole impedimenti all’esercizio del proprio potere. Mentre tutti i commentatori politici, mi pare, scrivono che Berlusconi è costretto a battersi nella battaglia referendaria dalla necessità di non perdere il sostegno dei leghisti, io penso che il sostegno dei leghisti gli interessi proprio perché anche loro vogliono il cambio della Costituzione. Negli ultimi giorni, anzi, li ha spinti a non tentare trattative con gli avversari.

6 Nella loro battaglia per la devolution, i leghisti non sono, un fenomeno eversivo soltanto italiano, tanto meno nuovo. Dovunque via sia un’entità statale nei cui confini sussistano aree di differente ricchezza, l’ottusità di un egoismo di massa preme verso una secessione. I discorsi fatti a Verona o a Varese sulle aree produttive costrette a trainare quelle dei ladroni o degli infingardi, sono soltanto linguisticamente diversi da quelli che risuonano ai bordi dei campi da golf di Sâo Paulo, locomotiva del miracolo brasiliano. Il frazionamento della Federazione Jugoslava reca lo stesso marchio di violenza e di superbia, di disprezzo per la solidarietà. Nonostante le tensioni del nostro tempo lo dimostrino giorno dopo giorno, la tentazione di alzare muri di separazione è vastissima. La Lega crede di poterne iniziare la costruzione, immiserendo l’unità nazionale. I suoi sostenitori, i ricchi che vogliono godersi in toto il proprio benessere, non conoscono la storia e non vogliono conoscerla. Del resto, se passa la devolution, la storia potranno riscriverla a proprio uso e consumo nelle “loro” scuole. Chissà se citeranno i soldi del Banco di Napoli trasferiti al Nord, appena realizzata l’unità d’Italia, per finanziare l’industrializzazione del Piemonte e della Lombardia, e la forza-lavoro del Sud costretta a emigrare in paesi lontani o risalire la Penisola in condizioni di inermità. Viene da piangere quando si considera la differenza fra gli antichi e i modernissimi costituenti, dominati questi ultimi dalla ferocia di un capitalismo dialettale e senza etica.

7 Il NO al prossimo referendum (quest’occasione così rischiosa perchè ogni astensione dal voto conterà, di fatto, come un SI’ alla costituzione “riformata” secondo Berlusconi, Bossi e Casini) è dunque un voto rinnovato alle scelte di libertà, di giustizia, di solidarietà che l’Italia fece dopo l’esperienza del fascismo, di una guerra terribile e di una coraggiosa resistenza al razzismo. Mai come questa volta il Paese è chiamato ad essere fedele ai momenti più alti della propria storia.
E non basta. Man mano che si va verso la data del referendum, i due poli, incerti sui risultati, propongono trattative. Da varare prima del voto, dice Bossi, da non escludere, ma dopo, dicono gli arciprudentissimi olivetani, Ogni possibilità d’accordo non è di per sé scandalosa. Ma la fedeltà al nostro passato sarà tanto più garantita quanto più il voto contrario allo stravolgimento non sarà una bandiera sventolata da una esigua parte di cittadini. Ettore Masina “

 dall'Unità    - 12-06-2006
Tutti i sì dei no

C'era una volta un signore che amava indossare (e far indossare) una divisa confezionata in orbace nero. Ogni tanto si affacciava ad un balcone o trebbiava il grano. E ogni volta gonfiava i muscoli e induriva le mascelle. Voleva comandare tutto da solo.
Durò circa vent'anni, durante i quali combinò anche qualcosa di buono (difficile sbagliarle tutte in un così lungo periodo...). Ma alla fine portò alla rovina il suo Paese: l'Italia.
Dopo i disastri del fascismo, gli italiani si dissero che bisognava evitare - in futuro - che potesse ancora esserci un uomo solo al comando. Fu così che 556 eletti dal popolo, uomini e donne di diversi orientamenti (democristiani e comunisti, socialisti e liberali, repubblicani e azionisti, credenti e non...), si riunirono in un'assemblea costituente, lavorarono sodo per 18 mesi e alla fine elaborarono insieme - raggiungendo un accordo di altissimo livello - una legge-base: la Costituzione repubblicana del 1948.
Obiettivo della Costituzione è tenere insieme libertà ed eguaglianza, mediante un progetto di stato condiviso da tutti, fondato su regole eguali per tutti, senza che a prevalere siano rapporti di forza a vantaggio di qualcuno. Il progetto è quello di una democrazia emancipante, dove lo «status» del cittadino comprende non solo il diritto di voto, ma pure il diritto a condizioni di vita decorose: anche per i disoccupati, gli anziani, i malati, i meno protetti. I principi di giustizia distributiva sono così principi codificati, consacrati nella carta fondamentale. Perciò le politiche per realizzarli sono dovute, non più negoziabili.
Questa la novità "rivoluzionaria" del costituzionalismo moderno. Una novità oggi in pericolo. Perché si profilano diffusi tentativi di chiudere questa stagione e di ritornare ad un vecchio modello: in forza del quale lo status e le libertà dei cittadini (e degli immigrati) tendono a dipendere non tanto dalle regole, quanto piuttosto dai rapporti di forza. In questo quadro va inscritta anche la tendenza, ormai diffusa, ad operare perché la Costituzione sia riformata.
In realtà, la Costituzione vigente gode ancora di ottima salute. Essa disegna un sistema in cui c'è sempre qualcuno che controlla qualcun altro. Pesi e contrappesi, per evitare - nel cupo ricordo delle tragedie causate dalla dittatura fascista - la "primazia" (o supremazia) di un potere sugli altri. Questo sistema democratico ha funzionato e chi ha avuto volta a volta la maggioranza ha potuto governare come voleva. Eppure, è di moda dire che la Costituzione è un ferro vecchio, da cambiare.
Nella legislatura appena conclusa ci hanno pensato 5 "saggi". Riuniti per pochi giorni in una baita di montagna, fra polenta e buon vino, hanno escogitato varie novità, poi rapidamente approvate dalla maggioranza di centro-destra. Il Capo dello Stato perde il potere di sciogliere le Camere. Le Camere - alla fin fine - di fatto possono «licenziare» (sfiduciare) il Presidente del Consiglio soltanto se lui è ....d'accordo. La Corte costituzionale (pilastro a difesa dei diritti fondamentali di tutti gli italiani) perde indipendenza rispetto al potere politico, perché aumenta in modo decisivo il numero dei componenti di nomina partitica. La camera dei Deputati ed il Senato (regionale) sono organizzati, quanto a competenze e funzionamento, in maniera piuttosto confusa, se non reciprocamente paralizzante. Qualcuno ha sintetizzato con la parola "vattelapesca" quel che potrà succedere in concreto.
In sostanza, è la rivincita della politica - di una certa concezione della politica - sulle regole e sul diritto. I controlli si riducono ed i poteri si concentrano in poche mani. Torna a profilarsi l'ombra del governo di uno solo. Un "ducetto", se vorrà esserlo. Ovviamente, che governi Romano Prodi o Silvio Berlusconi o chiunque altro non cambia un bel niente: i pericoli, per l'equilibrio costituzionale fra i poteri dello stato, rimangono gli stessi.
C'è poi il nocciolo duro della "devolution" italiana, cioè la ridefinizione del rapporto fra potestà legislativa dello Stato e delle Regioni, con attribuzione a queste ultime di competenza esclusiva in materia di sanità, scuola e polizia amministrativa locale. Tale competenza potrebbe essere attuata (sotto la spinta di fattori economici o volontà politiche contingenti) nel senso di una frantumazione dei sistemi sanitari e scolastici, con forti differenze di prestazioni nelle varie regioni. Persino con possibili discriminazioni tra residenti e non, a prescindere dalla oggettiva gravità delle patologie lamentate. La prospettiva è quella di un federalismo nemico dell'eguaglianza.
Il 25 giugno, andando a votare per il referendum che deciderà se confermare o meno la riforma, si tratterà dunque di scegliere fra due sistemi: quello della Costituzione vigente, che prevede una democrazia pluralista, e quello della "nuova" Costituzione, che delinea - come si è visto - uno scenario diverso, con possibili ripercussioni sulla stessa idea di eguaglianza dei cittadini. Due sistemi assai lontani, come assai lontani sono stati i metodi praticati per arrivarci. Quale dei due sistemi è meglio?

Gian Carlo Caselli

 dal Collettivo Bellaciao    - 15-06-2006
Non è un referendum come gli altri.

Il 25 e 26 giugno il popolo italiano sarà chiamato alle urne per lo svolgimento del Referendum costituzionale, avente ad oggetto l'approvazione o la bocciatura della legge di riforma della II Parte della Costituzione, approvata dalla maggioranza di centro destra nella scorsa legislatura, e non ancora entrata in vigore. La legge votata dal centrodestra è un accordo politico tra Berlusconi, Bossi e Fini. Bossi ha voluto la "devolution", che aggredisce i beni pubblici repubblicani . Si ridefiniscono i poteri delle Regioni, pregiudicando i diritti sociali più importanti per ciascuno di noi (il diritto alla salute ed il diritto all'istruzione) e mettendo a repentaglio l'unità sociale e politica del Paese.
Infatti attribuire alle Regioni la competenze legislativa esclusiva in materia di assistenza ed organizzazione sanitaria significa demolire il Servizio Sanitario Nazionale ed introdurre 20 diversi Servizi Sanitari, con diverse regola di accesso ai servizi ed alle prestazioni erogate. In questi differenti sistemi sanitari la capacità di assicurare le prestazioni a tutela della salute di ciascun cittadino, dipenderà concretamente dalla capacità finanziaria di ciascuna Regione.
Ciò comporterà una violazione del principio di eguaglianza dei cittadini, di cui faranno le spese soprattutto i cittadini delle regioni meridionali. Concretamente in molte regioni d'Italia specie a Sud questo significherà Ospedali più scadenti, liste di attesa sempre più lunghe, oneri e costi delle cure crescenti per il cittadino. Un altro diritto sociale fondamentale per tutti i cittadini italiani, il diritto all'istruzione, rimarrebbe fortemente pregiudicato dalla "devolution", che attribuisce alle Regioni potestà legislativa esclusiva in organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione e nella definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione.
L'istruzione perderebbe il suo carattere universale per diventare essenzialmente un servizio organizzato e gestito sulla base di valutazione ed esigenze localistiche, con differenti standard qualitativi, differenti regole di accesso e di fruizione delle prestazioni erogate. Anche in questo caso la qualità del servizio dipenderebbe dalla capacità finanziaria delle singole Regioni. I cittadini delle regioni meridionali sarebbero maggiormente penalizzati e gli insegnanti meridionali troverebbero maggiori difficoltà o potrebbero andare incontro a discriminazioni nell'accesso al lavoro.
Come se non bastasse la "devolution" attribuisce alla Regioni la competenza esclusiva in materia di polizia amministrativa regionale e locale. Questo significa non solo competenza a regolare le funzioni amministrative di polizia, ma soprattutto la competenza ad istituire dei nuovi "corpi armati", con funzioni di polizia, ed a disciplinarne l'armamento e le funzioni.
L'istituzione di corpi armati regionali comporterà degli ulteriori costi che graveranno su ogni cittadino italiano una situazione di crisi dell'unità nazionale.

Berlusconi ha voluto una nuova forma di governo contro la democrazia.

La forma di Governo è il cuore di ogni ordinamento democratico. La riforma costituzionale imposta dal Centro-destra opera un vero e proprio trapianto di cuore, sostituendo la forma di governo della Costituzione del 1948, basata - come generalmente avviene nelle democrazie occidentali - sulla centralità del Parlamento e sull'equilibrio dei poteri, con una inusitata forma di governo, basata sulla prevalenza del Capo del Governo sullo stesso Governo e sulle Assemblee Parlamentari. Una forma di governo che non esiste in nessun altro ordinamento di democrazia occidentale, ma non è una novità per il nostro paese, che ha già conosciuto, nell'epoca fascista, un sistema fondato sulla prevalenza del Primo Ministro. In questo nuovo ordinamento vengono concentrati nella mani del Capo del Governo (Primo Ministro) tutti i poteri sottratti al Parlamento, al Presidente della Repubblica ed allo stesso Governo.
Il Primo Ministro;
- prevale sul Governo, perché determina lui, da solo, la politica del Governo ed, inoltre, nomina revoca i Ministri a suo piacimento;
- prevale sul Parlamento perché può sciogliere la Camera dei Deputati a suo piacimento e, con la minaccia dello scioglimento, può costringere i deputati ad approvare le sue leggi nel termine che egli stesso stabilisce;
- prevale sul Senato Federale della Repubblica, perché se il Senato dovesse bocciare le leggi che gli stanno particolarmente a cuore, il Primo Ministro può togliergli la competenza legislativa e trasferirla alla Camera dei Deputati;
- prevale sulla sua stessa maggioranza parlamentare che non può esercitare nessun controllo sul Primo Ministro e può sostituirlo solo con una decisione assunta quasi all'unanimità;
- revale sul Presidente della Repubblica, che perde il potere di scegliere il Primo Ministro, perde il potere di decidere in ordine allo scioglimento della Camera dei Deputati, perde il potere di risoluzione delle crisi politiche e perde il potere di impedire al Governo ed al Primo Ministro di presentare disegni di legge o decreti leggi incostituzionali.
Il Parlamento (Camera dei Deputati) viene trasformato in un organo esecutivo degli ordini del Primo Ministro assunti in forma di legge ed addirittura i Parlamentari vengono divisi in due corpi separati, tanto che ai deputati dell'opposizione viene impedito di esercitare il diritto di voto rispetto alla scelte fondamentali di indirizzo politico.

Per effetto di queste modifiche, il volto della democrazia italiana viene profondamente sfigurato.

Il ricorso alle elezioni non servirà più al popolo italiano per eleggere i propri rappresentanti, ma servirà ad investire un Capo politico, al quale verranno conferiti poteri pressoché assoluti.
Con le elezioni politiche il popolo non istituisce più un'assemblea di propri rappresentanti che deve concorrere, con un Governo che goda della fiducia dei rappresentanti, a determinare l'indirizzo politico, ma conferisce ogni potere nelle mani di un Capo politico, elegge un sovrano e la sua Corte. Il Parlamento (la Camera dei deputati) viene trasformato in un consesso di "consiglieri del Principe" poiché i parlamentari possono svolgere le loro funzioni soltanto se in sintonia con i desideri del Principe, altrimenti vengono mandati via. Per questo i deputati dell'opposizione, che consiglieri del Principe non sono (e non possono diventare), non contano.
E' vero che viene ridotto il numero dei deputati (che nel 2016 passerà da 630 a 518), ma - una volta che i parlamentari non possono più esercitare liberamente la loro funzione di rappresentanti del popolo italiano (cioè di rappresentare i bisogni, gli interessi e le aspirazioni degli elettori), il loro numero è fin troppo elevato.
Con questa nuova forma di Governo vengono demolite tutte le garanzie apprestate dalla Costituzione italiana per evitare ogni forma di dittatura della maggioranza. Persino la Corte Costituzionale, che rappresenta l'ultima garanzia contro il pericolo di abusi della maggioranza a danno dei diritti dei cittadini italiani, viene manipolata. Modificando la sua composizione (con l'aumento della componente di derivazione politico-parlamentare), la Corte viene politicizzata ed attratta, nel lungo periodo, nell'orbita dell'influenza del Primo Ministro.
Con questa riforma il nostro paese esce fuori dal sentiero della democrazia, come conosciuta nei paesi di tradizione occidentale, e viene nuovamente spinto nell'avventura - che abbiamo già percorso nel nostro passato - di un ordinamento fondato sulla "dittatura elettiva" del Primo Ministro.

Un nuovo ordinamento che travolge i diritti fondamentali dei cittadini.

I promotori della riforma della Costituzione ci hanno assicurato che le nuove regole costituzionali non avrebbero modificato la I Parte della Costituzione, cioè che non avrebbero pregiudicato i diritti e le libertà che la Costituzione italiana garantisce a tutti i cittadini.
Questo non è assolutamente vero!
I diritti e le libertà non esistono in natura: possono essere attuati, riconosciuti, garantiti e sviluppati soltanto attraverso il funzionamento delle istituzioni e dei pubblici poteri. Per esistere, pertanto, hanno bisogno di un ordinamento democratico, di un assetto dei pubblici poteri che, attraverso meccanismi istituzionali adeguati, dia concretezza, protezione e tutela ai diritti ed alle libertà.
Attraverso la modifica della forma di Governo risultano pregiudicati ed indeboliti sia i diritti a contenuto sociale, sia i diritti a contenuto eminentemente politico (i diritti di libertà).
Infatti i diritti sociali (come la dignità del lavoro) ed i diritti di libertà, si sviluppano e si attuano attraverso la legislazione ordinaria, nel contesto di un ordinamento democratico. Anche beni pubblici fondamentali per il popolo italiano, come il ripudio della guerra (affermato dall'art. 11 della Costituzione), trovano la loro garanzia nei meccanismi della democrazia.
I diritti e le libertà solennemente sanciti dalla prima parte della Costituzione, infatti, hanno ricevuto solidità e saldezza con gli istituti attraverso i quali è stata organizzata la rappresentanza e sono stati distribuiti, bilanciati e divisi i poteri. Spogliati di tali istituti, attraverso la demolizione dell'architettura della parte II della Costituzione, i diritti e le libertà appassiscono, cessano di essere garantiti a tutti e perdono il vincolo dell'inviolabilità.
Per questo la controriforma della Costituzione, approvata dalla maggioranza di centro-destra nel novembre del 2005, riscrivendo l'intera II parte, travolge anche la I parte, pregiudicando l'impianto della Costituzione italiana nel suo complesso.
Di conseguenza la riforma costituzionale voluta dalla destra ci spoglia del patrimonio di diritti e di libertà che la Costituzione italiana, nata dalla resistenza, ha attribuito ad ogni cittadino italiano.
Essa ci deruba del patrimonio di beni pubblici repubblicani che i costituenti ci hanno lasciato in eredità a garanzia della libertà, della dignità, della felicità e della vita stessa di ciascuno di noi.
In ogni società, la scelta sulla Costituzione è una scelta politica suprema nella quale si mette in gioco il destino e l'identità stessa di un popolo organizzato in comunità politica. Per questo il referendum che si svolgerà nel giugno del 2006 è un referendum istituzionale, paragonabile soltanto a quello del 2 giugno 1946 nel quale il popolo fu chiamato a scegliere fra Monarchia e Repubblica.
La controriforma della Costituzione colpisce l'identità politica stessa del popolo italiano, distruggendo quell'ordinamento attraverso il quale si sostanzia la democrazia e si garantisce il rispetto della dignità umana alle generazioni future.
Il Referendum è l'ultima occasione per salvare i beni pubblici che i costituenti hanno prescritto per il popolo italiano, facendo tesoro delle esperienze di lotta contro il nazifascismo. Oggi si vogliono cancellare le radici della Costituzione che affondano nella Resistenza
Non ci sarà una prova d'appello per la democrazia italiana!
Se la riforma dovesse passare, la Costituzione italiana sarebbe cancellata ed il suo patrimonio di libertà e di diritti disperso per sempre.
La scelta che siamo chiamati a compiere con il Referendum è cruciale per il destino del nostro Paese, com'è stata - a suo tempo - la Resistenza.
Oggi, come allora, è necessario ritrovare lo stesso spirito, la stessa coscienza di un dovere civile da adempiere: sconfiggere il progetto di demolizione della Costituzione, votando NO al referendum per ricostruire il primato della convivenza civile orientata al perseguimento del bene comune.

 Aldo Quagliozzi    - 15-06-2006
Referendum, la TV inganna

Non è un voler agitare - se ce ne fosse ancora bisogno - davanti alle narici schiumanti del popolo dell’Unione e dintorni, popolo non prono né domato e reso taurino dalle intraprese dell’egoarca di Arcore nel suo infausto quinquennio, l’editoriale di Giovanni Sartori a mo’ di svolazzante drappo rosso, apprezzabile editoriale pubblicato di recente sul quotidiano “Corriere della sera“ col titolo citato, ma è solo per rintracciare, ove fosse possibile, un truciolino, dico solo un truciolino, di quella verità scioltasi come neve al sole con il governo della Casa delle (il)libertà.
Ed una delle verità è che la legislazione all’epoca dell’egoarca di Arcore aveva tutto il sapore sgradevolissimo della peggiore merce di scambio tra le tante anime di quella schiatta governativa.
Ed allora, fu un concedere riconoscente un qualcosa al Bossi ed alla sua squadra di mestatori, con in capo il saggio di Lorenzago di turno, ovvero quello delle riconosciute porcate legislative, e fu la strabiliante, pasticciata “ devolution “; e fu, un concedere grati e benedicenti a quelli dell’aennina nostalgia della bella “ … faccetta nera dell’Abissinia … “, la tonitruante legge Bossi-Fini contro gli inermi migranti del secolo ventunesimo, per poi ritrovarseli, all’insaputa dei (mal)governanti della Casa delle (il)libertà, in ben quasi cinquecentomila, a ridosso di tutti gli uffici postali delle ridenti contrade del bel paese, come immigrati sempre clandestini e prestatori d’opera che regolarizzavano la propria posizione a dispetto degli sfracelli dalla legge annunciati e sanciti; e fu ancora la quintessenza del (mal)governare lo scambio che concesse agli scalpitanti, riottosi alleati, sempre più desiderosi di visibilità legislativa qualunque fosse, la legge che persegue oggi, con la prospettiva della galera, i derelitti ed i reietti del secolo ventunesimo, ovvero la legge che riconosce come fatto penale la detenzione di cinquecento milligrammi di sostanze stupefacenti. Stupefacente davvero fu! Ecco, se solo si recuperasse un truciolino di verità, un truciolino solamente, allora anche questa ennesima circostanza da seggio elettorale nel pieno della calura non sarà venuta e passata inutilmente.

L’incombente referendum sulla nuova costituzione investe argomenti molto difficili. I più non li capiscono, e quindi se ne disinteressano. A torto perché una scelta sbagliata danneggerà tutti, ivi inclusi i disinteressati. Ma tant’è. Il referendum è indetto, e il dovere della Rai come servizio pubblico è di spiegarlo onestamente e imparzialmente. Come? Come si fa? La nostra tv non lo ha mai fatto, probabilmente nemmeno sa come farlo, e comunque se ne impipa. In Saxa Rubra l’imparziale è un imbecille; l’intelligentone si schiera e, se l’azzecca, viene debitamente ricompensato dal vincitore. Da aprile il vincitore è cambiato. Ma il nuovo vincitore continua a sonnecchiare, consentendo così che il referendum costituzionale sia gestito, senza nemmeno cambiare un guardalinee, dalla tv colonizzata da Berlusconi.
Facendo un passo indietro comincio da questa domanda: qual è il problema che viene specificamente posto da un referendum? In questo contesto non si tratta più di descrivere un testo ma di strutturare una scelta. Perché è meglio approvare? Perché è meglio rifiutare? Questo è il quesito posto agli italiani, e questo è il quesito che il nostro cosiddetto servizio pubblico pervicacemente elude.
Pilucco tra i vari spot e filmatini che per dovere di ufficio mi sono dovuto sorbire in questi giorni. Un tema molto insistito, non a caso, è quello della riduzione del numero dei parlamentari. Il tema è popolare e gli strateghi al servizio di Sua Emittenza hanno capito che è più facile da vendere agli ignari di tutto. E così si ripete a distesa che i deputati passeranno, con la riforma, da 630 a 518 e i senatori da 313 a 252. Vero o falso? Semi-vero, e quindi semi- falso. E anzi più falso che vero. Non solo perché la sinistra ha proposto un taglio più drastico, ma anche perché ne propone l’attuazione subito mentre la destra la rinvia addirittura al 2016. Mediaset, poi, è ancora più imbrogliona. Perché nella sua animazione di questo punto le figurine dei parlamentari si trasformano in simboli dell’euro. Come per dire: votate Sì e risparmierete soldi. E questa non è una mezza verità ma una sicura falsità.
Secondo esempio: il bicameralismo perfetto (paritario). La riforma Bossi- Berlusconi lo ha eliminato. Ma lo aveva anche eliminato prima la sinistra. Sul che la Rai tace, mentre il problema dovrebbe essere di chi lo abbia sostituito peggio. Imperturbato lo spot Rai illustra così: «La riforma prevede tre tipi di leggi», norme approvate soltanto dalla Camera (alle quali però il Senato federale può proporre modifiche); secondo, norme approvate soltanto dal Senato federale (alle quali la Camera può anch’essa proporre modifiche); e infine «norme che disciplinano norme sia dello Stato e delle Regioni». Quasi tutti i costituzionalisti hanno detto che questo è un caos ingestibile. Ma questo non va detto. I vari Mimun, Mazza, Giuliana Del Bufalo, o chi per loro (non so chi confezioni queste pillole papaverine) si chiamano fuori dichiarandosi «neutrali».
Neutrali? Per carità. Un referendum è come ricorrere a un tribunale. La destra ha imposto la sua riforma, la sinistra la contesta. Nel tribunale si devono udire entrambe le parti, e poi il giudice (il demos votante) decide. Ma il nostro referendum sta procedendo inaudita altera parte, senza contraddittorio. A me sembra incredibile, oltreché vergognoso. Eppure sino al momento nel quale scrivo il consiglio di amministrazione della Rai e il suo presidente Petruccioli hanno fatto finta di non vedere che «mamma Rai» sta disorientando gli italiani con un’informazione che è, in realtà, disinformazione.

 ilaria ricciotti    - 15-06-2006
" Bossi minaccia: vie non democratiche se passa il No al referendum" (da la Repubblica del 15 giugno 2006).
Leggendo queste affermazioni, il dovere di andare a votare per il No diventa un'esigenza improrogabile.
D'altra parte non capisco,anche questa volta, come è possibile che queste esternazioni passino, senza che qualcuno inizi a puntare il dito e a pretendere che questo modo di esprimersi termini una volta per tutte.
Certi signori anzichè usare parole di troppo, farebbero bene a preoccuparsi dei danni causati: l'Italia è travolta dai debiti.

A proposito di iniziative, nel mio Paese il 20 giugno 2006 abbiamo è stato invitato il Presidente dell'ANPI provinciale per discutere con i cittadini, soprattutto con i giovani, su il Referendum del 25 - 26 giugno.

 da Libertà e Giustizia    - 17-06-2006
"Non ho difficoltà a dire che andrò a votare per il referendum e voterò no, convinto come sono della validità dell'equilibrio e dell'impianto costituzionale di fondo della nostra Costituzione".

Libertà e Giustizia espime gratitudine al presidente Ciampi per questa presa di posizione che rispecchia la coerenza con la quale durante tutto il settennato ha tenuto vivi i principi e i valori della nostra Carta costituzionale. LeG esprime la certezza che milioni di italiani sapranno seguire il suo esempio.
Il No del presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi è di incoraggiamento a tutti coloro che insieme a Libertà e Giustizia si stanno ostinatamente battendo in questi giorni per informare i cittadini italiani sulla posta in gioco il 25 e il 26 giugno e sui disastri immensi che la riforma della destra produrrebbe nel sistema istituzionale italiano.

Libertà e Giustizia invita infine la Rai e le reti Mediaset a informare compiutamente i cittadini:

a) sul No del comitato Salviamo la Costituzione presieduto da Oscar Luigi Scalfaro, che fu accolto al Quirinale durante la raccolta delle firme, ricevendo da Ciampi incoraggiamento a proseguire nella mobilitazione;

b) sul No del presidente emerito Ciampi e di tutti quei costituzionalisti e cittadini seri che non credono alla propaganda della Casa delle libertà e ripudiano le volgari minacce pronunciate dal leader della Lega Umberto Bossi.

 da Cittadinanza attiva    - 22-06-2006
Partecipare al Referendum votando NO

Il 25 giugno è indetto il Referendum con il quale i cittadini italiani dovranno decidere se confermare o meno le modifiche costituzionali apportate dal Parlamento alla Costituzione.

Cittadinanzattiva è un’organizzazione che promuove la partecipazione democratica dei cittadini e, in quanto tale, si era mobilitata sia nella promozione e nella raccolta delle firme per questo Referendum sia attraverso la Campagna "Ricuciamo la Costituzione” volta ad esprimere il proprio dissenso verso questa Riforma.

Dal 1994 Cittadinanzattiva è impegnata affinché i cittadini siano soggetti attivi nelle riforme istituzionali e dunque si è schierata contro questa riforma non perché ritiene che la Costituzione sia intoccabile, ma perché essa non può essere modificata senza il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini.

Partecipare dunque, e votare NO, per molte ragioni

No alla riforma di pochi

La riforma è stata elaborata da un comitato ristretto di quattro saggi. Un testo decisivo per il mutamento degli assetti della vita pubblica italiana viene approvato dal Parlamento senza alcun coinvolgimento dei cittadini.

No all’uso della Costituzione a fini elettorali

È molto grave che la riforma della Carta costituzionale riceva il sostegno di una sola parte, per quanto maggioritaria, del Parlamento e non sia il frutto di un ampio consenso, prima di tutto del Paese e, poi, delle Camere. In particolare, non possiamo condividere che la riforma delle norme fondamentali dell’ordinamento giuridico possa ridursi, come di fatto sta accadendo, a merce di scambio.

No al premierato assoluto

La riforma in corso di approvazione aumenta in modo esagerato i poteri del presidente del Consiglio (al capo dell’esecutivo viene attribuito perfino il potere di scioglimento delle Camera) e trasforma il nostro regime parlamentare in regime elettorale del primo ministro. I cittadini, per quanto riguarda il governo del Paese, vengono relegati ad un ruolo passivo, semplici spettatori delle decisioni assunte da un uomo cui hanno delegato la propria sovranità.

No al pasticcio istituzionale

Le nuove norme relative all’assetto dei rapporti tra le due Camere, con l’introduzione di un Senato federale dalla fisionomia incerta, rischiano di produrre una profonda confusione istituzionale con conseguenze assai gravi per il corretto svolgimento delle dinamiche democratiche sia in sede parlamentare che nel rapporto con le Regioni.

No alla devolution

La riforma in corso di approvazione aumenta il peso delle burocrazie e dei potentati politici regionali. Non soltanto dunque si approfondiscono i problemi di eguale tutela dei diritti dei cittadini sul territorio nazionale in ambiti cruciali come la sanità, l’istruzione e la sicurezza, ma si aumenta lo spreco di denaro pubblico nel mantenimento di macchine amministrative inutili, malgestite e spesso corrotte.

No all’assenza di contrappesi

La riforma riduce gravemente il ruolo di bilanciamento e di controllo esercitato dagli organi di garanzia (quali il Presidente della Repubblica, la Corte costituzionale e le autorità amministrative indipendenti). Inoltre, l’attribuzione al capo dell’esecutivo del potere di scioglimento della Camera impedisce di fatto il funzionamento del fondamentale principio della separazione dei poteri.

Vuoi essere un cittadino ancora più attivo?

Puoi mobilitarti per invitare i cittadini a partecipare al referendum votando NO, mettendoti in contatto con i Comitati locali che potete trovare visitando il sito http://www.referendumcostituzionale.org/

Puoi impegnarti a costituire un Comitato locale nel tuo territorio, se non ve ne sono già presenti, per sostenere la battaglia referendaria e far votare NO.

Per saperne di più sulla nostra idea di Costituzione e di Processo costituente, leggi il “Manifesto della cittadinanza attiva” rivolgendoti ad una delle nostre sedi o visitando la pagina http://www.cittadinanzattiva.it/content/view/351/244/).

IL TRIBUNALE PER I DIRITTI DEL MALATO DICE NO

Perché la sanità resti di tutti

Perché la sanità sia uguale per tutti i cittadini

Perché si conservi il Sistema sanitario nazionale

Il 25 e 26 giugno al referendum costituzionale vota N O

 da Giuristi democratici    - 22-06-2006
Il Primo ministro come duce elettivo e la Camera dei deputati come ancella del duce (a proposito della riforma costituzionale oggetto di referendum approvativo)

Giuseppe Ugo Rescigno

Intervento alla conferenza
"Le ragioni del NO - Referendum costituzionale del 25 - 26 giugno 2006"


Roma, 31 maggio 2006

Prima di entrare nel merito del tema conviene riscoprire l'ombrello (o l'acqua calda, come più piace).

E' del tutto evidente, senza bisogno di dimostrazione, che, dati due soggetti A e B, titolari ciascuno di una carica pubblica, se la permanenza nella carica di uno dipende dalla volontà dell'altro, il primo dipende dal secondo.

Infatti è pacifico che nella forma di governo chiamata parlamentare il fatto che l'assemblea rappresentativa, togliendo la fiducia, abbia il potere di rimuovere il governo costituisce l'arma decisiva e la prova definitiva che il governo dipende dalla assemblea rappresentativa, e, mediante tale dipendenza, dipende in ultima istanza dal corpo elettorale che ha eletto l'assemblea.

Che poi tale dipendenza, essendo legata alla responsabilità politica, si traduca nel suo inverso, e cioè nel potere di direzione del governo nei confronti della assemblea, è a sua volta determinato dal fatto che il governo è espressione della maggioranza politica della assemblea, è cioè quel collegio che comprende coloro che la maggioranza ritiene più adatti a formulare e guidare la politica generale del Paese, ma non toglie la dipendenza: in ogni momento quella stessa maggioranza, o una nuova maggioranza, può, se vuole, far cadere il governo.

E' un meccanismo complesso, apparentemente contraddittorio, perché tiene insieme dipendenza e direzione del dipendente, ma razionale dati gli scopi per i quali è stato forgiato dalla esperienza, e proprio per questo presente anche in altri contesti: si pensi all'amministratore delegato di una grande o piccola impresa, che viene eletto e revocato dagli azionisti e quindi dipende da questi, ma viene eletto proprio per dirigere l'impresa (e quindi anche gli azionisti).

Tornando al rapporto tra l'organo governo e l'organo parlamentare, si istituisce e si garantisce in tal modo una effettiva dialettica tra le due istituzioni, dialettica che in Europa ha oltre due secoli di storia, ha dato complessivamente, nonostante i molti inconvenienti e le sempre possibili degenerazioni, prove senza paragone migliori di altre forme di governo sperimentate, ritorna anche in quella forma di governo che viene dai più distinta da quella parlamentare, e cioè quella semipresidenziale francese, come si vede con piena evidenza nei periodi cosiddetti di coabitazione.

Si tratta di un meccanismo che da un lato stabilisce la dipendenza del governo nei confronti del parlamento, perché il parlamento può scacciare il governo in carica e costituirne uno nuovo, dall'altro però stabilisce la dipendenza del parlamento nei confronti del governo, perché è il governo che, grazie alla sua responsabilità politica, fino a che resta in carica, guida ed orienta anche il parlamento.

Parallelamente, in modo diverso, il gioco dei pesi e contrappesi si manifesta negli Usa. In questo Paese, e cioè nella forma paradigmatica di governo presidenziale, a garanzia e riprova della totale indipendenza di ordine costituzionale tra Congresso e Presidente degli Usa, né il Congresso può determinare la fine anticipata del mandato presidenziale (l'impeachment è uno strumento di ordine penale e non politico), né il Presidente può determinare lo scioglimento anticipato di una delle due Camere.

Il progetto di riforma costituzionale sul quale siamo chiamati a votare, con un unicum nella storia costituzionale di Paesi comparabili al nostro, costruisce in modo ossessivo e sistematico un rapporto nel quale l'assemblea rappresentativa del popolo dipende totalmente dal Primo ministro eletto direttamente anch'esso dal corpo elettorale.
Comincio con l'unico caso nel quale sembra, e qualcuno sostiene, che si abbia ancora una dipendenza del Primo ministro, e con lui dell'organo Governo, dalla assemblea. Si tratta del caso previsto dal quinto comma dell'art. 94 (seguo la numerazione finale del testo proposto).

E' previsto che la Camera determini la decadenza del Primo ministro e non venga contestualmente sciolta se si danno tutte le seguenti condizioni: 1) la mozione di sfiducia deve essere approvata col voto determinante (e cioè non integrabile da altri deputati della minoranza) dei soli deputati facenti parte della originaria maggioranza; 2) la mozione deve essere approvata con la maggioranza assoluta calcolata sui componenti della Camera.

E' evidente che si tratta di una foglia di fico per nascondere la portata, questa sì effettiva e dirompente, delle altre regole in materia: immaginare un primo ministro eletto direttamente dal corpo elettorale che ha perso durante la sua carica tutti i suoi deputati, cosicché diventa necessario per la sua originaria maggioranza designare compatta un nuovo capo, significa prendere per i fondelli qualunque persona di buon senso.

L'ipotesi descritta nella disposizione sopra esaminata si applicherà solo nel caso, improbabile per non dire impossibile, di un primo ministro divenuto pazzo e irresponsabile: essa non disciplina un meccanismo costituzionale normale, ma si preoccupa di un caso assolutamente anormale, improbabile, talmente eccezionale da rimanere sullo sfondo come ipotesi di scuola.

Vediamo allora come funziona il meccanismo normale: il Presidente della Repubblica deve sciogliere la Camera (è un atto dovuto) nei casi seguenti: 1) se lo chiede il Primo ministro, "che ne assume la esclusiva responsabilità", come dice il testo, per ribadire, oltre ogni dubbio, che la decisione spetta solo a lui; 2) nel caso di morte o impedimento permanente del Primo ministro; 3) nel caso di dimissioni del Primo ministro, quali che siano le ragioni che lo hanno indotto a dimettersi; 4) nel caso in cui il Primo ministro abbia posto la questione di fiducia, e la maggioranza originaria della Camera (si noti bene) abbia votato in senso negativo (questa ipotesi è una variante della precedente, perché un tale voto negativo della maggioranza originaria determina di diritto l'obbligo di dimissioni del Primo ministro e il conseguente scioglimento della Camera).

Anche in questi quattro casi si applica, stando alla lettera del testo, il meccanismo prima esaminato a proposito della mozione di sfiducia che eventualmente la Camera volesse approvare contro il Primo ministro.

Se il Primo ministro chiede lo scioglimento, oppure muore, oppure è impedito permanentemente, oppure si è dimesso (o spontaneamente o perché è obbligato a dimettersi in caso di sconfitta sulla questione di fiducia), la maggioranza originaria della Camera può evitare, entro venti giorni, lo scioglimento della Camera purché si diano le stesse condizioni prima esaminate, e cioè: 1) la designazione di un nuovo primo ministro; 2) il voto favorevole dei soli deputati della originaria maggioranza, con appello nominale; 3) il raggiungimento della maggioranza assoluta.

Un meccanismo, come già detto, talmente improbabile da essere di fatto impossibile e dunque una foglia di fico per nascondere le altre ipotesi nelle quali il potere del Primo ministro nei confronti della Camera, ed anzitutto della originaria maggioranza, è effettivo, garantito, totale.

La dipendenza della Camera dalla volontà politica del Primo ministro è nei fatti assoluta, senza alcun controllo o contrappeso degno di questo nome. Si noti bene: è assoluto non per ragioni politiche reali, e cioè perché effettivamente il primo ministro gode di tanta autorevolezza da ottenere spontaneamente il consenso dei deputati della maggioranza, ma perché garantito da regole costituzionali rigide, quali che siano le intenzioni e le propensioni politiche dei deputati.

C'è da chiedersi a questo punto che senso ha spendere tanti milioni di euro per un apparato costoso e complesso come quello della Camera se qualunque decisione significativa è e resta quella del solo Primo ministro, alla quale o la maggioranza originaria dà l'assenso o viene mandata a casa; come è possibile immaginare una qualche dialettica tra Primo ministro e Camera se le minoranze non contano letteralmente nulla (il loro voto nelle questioni decisive prima descritte è come se non esistesse, e dunque nei fatti non conta mai ogni qual volta c'è un qualche dissenso con la maggioranza, e cioè quasi sempre), e la maggioranza sa che in ogni momento il Primo ministro può determinare la fine della assemblea, cosicché la sua presunta libertà di decisione esiste solo nei limiti e nei casi nei quali il Primo ministro benevolmente la permette.

Date queste regole, a che serve un parlamento? A spendere tanti soldi per vedere i presunti rappresentati del popolo che, se maggioranza, dicono servilmente sempre sì alle decisioni del capo, oppure, se perpetuamente e sempre minoranze, dicono inutilmente no e spendono pateticamente i loro discorsi inutili? Tutto si riduce ogni cinque anni, o quando piacerà al capo, a scegliere un nuovo capo oppure a riconfermare il sostegno plebiscitario al vecchio capo? A questo si riduce la democrazia?

Io non conosco mostri costituzionali simili a questo, e non li conosco e credo che nessuno possa conoscerli perché con questa scandalosa proposta vengono negati due secoli e passa di costituzionalismo. Da Locke e Montesqiueu in poi c'è un filo rosso costante che segna il costituzionalismo moderno, liberale o democratico o liberaldemocratico che sia: la divisione dei poteri, e cioè un principio in base al quale i poteri hanno da essere più di uno e nessuno deve prevalere sugli altri, affinché il potere arresti il potere quando questo deborda, e vi siano pesi e contrappesi, e venga impedita la concentrazione del potere politico in un solo organo.

Questo è stato e resta il compito di tutte le costituzioni (e qui possiamo anche tralasciare l'aggettivo moderne, perché non per caso le costituzioni scritte cominciano con la divisione dei poteri, e quindi sono moderne per definizione).

Invece il testo che ci viene proposto, per quanto riguarda l'indirizzo politico nazionale e la conseguente attività legislativa e amministrativa, conosce un solo potere senza alcun contrappeso: quello del Primo ministro, che comanda a suo piacimento sulla assemblea rappresentativa.

Per raggiungere questo risultato e blindarlo contro ogni possibile limite (e cioè contro un qualunque potere di controllo di qualcuno sul Primo ministro) viene inventata ed introdotta una disposizione che, per quanto pensata, scritta e difesa dai redattori e dalla maggioranza parlamentare trascorsa, appare incredibile e ancora oggi mi stropiccio gli occhi per convincermi che esiste effettivamente: i parlamentari non sono più eguali, e cioè egualmente rappresentativi della Nazione (come pure continua ipocritamente a proclamare l'art. 67, con una contraddizione evidente all'interno del medesimo testo), ma si dividono in parlamentari di serie A e parlamentari di serie B: vi sono quelli che hanno il potere, alle condizioni previste, di sfiduciare il Primo ministro e sostituirlo con un altro (fermo restando che si tratta di un meccanismo apparente, ed apparente proprio perché limita questa possibilità solo ad alcuni parlamentari e la nega agli altri), e tutti gli altri che invece non hanno questo potere, qualunque cosa decidano, perché i loro voti non contano nulla, è come se non esistessero.

Ma anche i partiti, le formazioni sociali, i cittadini si dividono in forze di serie A e forze di serie B: stanno nella serie A quelle che hanno indovinato il capo vittorioso, vengono condannate alla serie B quelli che hanno sbagliato cavallo. Ne viene sconvolta ogni possibile dinamica democratica: per cinque anni (o per il periodo minore che il Primo ministro deciderà sovranamente) una maggioranza coatta, che deve votare compatta dietro il suo capo, può fare quello che vuole, senza alcun contrappeso delle minoranze, e può acquisire nei cinque anni, con tutti quegli infiniti modi di cui sono piene le cronache (a cominciare dall'uso partigiano delle risorse pubbliche), tanto di potere da rendere illusorio ogni ricambio.

Se poi comunque ricambio ci sarà ugualmente, si tratterà di passare da un dittatore eletto ad un altro dittatore eletto: la vita politica resta quella di prima, e cioè ingessata e bloccata.

Il colpo mortale maggiormente distruttivo viene portato alla partecipazione politica di massa. Che la Costituzione originaria avesse (e continui ad avere in alcuni articoli della prima parte, a cominciare dal fondamentale art. 49, sulla partecipazione di tutti i cittadini, mediante i partiti, alla determinazione della politica nazionale) come valore fondamentale quello della partecipazione è troppo noto per avere bisogno qui di una ulteriore illustrazione.

Che la partecipazione attiva, consapevole, organizzata, capillare, continua, sia un risultato difficile, che molteplici fattori tendono a distruggere è altrettanto noto. Che il diritto, e le costituzioni in particolare, possano assecondare e favorire (e mai garantire) la partecipazione, o viceversa avversarla, renderla difficile, ostacolarla, è altrettanto noto.

La riforma che ci viene proposta è la più distruttiva che io conosca rispetto al valore della partecipazione: esaltando l'uomo della provvidenza, e cioè il duce elettivo, riduce il popolo ad una massa amorfa che ogni cinque anni, con i suoi applausi, conferma il vecchio duce o ne elegge uno nuovo.

Strettamente legata alla elezione diretta di un tale Primo ministro, ed altrettanto nemica della partecipazione, è la legislazione elettorale che implicitamente, ma necessariamente, il nuovo testo richiede. Non bisogna farsi ingannare dalle apparenze: nella riforma non viene detto esplicitamente a quali principi si deve attenere la legge elettorale, ma tutte le disposizioni sul Primo ministro e sulla individuazione della maggioranza nelle elezioni comportano che solo un tipo di sistema elettorale è possibile, e tutti gli altri sono vietati.

Deve essere un sistema elettorale che lega strettamente la elezione del Primo ministro alla elezione della sua maggioranza, sia nel senso che debbono essere contestuali, sia nel senso che deve essere esplicito e vincolante il legame tra candidato a Primo ministro e coalizioni che lo sostengono, sia nel senso che il voto al Primo ministro non è scindibile da quello alla coalizione che lo sostiene, sia infine (e non va sottovalutato) che la legge elettorale deve prevedere la possibilità di coalizioni, e cioè di alleanze preventive e formalizzate tra più partiti (non potremmo avere ad es. il sistema tedesco, ma presente in quasi tutti i sistemi elettorali degni di questo nome, che prevede invece solo liste di partito).

Questo significa, contro false rappresentazioni, che il nuovo testo codifica il bipolarismo contro sia il bipartitismo sia il multipartitismo: rende in pratica impossibile il bipartitismo, perché, come è ovvio, nessun partito tenterà mai di correre da solo contro una coalizione, e tutti saranno costretti, come sta accadendo, in due coalizioni (con una totale stravolgimento della dialettica politica, nella quale col sistema delle coalizioni politicamente necessarie prevalgono ricatti e veti incrociati tra forze politiche, anche minime, che sono costrette a rimanere insieme se non vogliono perdere).

Per la stessa ragione rende impraticabile un gioco reale e produttivo del multipartitismo, perché i molti partiti sono costretti a chiudersi un non più di due coalizioni.

Il nuovo testo costituzionale rende, nella sostanza, immodificabile l'attuale legge elettorale, e questo legame tra una Costituzione, che deve durare nel tempo, ed una legge elettorale che è stata pensata in funzione di una situazione politica contingente, è uno tra non gli ultimi motivi per respingere decisamente questa riforma costituzionale, o meglio questa nuova costituzione contraria non solo a tutti i valori costituzionali della Costituzione del 1947, ma anche a qualunque valore del costituzionalismo degli ultimi due secoli e mezzo..

Per approfondire l'argomento, leggi anche: L'occasionalismo di maggioranza di Michele Prospero, docente di Filosofia del diritto presso l'Università "La Sapienza" di Roma

 Beppe Sini, Centro di Viterbo per la pace    - 23-06-2006
LA GRAZIA DEL DIRITTO, LA RAGIONE

Si giunge al voto piu' importante della storia dell'Italia repubblicana in una diffusa ignoranza di cio' che e' in gioco; in una lungamente, astutamente, protervamente coltivata vile abulia, stolta disattenzione, servile e infame infingardaggine di massa.
La gran parte del ceto politico e' complice del progetto golpista berlusconiano.
Non solo le truppe d'assalto del partito neofascista, del razzismo squadrista, dei gruppi legati ai poteri occulti e criminali, del regime della corruzione e dell'ideologia della rapacita', le forze che si sono coalizzate nel blocco sociale, ideologico e politico del cosiddetto centrodestra.
A favorire il progetto golpista berlusconiano ha decisivamente concorso anche la complicita' del cosiddetto centrosinistra: con la pluridecennale condivisione della sciagurata retorica autoritaria del "maggioritario" e della "governabilita'" a scapito della rappresentanza, della partecipazione e della democrazia; con la condivisa legiferazione delle stolide e protofascistiche "elezioni dirette" di sindaci, presidenti delle Province e delle Regioni; con la collusa bicamerale dalemiana; e soprattutto con la scellerata riforma del titolo V della Costituzione approvata con un colpo di mano e per un pugno di voti nel 2001.
Non stupisce la debolezza reticente e la fumosa ambiguita' dell'impegno per il "no" al referendum dei partiti tutti del centrosinistra; non stupisce la loro scandalosa reiterata apertura di credito ai golpisti.
La cosiddetta opinione pubblica e' frastornata, manipolata e ingannata da un apparato ideologico espressione e strumento del potere dominante. Un sistema dei mass-media per il quale le partite di pallone contano piu' della democrazia rappresentativa, dello stato di diritto, della liberta' di un intero popolo.
E per dirla tutta: quanto a certi autoproclamati rappresentanti della societa' civile, e a certe burocrazie in formazione e in carriera che si spacciano per "i movimenti" (qualunque cosa cio' voglia dire), non si sono neppure accorti che la casa brucia; cianciano di tutto, e sostanzialmente tacciono su cio' che piu' conta: la difesa della legalita', della democrazia e dei diritti umani messi in pericolo hic et nunc dal tentativo della destra eversiva di demolire la Costituzione della Repubblica.
Quale immensa tristezza.

Quasi solo le giuriste e i giuristi hanno capito quale sia la posta in gioco ed hanno lanciato per tempo l'allarme. Ma chi li ha davvero ascoltati?
Un appello drammatico e' stato sottoscritto dalla quasi totalita' dei piu' autorevoli rappresentanti istituzionali e accademici della cultura giuridica italiana: ma chi lo ha letto e meditato?
Del resto sono anni che non solo la cultura giuridica accademica, ma anche e innanzitutto la quasi totalita' della magistratura italiana denuncia la continua e crescente aggressione berlusconiana allo stato di diritto, alla separazione dei poteri, ai controlli di legalita'; denuncia la criminale aggressione dall'alto al governo delle leggi, al principio dell'uguaglianza di fronte alle leggi; denuncia il tentativo di imporre il dominio della violenza, di imporre la mafia come metodo e come sistema, denuncia il selvaggio barbaro assalto che cerca di annientare l'isonomia, la politeia, la convivenza fondata sulla verita' e la giustizia, sulla solidarieta' e la responsabilita'. Ma chi ha davvero ascoltato la denuncia dei magistrati?

Leggendo in questi mesi la pubblicistica del fronte golpista e quella dell'area democratica colpiscono da un lato l'aggressivita' e la spudoraggine con cui i golpisti distolgono l'attenzione da cio' che piu' conta con un sofistico argomentare capzioso e truffaldino; dall'altro la pusillanimita' e l'ambiguita' di gran parte dell'area democratica, preoccupata piu' di preparare un futuro accordo coi golpisti che non di impegnarsi senza esitazioni e senza riserve in difesa dello stato di diritto, della democrazia, della legalita' costituzionale.
Quanto profondamente ha scavato la tabe.

Il 25 e 26 giugno si vota su questo: si vota per acconsentire al colpo di stato, o per opporsi ad esso.
Nello stravolgimento dell'intera seconda parte della Costituzione occorre saper vedere il disegno coerente e unitario che i golpisti perseguono: la demolizione dell'impianto istituzionale della Costituzione del '48; la fine della separazione dei poteri e l'mposizione di una svolta autoritaria, antiparlamentare, plebiscitaria; il trionfo di ideologie e prassi antiegualitarie, antisolidaristiche, antidemocratiche; l'imposizione di un contesto anomico che paralizzi le istituzioni cosi' da favorire l'affermazione del primato della forza sul diritto, il principio del kratos che annienta quello dell'ethos.
Sono cose che nella storia d'Italia e d'Europa conosciamo per dolorosa, tragica esperienza: sono i disastri e gli orrori per impedire il ritorno dei quali fu scritta la Costituzione della Repubblica Italiana in vigore dal 1948.

Si vota tra due giorni, e si percepisce l'insufficienza dell'informazione, del dibattito, della coscientizzazione, della partecipazione, della passione civile.
Anche chi redige questo notiziario soffre di non aver saputo fare di piu' e di meglio.
Ma per quanto inadeguato e insufficiente anche il nostro impegno sia stato, sappia chi ci legge fare ugualmente la cosa giusta: votare "no" al colpo di stato per salvare la Costituzione e la Res Publica.

Supplemento a "La nonviolenza e' in cammino" n. 1335 del 23 giugno 2006

 Roberto Passini    - 24-06-2006
COMITATO PER LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE E PER IL NO NEL REFERENDUM COSTITUZIONALE - FIRENZE

Il 25 e 26 giugno si vota per il referendum costituzionale; l'importanza di questo voto non è stata ancora valutata compiutamente; la proposta delle destre non solo è impasticciata, ma è eversiva e mette in pericolo la democrazia del nostro Paese ed i diritti fondamentali; la proposta di un primo ministro, eletto direttamente dal popolo e con il potere di sciogliere il Parlamento che non voglia sottostare alla sua volontà,significa passare da una democrazia rappresentativa, caratterizzata dall'equilibrio dei poteri, ad una forma di apparente democrazia, ma di sostanziale "regime autoritario".
Il Italia il Primo Ministro l'abbiamo già avuto; ora vogliamo la democrazia della Costituzione che dobbiamo difendere e rafforzare; per questo dobbiamo, in queste poche ore prima del voto, mobilitarci con tutti i mezzi a disposizione per votare e far votare NO; siamo a poche ore dal voto e c'è ancora scarsa attenzione e soprattutto scarsa informazione; mettiamocela tutta per la vittoria del No e per difendere la Costituzione, che, come ha detto il Presidente Ciampi, " è bella,è viva e più attuale che mai".
I non residenti possono votare con una semplice formalità, per tutte le informazioni Comitato per la Costituzione Firenze

 Alberto Biuso    - 24-06-2006
Lo ammetto: ormai sono un assenteista cronico. E' da tempo che non vado più a votare vista la mia situazione di nomade.
A maggior ragione vi chiedo di votare NO al Referendum Costituzionale del 25-26 giugno.
So che la gran parte di voi lo farà...indipendentemente da questa mail ma riassumo per tutti alcune delle ragioni che mi spingono a questo (ennesimo...) invito.

- dal bicameralismo perfetto si passa a quattro diverse tipologie di leggi da distribuire fra Camera, Senato, Regioni. L'obiettivo chiaro (della Lega Nord) è di paralizzare l'attività legislativa dell'odiata Italia (qualche tempo fa sentii una registrazione in cui Bossi, Calderoli e Tremonti cantavano "Abbiamo un sogno nel cuore: bruciare il tricolore, bruciare il tricolore" ed eran tutti ministri della Repubblica...);

- non sarà più il Governo a dover godere della fiducia del Parlamento ma esattamente il contrario: il Presidente del Consiglio potrà sfiduciare le Camere nel caso in cui venga meno la maggioranza eletta;

- il ruolo del Presidente della Repubblica, che in un modo o nell'altro ha garantito in questi anni un minimo di decenza istituzionale, viene di fatto esautorato a vantaggio -ancora una volta- del capo dell'Esecutivo;

- il finto federalismo (di fatto un municipalismo straccione) renderà assai più difficile, ad esempio, ai siciliani di andare a curarsi in Lombardia;

- la tanto strombazzata (e auspicabile) diminuzione del numero dei parlamentari è prevista per il...2016. Il classico specchietto per le allodole, insomma.

 ilaria ricciotti    - 26-06-2006
Gli italiani hanno salvato la Costituzione,
hanno bocciato in massa la devoluzione,

non hanno gradito il federalismo,
per alcuni sinonomo di progressismo,

non si son lasciati imbambolare ,
da chi l'Italia voleva imbalzamare,

non hanno accettato le nette divisioni,
di chi considera il Paese solo dei ricconi,

di chi sbandiera una sola sua parte produttiva,
quando l'Italia pur diversamente da Nord a Sud è viva.

Gli italiani hanno respinto questo pericoloso attacco,
la Costituzione rimane e non verrà chiusa nel sacco.