Quale ministro per l'Università?
Luigi Guiso e Roberto Perotti - 17-05-2006
Riceviamo da La Voce.info e volentieri diffondiamo - Red

Nei tanti toto-ministri che si leggono sui giornali in questi giorni, il ministero dell'Università viene citato molto raramente; si ha la sensazione che questo dicastero svolga un ruolo residuale nel risolvere i problemi di rappresentanza all'interno della nutrita maggioranza di Governo. Sarebbe un grave errore.

Nel lungo periodo, l'università e la ricerca sono fondamentali per la crescita del paese, ma negli ultimi decenni hanno conosciuto un continuo, inesorabile declino. Per questo l'Italia ha bisogno di un taglio netto con il passato, e quindi di un ministro competente e aperto - due qualità che difficilmente si troveranno in un ministro scelto in base al manuale Cencelli, o magari per il suo prestigio all'interno di un establishment culturale intimamente legato proprio a una università così antiquata.

Le priorità dell' università italiana

Per questo, a nostro avviso un buon ministro dell'università dovrà perseguire i seguenti fini:

1.
Mettere al centro dell'attività accademica la ricerca. Un buon ricercatore è di norma anche un buon insegnante; un cattivo ricercatore non può trasmettere conoscenza ad alto livello. La capacità di produrre ricerca secondo gli standard internazionali deve dunque diventare il perno della selezione e della promozione dei docenti.

2.
Per questo, è necessario modificare la struttura degli incentivi e ridisegnarli in modo da premiare chi - persona o ateneo - produce ricerca di alto livello, condizionando a questo una quota rilevante dei finanziamenti agli atenei e almeno una parte del salario o delle risorse dei ricercatori. L'esperienza inglese (un sistema interamente pubblico) degli ultimi dieci anni dimostra che le scelte delle istituzioni universitarie rispondono notevolmente agli incentivi economici e che questi, se ben, congegnati, sono in grado di accrescere di molto la qualità del sistema universitario. Oggi invece l'università italiana si basa su di un complicatissimo sistema dirigistico e centralizzato di migliaia di regole formali e di decine di organi istituzionali che hanno poco o nulla a che vedere con l'unico scopo importante: fornire gli incentivi per fare buona ricerca. Il futuro ministro dell'Università dovrà essere in grado di riconoscere l'importanza di un sistema di incentivi corretti e abbandonare la tradizione umanistica e sud-europea di affidarsi esclusivamente a regole formali tanto complicate quanto vuote di effetti sostanziali.

3.
Riconoscere e accettare la diversità nella qualità degli atenei. Un sistema corretto di incentivi migliora la qualità media, ma crea anche dispersione, per un motivo molto semplice: esso convoglia più risorse ai migliori. La mentalità egualitarista che ha sempre pervaso l'università italiana tende a ottenere l'effetto opposto: livellare in nome di un malinteso senso dell'equità. Ma l'università non è il liceo: essa deve produrre eccellenza, solo così si fanno fruttare i finanziamenti del contribuente. Il futuro ministro dell'Università dovrà avere la capacità di rompere con gli schemi egualitaristici del passato e la forza di imporre questa scelta all'establishment universitario.

4.
Abbandonare la retorica dell'università gratuita. Nonostante questa retorica, poche istituzioni sono più inique dell'università italiana, pagata da tutti i contribuenti, ma frequentata soprattutto dai ricchi. Ma non è solo una questione di equità: con tasse studentesche più elevate, ogni ateneo sarà costretto a sudare le proprie risorse, e quegli atenei che non forniscono un servizio adeguato saranno costretti a chiudere, come è giusto che sia. Un sistema di borse di studio e di prestiti condizionati al reddito permetterà anche ai meno abbienti di frequentare l'università, impedendo però ai ricchi di avvantaggiarsene senza motivo.

Tutto ciò richiede un ministro dell'Università consapevole delle esperienze internazionali e slegato dalle vecchie logiche dirigistiche, legalistiche ed egualitaristiche che hanno fallito in modo così plateale nell'università italiana. Non vediamo queste caratteristiche nei pochi nomi che sono circolati finora fra i candidati alla posizione.

Luigi Guiso
Roberto Perotti


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 Fuoriregistro    - 18-05-2006
Per gli aggiornamenti del "giorno dopo" rimandiamo alle notizie riguardanti i nuovi Ministri.

 da Liberazione    - 18-05-2006
L'Università al bivio

di Ferdinando di Orio*

L’università italiana si appresta a vivere due eventi che, nel loro casuale intrecciarsi, rappresentano anche simbolicamente autentici “momenti di verità”: dalla formazione del governo, che in queste ore si va definendo, e dalla elezione del Presidente della Conferenza dei Rettori Italiani (Crui), fissata per giovedì 18 maggio, si potranno determinare le condizioni per il rilancio di un settore strategico per il futuro del Paese.

L’università si dibatte, infatti, in una “crisi di sistema”, che rischia di preludere ad un inarrestabile declino. Anche per difetti di comunicazione, il sistema universitario nazionale non è riuscito a far percepire ai governi che si sono succeduti e all’opinione pubblica la gravità dei suoi problemi. Per le risorse destinate alla ricerca, per il numero dei ricercatori, per il rapporto docenti/studenti, per la spesa dello Stato per laureato, l’Italia è ai livelli più bassi nel contesto europeo.

Secondo i dati Eurostat relativi al 2003, gli unici confrontabili su tutti i 25 paesi dell’Unione Europea, l’Italia con l’1,14% del Pil è al 15° posto per le risorse destinate alla ricerca, di gran lunga al di sotto della media europea (1,92%). Il rapporto studenti/docenti è il più basso d’Europa (un docente ogni 32 studenti, contro i 17 del Regno Unito, i 18 in Francia, gli 11 in Germania e i 17 in Spagna) e il numero dei docenti nei prossimi cinque anni diminuirà di 800 unità all’anno e molti di più a partire dal 2009. Il costo del personale, tutto a carico degli atenei come pure gli oneri derivati dagli incrementi stipendiali decisi a livello centrale, è aumentato del 77% ed è superiore a quello dei finanziamenti statali (74%) al sistema universitario nello stesso periodo.

L’azione del governo Berlusconi ha aggravato questa crisi, perseguendo una strategia politica funzionale alla valorizzazione esclusiva delle università private e attuando una riforma dello stato giuridico dei docenti che, per le sue caratteristiche regressive, è stata rifiutata da tutte le componenti del sistema.

Alla luce di tutto ciò e nel momento in cui l’università si appresta a vivere i due appuntamenti prima ricordati, non è più rinviabile un dibattito trasparente sul suo futuro in grado di coinvolgere il mondo politico e quello accademico. Si tratta di individuare una “piattaforma” condivisa di valori irrinunciabili, sui quali costruire un nuovo progetto di università caratterizzato da adeguate risorse e da nuovi strumenti legislativi, organizzativi e gestionali.

E’ necessario, innanzitutto, riaffermare il principio costituzionale dell’autonomia dell’università, nei suoi istituti normativi e nelle sue caratteristiche sostanziali di indipendenza e autorevolezza nei confronti dell’esecutivo, delle altre istituzioni, dell’opinione pubblica, del Paese nella sua globalità, da esercitare in modo strategico e con spirito propositivo e propulsivo. Deve essere poi valorizzato il sistema universitario pubblico, interrompendo definitivamente la prassi, contraria allo spirito costituzionale, di finanziare le università private a danno di quelle statali e impedendo l’istituzione di università senza alcuna qualificazione accademica o di dichiarata impostazione confessionale integralistica.

Non meno importante, in tal senso, è la difesa della laicità del sapere e della ricerca scientifica, messa in discussione dal ritorno di una cultura fondamentalista, che ha ispirato prima la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita e ha poi spinto all’astensione al voto nel successivo referendum abrogativo, mortificando la lotta di tante donne per il riconoscimento di un vero diritto alla salute.

In questa piattaforma valoriale, deve essere inserita anche la difesa del valore legale del titolo di studio che rappresenta, in un sistema di generale precarizzazione del mondo lavoro, la migliore garanzia (l’ultima?) in grado di assicurare reali condizioni di uguaglianza per tutti i cittadini nell’accesso al mondo delle professioni. La sua abolizione rappresenterebbe l’ultimo e più pericoloso attacco al sistema formativo nazionale pubblico e la definitiva legittimazione di quello privato.

L’esplicita condivisione di questi principi rappresenta il presupposto fondamentale per individuare risorse e strumenti per il rilancio dell’università che, altrimenti, sarebbe di corto respiro e sottoposto ai condizionamenti di logiche esterne al sistema, ispirate da interessi forti e lobbies di potere.

E’ in questa prospettiva che devono essere incrementati gli investimenti sulla ricerca, la cui quota sul Pil deve essere portata almeno agli standard fissati dagli accordi di Lisbona, e devono essere introdotti meccanismi e incentivi per compensare le disuguaglianze finanziarie e strutturali tra atenei, soprattutto del Mezzogiorno, che si ripercuotono negativamente sulla realizzazione di un reale diritto allo studio per tutti gli studenti italiani.

Il ripensamento della “svolta aziendalistica” impressa negli ultimi anni al sistema non deve tuttavia comportare la rinuncia alle potenzialità positive legate a tutti gli strumenti individuati per la valorizzazione economica dei nuovi saperi e per la loro trasformazione in risorsa strategica per il territorio (fondazioni, spin-off, ecc.).

Tra gli strumenti legislativi, è fondamentale affrontare il nodo dello stato giuridico della docenza, soprattutto in riferimento al giusto riconoscimento di una terza fascia docente non ad esaurimento, evitando ogni tentazione riformistica della legislazione Moratti, sia per i suoi contenuti sia per le modalità con le quali è stata proposta e pervicacemente sostenuta contro tutto il mondo universitario.

Deve essere quindi rivisto il sistema dei concorsi, prevedendo la distinzione tra reclutamento ed avanzamento di carriera e risolvendo il problema del precariato. Tra gli strumenti organizzativi e gestionali, l’istituzione di un’Agenzia nazionale della Ricerca Scientifica sul modello francese può rappresentare il volano fondamentale per lo sviluppo di tutto il settore. La necessaria revisione della governance degli atenei deve essere perseguita sulla base dei principi irrinunciabili dell’autonomia, della suddivisione dei poteri e della chiara attribuzione delle responsabilità, rifiutando ogni proposta ispirata da chiare impostazioni di tipo imprenditorialistico.

In questo contesto la Crui, quale organo di rappresentanza dei Rettori, deve rivestire un ruolo finalizzato alla promozione dello sviluppo del sistema universitario, ben distinto da quello degli altri attori istituzionali (ministero, Cun, associazioni di categoria e sindacali) e da quello di un organo elettivo di autogoverno del sistema nazionale delle università.

Sono dunque questi i punti principali da mettere all’ordine del giorno dei futuri lavori del prossimo governo e del prossimo Presidente della Crui. Dalle strategie adottate per la loro interpretazione e soluzione dipenderà il rilancio strategico dell’università italiana, nella comune consapevolezza che il declino degli studi, della cultura e della scienza anticipa e determina quello di un intero Paese.

*Rettore dell’Università degli Studi dell’Aquila