Un altro maggio
Giuseppe Aragno - 09-05-2006
Li ho davanti: lavoratori-studenti dell'università nuova, che stipula accordi con stato e parastato ed offre a buon prezzo pillole di cultura usa e getta; tante pagine, tanti "crediti", tanti esami e lauree da consumare per ogni bisogno: brevi e triennali, quinquennali e lunghe, col codicillo di un dottorato, il coronamento di un master e il miraggio di un futuro remoto lavoro. Li ho davanti e non ci vuole molto per intendersi: siamo noi la storia da imparare. Non è facile capirlo dal guazzabuglio di parole che scriteriatamente chiamiamo "libri di storia ", ma è così: non c'è futuro che non sia stato passato e nulla perciò torna più utile al potere di un popolo senza memoria, perché chi non ha storia è paradossalmente fermo al presente che non si può fermare e non sa di se stesso.

Siamo a maggio. «Questo è il presente - inizio così - e voi cosa sapete di altri maggio? Che ne potreste dire, cosa vi ricorda il maggio del '98?»

Mi risponde un silenzio che è di una terribile eloquenza: chi vuoi se ne ricordi di questo tuo maggio, in questi giorni che sottraggono noi a noi stessi, che ci prendono al laccio dei giochi di una politica antica, di un "dejà vu" che si presenta come un "nuovo" nato irrimediabilmente vecchio e ridipinto ad arte con l'inutile scaltrezza e l'incorreggibile miopia della malizia?

Mi faccio animo e riprendo: «E' così lontano il tuo maggio, voi pensate, lo so, vi si legge negli occhi, e tu cosa vuoi, che vai domandando, dove vai a parare, grigio professore delle vecchie storie? Ma sbagliate e nel maggio che vivete ci sono quelli andati e altri che verranno, ne potete star certi: questo non è il vostro maggio».

Ora i lavoratori-studenti sono attenti.

« Quello del '98 fu il tempo delle lotte, quando il lavoro spiegava all'impresa che un mondo migliore è possibile - non siete voi ad averlo capito per primi - e che si può, è possibile vivere per costruirlo. Non sto a tormentarvi con Filippo Turati, il grande socialista che finisce in manette perché in queste cose crede, di questo ideale scrive e si nutre, per un mondo migliore milita e combatte. Mi fermo a Napoli, nella città dove trascorre senza apparente speranza il vostro tempo che non conosce il passato e che perciò non sembra avere un futuro».

Non sto lì a raccontargliela tutta la storia che conduce al '98 napoletano: due ore sono poche e mi basta narrare la vicenda singolare d'un manipolo di no global d'altri tempi che s'è ficcato in testa - ci saranno stati cattivi maestri? - di radunare assieme le forze del lavoro e imporre qualche regola al mercato.

«E' una bestemmia per la Napoli della camorra liberale ma, pensate, tra quelle teste calde ci sono donne che lottano per la libertà sessuale - ogni tempo ha la sua Vladimir Luxuria - e nella Napoli del '98 si chiama Emilia Marabini, ha coraggio e penna buona, sa di politica e dalle colonne della "Vigilia" racconta al mondo il dramma degli sventurati che i padroni "avviliscono, frustrano, ammazzano" e, che, "disgraziati, non han più forza di pensare, di sollevarsi, di sentire la propria dignità, di ribellarsi all'ingiustizia che fa di loro degli automi". Ci sono, nella Napoli Belle époque, Viviani e quell'irripetibile Pulcinella che fu Petito, teatranti destinati a lasciare un qualche segno: ma, si sa, arte e cultura sono da sempre manovrate dalla sinistra. C'è anche - e la testa è tra quelle più calde di tutte - un napoletano nato in Russia da un emigrante nostro, un bianco "vù cumprà" di fine Ottocento, che ha messo insieme una fortuna come fotografo alla corte degli zar. Si chiama Giovanni Bergamasco, un nichilista per la polizia politica -l'equivalente degli anarchici insurrezionalisti tanto cari a Pisanu - o più semplicemente un contestatore, un "disobbediente", un Francesco Caruso d'altri tempi, che scrive lucidamente e pericolosamente: "la notte di San Bartolomeo, le stragi spietate [...] i filosofi liberali pensatori, Bruno, Serveto, Vanini, Moro, dannati alle fiamme o altrimenti martirizzati, tutto ciò mi pare un'aberrazione mentale, un brutto sogno".
E poiché è pericoloso, i socialisti - brutta genìa che ha radici lontane - intendono trovargli posto nelle Istituzioni - Bertinotti, si capisce, non è nato dal nulla - e c'è chi grida al broglio, chi si scandalizza, chi si appiglia ai cavilli e fa di tutto perché lo si metta alla porta. Teste calde davvero, se Ferdinando Colagrande, un tipografo, fonda "Il Secolo dei Lavoratori", un giornale che è tutto un programma, se Gaetano Balsamo, un misero guantaio, non accetta la rassegnazione predicata dal padreterno dei preti e, anima sconsacrata, da anni trascina anni i compagni allo sciopero, se Ignazio Mottola raduna in lega i ferrovieri socialisti, se Umberto Vanguardia organizza in società di resistenza i camerieri ed i cuochi di albergo e segue una bandiera affascinante che ha scritto in rosso, sul campo nero: "Né padroni né dio".
Un altro maggio. La sinistra non si specchia ancora completamente nel modello borghese tutto poltrone, scanni e presidenze, e la destra ha maggiore coerenza: non si spaccia per democratica ed è liberale solo se la libertà non si immischia della proprietà. Due mondi. Inconciliabili. Maggio del '98 si chiude con lo stato d'assedio e col sindacato che non fa in tempo a dividersi sugli inviti alla Moratti di turno per la festa dei lavoratori: risorto ad aprile, a maggio è già in manette.
Un altro maggio ed è vero. Tuttavia, badate: o la sinistra torna a parlare al cuore dei lavoratori o, fa male dirlo, noi li rivedremo quelli che Arturo Labriola chiamò gli spettri del '98».
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