Gli assassini e gli indifferenti
S.B. - 12-05-2006
Riceviamo la segnalazione e volentieri (ma dovremmo dire malvolentieri) la diffondiamo - Red

Dal quotidiano l'Unità

Decapitata per strada con un coltello - non vi sfugga il dettaglio - tipo Rambo. Sepolta viva col pancione di nove mesi a una settimana dal parto indesiderato (dall´assassino). Rapite, violentate, picchiate come tamburi. Ricattate sessualmente. Insomma, le donne e la violenza, una buona benzina per la cronaca nera, che è poi semplicemente la cronaca: quel che succede. Eppure, a quanto sembra, pochi collegano le immagini splatter dei telegiornali sulla donna-uccisa-del-giorno con le grandi cifre di come va il mondo tutto intero.

Quel che è vicino è tanto grande da impedirci di vedere l'insieme. Una povera donna con la testa mozzata sembra un'altra cosa rispetto alle cifre dell'Onu (1998) che fanno il punto sulla violenza sulle donne. Sembrano distanti e invece sono la stessa cosa. La violenza è la prima causa di morte e invalidità sul pianeta per le donne dai 15 ai 44 anni. Più della guerra o della malaria, più degli incidenti stradali o del cancro, le donne muoiono per le botte di padri, fratelli, mariti e compagni. Una questione di diritti umani che riguarda più o meno metà dell'umanità (l'altra metà, pare, preferisce menare le mani). Verrebbe quasi da dire che il problema è degli uomini, che dovrebbero fare loro una seria riflessione sul loro malessere.

Paradosso della comunicazione: dici violenza sulle donne su scala planetaria e pensi a faccende tribali, a mutilazioni religiose, alle moltitudini la cui vita è considerata quasi naturalmente in bilico. La violenza italiana quotidiana sulle donne pare invece uscire dalle statistiche e diventare caso limite, buono per il voyeurismo dei media. C'è indignazione ma in pochi notano che le vittime sono quasi sempre donne, che il movente della violenza è quasi sempre molto maschio, che si muore di più, o si viene picchiate, di norma quando ci si sottrae a un possesso. Secondo Amnesty International (2003) almeno in una coppia su dieci la donna subisce violenza. Niente ci impedisce di pensare che qui vada meglio, anzi, e il 65 per cento delle violenze in famiglia ha per vittima una donna. Ecco un posto dove le quote rosa non servono.

Moltissimi se ne occupano: studi e convegni, prevenzioni varie, accoglienza e soccorso, sociologia, polizia, medici e infermieri, cioè praticamente interi pezzi di società vengono ogni giorno a contatto con donne che hanno subito violenza. Molti dedicano vite e carriere al problema. Ma l'emergenza sembra non fare breccia sull'informazione popolare - che pure maneggia con disinvoltura violenza ogni giorno - né pare di vedere in giro una presa di coscienza collettiva, né sembra che la grande informazione sappia sommare tra loro tanti singoli episodi per intuirne una tendenza: che le donne sono più esposte alla violenza.

Farli smettere (di menare, di ricattare, di sottomettere in ogni modo, e di ammazzare) dev'essere il punto fermo. È l'obiettivo di ogni campagna per i diritti umani: salvare i minacciati. Intanto, e come condizione preliminare, si vorrebbe anche una specie di movimento ideale, stupore e indignazione collettivi, che sollevasse il problema. Che collegasse in modo evidente a tutti la stupefacente distanza tra l'immagine di donna che ci è propagandata e la donna reale, che prende pure qualche sberla. Gli uomini, in genere, ne traggono un certo fastidio. Esitano, persino i più democratici, ad accettare di far parte della parte che opprime, anche loro in qualche modo accettano l'enormità delle statistiche finché se ne stanno lontane, e la vicina picchiata, o l'accoltellata del giorno sembrano un'altra cosa. Forse non è indifferenza, ma lontananza, una specie di neutralità. Spezzare questo atteggiamento, per esempio nei grandi media elettronici, nella stampa popolare, nei linguaggi pubblicitari, nell'opinione pubblica più ampia, potrebbe essere un primo mattoncino. Quante volte troviamo il modello di donna esposto spaventosamente a misura d'uomo (e non di donna)? Sarebbe ora di cominciare a dirlo più spesso.

Silvia Balestra

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