breve di cronaca
Due storie di giustizia
Il Manifesto - 21-05-2002
POLITICA O QUASI

Due storie di giustizia

IDA DOMINIJANNI

Rosaria Schifani, la vedova di uno dei tre agenti della scorta di Giovanni Falcone massacrati con lui e con sua moglie a Capaci, torna a parlare dopo dieci anni, in un libro _ Oltre il buio, Rubettino editore _ scritto con Felice Cavallaro, di cui Io donna, l'inserto del Corsera di sabato scorso, ha anticipato qualche pagina. Rosaria nel frattempo si è trasferita a New York col figlio che ai tempi della strage aveva quattro mesi, è tornata in Italia, si è risposata, ha messo al mondo altre due figlie. Parla al presente con serenità e pessimismo: sul silenzio della mafia che «fa troppo rumore», sui processi con imputati eccellenti che «si concludono con raffiche di assoluzioni», sull'uso sconsiderato che certi magistrati hanno fatto dei pentiti «lasciandosene usare invece di usarli», su certi uomini politici che «si nascondono dietro i banchi del parlamento per non farsi processare». Ma soprattutto, sul vuoto di memoria in cui vede precipitare il passato italiano nelle giovani generazioni e non solo. «I cuori si sono addormentati, assopiti, anche quelli di tante persone che con cortei e fiaccolate nel `92 invocavano giustizia e libertà dalla mafia». Eppure, lei lo sapeva già allora. C'è una pacata misura nelle parole di oggi, che colpisce al cuore meno dell'imprevedibile dismisura con cui il 25 maggio di dieci anni fa, nella cattedrale di Palermo, Rosaria Schifani ruppe la crosta dell'ipocrisia di stato e di chiesa interpolando a soggetto la propria verità nel testo dell'appello che, secondo la sceneggiatura concordata, le toccava rivolgere agli autori della strage. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo e a nome dei servitori dello Stato, il testo domandava Giustizia, prometteva Perdono agli assassini in cambio di Genuflessione, Cambiamento e Conversione, invocava Pace e Speranza. Rosaria tolse tutte le maiuscole, recitò le frasi del testo con involontario straniamento brechtiano, pronunciò «Stato» con diffidenza, «cambiamento» con incredulità caustica, aggiunse contro il prete che cercava di farla obbedire al testo scritto che i mafiosi erano là dentro in mezzo ai fedeli, denunciò che neanche in quella chiesa c'era amore e tantomeno nei rappresentanti dello stato. Fu una messa in scena tanto straordinaria quanto involontaria della frattura incolmabile fra la convenzionalità pubblica e il vissuto interiore della realtà, o della perdita di senso della realtà, che le rievocazioni di oggi della strage di Capaci farebbero bene a ritrasmettere integralmente per confrontarla con ciò che è rimasto, nella memoria individuale e collettiva, del trauma di quei giorni e della sua riparazione pubblica. Licia Pinelli, la vedova dell'anarchico che volò dalla finestra della questura di Milano il 1 dicembre del `69, parla anche lei per la prima volta, dopo trent'anni e più, intervistata su Repubblica di sabato scorso da Giuseppe D'Avanzo. Dice la sua sulla ricostruzione, a tutt'oggi controversa _ diciamo così _ dei fatti; ipotizza che il marito sia stato picchiato, sia stato colto da malore, dato per morto e scaraventato giù dalla finestra; parla con umanità di Luigi Calabresi, il commissario assassinato come responsabile della morte di Pinelli, e per la cui morte la giustizia italiana ha trovato in Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani i capri espiatori. Licia Pinelli non crede alla loro colpevolezza («Anche a Lotta Continua, come a me, è stata sottratta la verità»), e quanto ai capri espiatori non le piaceva neanche che lo fosse Calabresi per la morte del marito: «Per me erano imputati tutti allo stesso modo, il questore, il ministro, il prefetto e ancora più su». Perciò dalla morte del commissario Licia Pinelli non si è mai sentita risarcita: «In quel momento mi sono sentita derubata, ho capito che non avrei avuto mai più la verità che stavo cercando». E la verità, per Licia Pinelli, non è la verità giudiziaria. Non le interessa la punizione dei colpevoli, non le piacciono le prigioni: «Non parlo della giustizia dei tribunali. Per me, giustizia è la consapevolezza degli uomini di che cosa è accaduto».

Consapevolezza, memoria. Mentre difendiamo lo stato di diritto e l'autonomia della magistratura dagli attacchi di un potere politico che vede garanzie nell'impunità dei forti e colpe nella punibilità dei deboli, le parole di queste due donne ci ricordano che nell'azione dei tribunali è d'obbligo avere fiducia, ma per la giustizia ci vuole qualche ingrediente in più, che non è nelle mani della legge ma nelle nostre.

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