No al fascismo
Giuseppe Aragno - 21-04-2006
E' la cieca e spregiudicata arroganza di chi fa un uso pubblico della storia, piegandola ai fini della politica spicciola e politicante, a consentire che si dia per verificata l'equazione "antifascismo uguale comunismo", dimenticando Matteotti, Amendola, Gobetti e i fratelli Rosselli. Dirò di più: è un'operazione strumentale e fuorviante quella che tende a cancellare dal palcoscenico della storia i fuorusciti socialisti, popolari, repubblicani e anarchici, la resistenza spontanea allo squadrismo, gli "Arditi del Popolo", la cospirazione nel paese, l'organizzazione liberal-socialista che fa capo a "Giustizia e Libertà", la resistenza opposta al regime nelle carceri e nei luoghi di confino, il sacrificio dei militari internati che rifiutano di arruolarsi nelle bande della Repubblica Sociale, l'ardita coerenza di quegli anarchici che non rinunciano ai loro esemplari tentativi di "propaganda del fatto". Una omologazione che annulli le diversità profonde tra antifascisti, riducendole ad unità sotto la comoda etichetta del "comunismo" è fuori della storia.
In questa acritica e deliberata privazione di identità, in questa negazione di culture politiche diverse che contribuirono alla costruzione di un ethos della Resistenza c'è una linea di continuità che fa da naturale pendant, è il logico contraltare di comportamenti e metodi caratteristici dei fascisti durante la guerra di Liberazione, quando ogni partigiano giustiziato fu un anonimo "banditen". Riciclato nei gangli del potere di quella che ormai non è più la Repubblica nata dalla Resistenza - Fini è stato l'allievo prediletto di Almirante, un repubblichino razzista e boia di partigiani - oggi il fascismo non scrive più "banditen" sull'etichetta che definisce il "nemico". Oggi scrive "comunista" e trova purtroppo consensi anche a sinistra.
Da qui, da questa semplice constatazione di un fatto, occorrerà partire per restituire un minimo di onestà intellettuale e di correttezza metodologica a un dibattito storiografico sempre più mortificato dalle ragioni strumentali della politica: l'antifascismo non fu esclusivamente comunista. E' un dato di fatto, un elemento oggettivo che, senza ignorare il ruolo determinante che il comunismo svolse negli anni della clandestinità e in quelli della lotta armata, rivela l'indigenza culturale o, se si vuole, la miseria morale del revisionismo da qualunque parte esso provenga: dagli eredi degeneri di Gramsci e di Bordiga o dai mediocri nipotini di Renzo De Felice e di quel suo "minimalismo", che, per dirla con le parole d'un partigiano e storico di indiscutibile spessore culturale e politico, non leva mai il suo sdegno per il fascismo "a elemento del giudizio storico, quasi che nel formularlo, soffocare il momento etico sia garanzia di scientificità" [1]. E', per intenderci, l'inaccettabile "scientificità" che segna l'operazione politica e culturale di Nolte che, per legittimare agli occhi del mondo la Germania complice e succube del nazismo, mette a tacere ogni istanza etica, sciogliendo il grumo sanguinolento della Shoà nell'acido di una pretesa "guerra civile europea" tra nazismo e bolscevismo e riduce l'olocausto ad una sorta di risposta ai crimini "asiatici" di Stalin [2]. E' così che l'Europa del 1940 si trasforma nel "regno di un male" che trionfa, "quasi a farsi gioco di ogni speranza", e che, la fine del secondo conflitto mondiale schiude davanti all'umanità prostrata le porte della felicità. "Nel 1940 - scrive Graziosi - con la presa di Parigi da parte di eserciti nazisti alleati coi sovietici le previsioni più cupe sembrarono avverarsi, gettando alcuni nella disperazione. Eppure contrariamente ad ogni previsione, proprio dalla nuova guerra, malgrado i suoi orrori, sarebbero arrivati un mondo diverso e quella progressiva sconfitta del male che avrebbe fatto conquistare alla storia del XX secolo il suo valore di grande parabola morale" [3]. Metafora che, potrei sbagliarmi, torna particolarmente utile alla celebrazione dei fasti "innocenti" del modello capitalista. Sono queste le vie attraverso le quali passa il revisionismo: quelle che annullano ogni differenza e sembrano ignorare il sangue e la disperazione di un intero pianeta dal secondo dopoguerra ad oggi. Ne emergono, osserva acutamente Arfè, "ancora confusi, i tratti di un nuovo totalitarismo, diverso da tutti quelli del passato, ma che con essi ha in comune il tendenziale punto di arrivo: disumanizzare l'uomo" [4].
In questo quadro, non fa certo meraviglia se si faccia ricorso alla logica della storia comparata quando serve ad escludere il fascismo italiano dai totalitarismi - siamo al punto che si può negare anche ciò che Mussolini e i gerarchi pensarono di se stessi - e la si abbandoni quando occorre lasciare in ombra il carattere europeo della Resistenza, per ridurre la guerra di liberazione a guerra civile: è facile così distribuire equamente le ragioni e i torti e fare appello ad un bisogno di pacificazione che chiuda i conti col passato. E' con questi metodi che si è giunti a porre la storia fuori del tempo e dai luoghi, la si è la ridotta alla "conta dei morti", in una terra dai vaghi confini euro-asiatici - e si è disegnata un'area "eticamente buona", nella quale hanno patria i "liberali capitalisti" e la destra fascista recuperata alla democrazia. Fuori di questo Eden storiografico, è la barbarie, l'aberrazione comunista messa al bando anzitutto, anche questo va detto, da coloro che di comunismo hanno vissuto, mentendo per anni agli altri e a se stessi.
Sembrerà strano, ma, visto da quest'angolo visuale, il problema del revisionismo è stato sin dall'inizio non solo quello di creare un volto umano del regime per situarlo nei confini rasserenanti dell'area moderata, ma di fare del comunismo italiano e dei suoi alleati, il vero nemico del Paese, e trovare testimoni pronti a giurare su questa menzogna. Non a caso, Arfè ha potuto lucidamente scrivere:

"Oggi nella cultura storica e politica emerge, con [...] aggressiva virulenza un filone per il quale l'equiparazione va stabilita tra comunismo e fascismo e, assimiliate al comunismo, o per lo meno considerate sue necessarie complici, sono tutte le correnti ideali e politiche [...] che in qualche modo col comunismo hanno intrecciato rapporti di collaborazione e di dialogo. Di qui si è partiti per mettere in stato di accusa la Resistenza e [...] la si è qualificata, ignorandone la dimensione europea, manifestazione di guerra civile" [5].

Una cosa appare evidente: tutto questo non sarebbe accaduto senza colpevoli silenzi, o deprecabili prese di posizione di una sinistra desiderosa di cancellare la propria storia per legittimarsi agli occhi dei moderati dopo la caduta del muro di Berlino. Fa male riconoscerlo, ma è così: occorreva che Luciano Violante provvedesse a rivalutare Salò, trasformando in combattenti i boia e i torturatori della X Mas, della Kock, della Rivera e della Bernasconi, perché si aprisse la breccia attraverso la quale è dilagata la "revisione". Non a caso, l'atto di morte presunta dell'antifascismo l'ha siglato di recente Sergio Luzzatto, studioso "progressista" di ultima generazione, osannata dagli ex comunisti che tutto hanno sacrificato sull'altare di una non meglio definita "cultura di governo". Occorreva un convinto assertore della neutralità dello storico, un ideologo della non ideologia per sostenere che in giro non si intravede ormai "nemmeno più l'ombra del fascismo", e che - cito testualmente - in Italia "non vi è stato antifascismo senza il contributo decisivo del comunismo". Di qui, la sentenza: poiché "è vero che il comunismo è finito male [...] la fine dell'uno ha accelerato l'agonia dell'altro" [6]. In quanto ai partigiani, Luzzatto ha idee chiarissime: "La stragrande maggioranza dei combattenti furono ragazzi fra i diciotto e i vent'anni che salirono in montagna senza l'idea di compiere una scelta di vita: più che altro volendo sottrarsi alla leva militare di Salò. I resistenti erano anzitutto dei renitenti" [7]. Verrebbe la voglia di chiedere a Luzzatto se i "renitenti" non fossero anche aspiranti suicidi, giacché a salire in montagna v'erano buone probabilità di andare incontro ad un'impiccagione eseguita con filo di ferro, ma a che servirebbe? Luzzatto ha cultura: per sua esplicita ammissione ha preso certamente tra le mani "il libro inaugurale del cosiddetto canone resistenziale, la Storia della Resistenza italiana di Roberto Battaglia" e "la maggioranza dei libri prodotti negli ultimi vent'anni negli Istituti Storici della Resistenza". Li ha letti così bene che può tranquillamente affermare che "l'ombra del comunismo, con il suo carico enorme di sofferenze e di atrocità, si allunga" sui vecchi partigiani sopravvissuti, "fino a farli apparire improbabili come campioni di moralità e maestri di democrazia" [8]. A queste conclusioni giunge Luzzatto, chiudendo un dibattito sul fascismo segnato irrimediabilmente da posizioni e interessi che, andando ben oltre i limiti della storiografia, sconfinano evidentemente sul terreno politico e ideologico che caratterizza la nascita della cosiddetta "seconda repubblica".

In un momento politico come quello che viviamo, il 25 aprile non è un giorno della memoria rituale. Abbiamo davanti a noi un centrodestra che, sconfitto dal responso delle urne, si rifiuta di far posto ai vincitori. Ed è, si badi bene, uno schieramento politico che ha nel suo bagaglio culturale la storia "revisionata" di Nolte e De Felice. In quanto al centrosinistra vittorioso, molti dei suoi rappresentanti, in nome di una anacronistica "pacificazione nazionale", hanno aperto la breccia attraverso la quale è passata una "parificazione" presto sfociata in processo ai comunisti ed alla Resistenza. Il 25 aprile che ci si presenta è un'occasione irripetibile per ricordare a tutti quali sono le radici da cui nasce la democrazia nel nostro paese. E' necessario farlo, fino a che c'è tempo, perché vinti e vincitori tornino alla politica, perché la maggioranza si distingua nei fatti dall'opposizione, perché chi perde rispetti gli avversari e chi vince di misura si metta in discussione, interrogandosi sui mille perché di una risicata vittoria. E' necessario farlo perché entrambi la smettano di pensare che c'è mezzo paese fatto da idioti. Le cause dell'esito elettorale sono politiche e occorre capirle. Lo impongono le ragioni della democrazia. Lo impone soprattutto la consapevolezza che il terreno dello scontro sulla Resistenza e, quindi, sulle Istituzioni, ha perso da tempo il suo significato storiografico per assumere connotati evidentemente politici. Checché ne pensi la sinistra, di cui è esponente Luzzatto, la battaglia è ancora tra fascisti e antifascisti.
In questo senso è necessario dirlo: i comunisti saliti in montagna non conoscono probabilmente la realtà dell'Unione Sovietica, né del lacerante dibattito che ha diviso Stalin da Troztky sul tema della rivoluzione permanente e del socialismo in un solo paese. Essi sono espressione di ciò che resta del partito di Bordiga, che ha decisamente combattuto la subordinazione dell'Internazionale agli interessi dello stato sovietico e, soprattutto di quel filone autoctono, nazionale del comunismo, che ebbe in Gramsci il suo ideologo. E' un proletariato al quale il rivoluzionario sardo, in sintonia col pensiero di Marx, assegnava il compito di diventare classe dirigente inserendosi a pieno titolo in quello storicismo che vantava tra i suoi interpreti Vico, Spaventa e Antonio Labriola. E una classe dirigente si forma anche e soprattutto a scuola. Quella scuola sulla quale - sarà solo un caso? - Polo ed Unione stentano a distinguersi. Eppure le radici culturali delle forze in campo sono veramente alternative e la storia della Resistenza lo dimostra ampiamente. .Non è un caso che tra i partigiani comunisti vi siano rivoluzionari professionali per i quali lottare contro il fascismo è combattere una guerra di classe per edificare un nuovo sistema sociale. Non è un caso che quella comunista sia una presenza significativa, che ha radici profonde nella classe operaia e tra i ceti genericamente "popolari" e che essi costituiscono la maggioranza delle forze antifasciste, com'è attestato dagli innumerevoli militanti condannati dal Tribunale speciale, dai tanti confinati e attivisti scesi in clandestinità, dalla massiccia partecipazione in ruoli anche di comando alla lotta armata combattuta in Spagna contro il franchismo ed il nazifascismo. Non è tuttavia nemmeno un caso che, per avviare un processo di cambiamento in grado di condurre alla repubblica, essi non attesero che Stalin, aggredito dai nazisti, abbandonasse le sue tesi sull'equivalenza tra socialismo e fascismo e sulla sostanziale identità del capitalismo anglo-francese ed italo-tedesco o che inserisse in maniera organica l'antifascismo nell'ideologia comunista. I comunisti non mangiarono bambini: furono un pilastro della democrazia. Il 25 aprile invita a ricordare. Ma è un invito che per la sinistra si trasforma in dovere etico e politico: ripristinare la verità, perché in termini politici essa è rivoluzionaria. In questo senso, di estremo interesse sono il ricordo e l'impressione fortissima che di quei comunisti ha conservato un convinto e coerente riformista turatiano qual è Gaetano Arfè, che li conobbe, appena diciottenne, quando, incarcerato a Sondrio, si accingeva a salire sulle montagne della Valtellina per diventare partigiano delle formazioni di Giustizia e Libertà:

"Nelle gelide celle di via Caimi - era il gennaio del '44 - conobbi il mio primo comunista, Guido Chiarelli. Nessun dubbio incrinava la sua fede nel comunismo, ma insieme alla fede egli aveva le altre virtù dei cristiani delle catacombe, la speranza e la carità. Mi incoraggiò, mi dette, da vecchio galeotto, preziosi consigli su come comportarmi nel corso degli interrogatori e nella vita quotidiana del carcere, ebbe da lui le mie prime lezioni di storia vera e vissuta. Mi raccontò senza enfasi, con accenti discreti e pacati, del fronte popolare francese e della guerra di Spagna nella quale era rimasto ferito e del campo francese del Fernet - poco meno di un lager - del quale era stato ospite. Delle cose che appresi una mi colpì più di tutte le altre, che non esistono popoli buoni e popoli cattivi, che non i tedeschi erano da condannare, ma il nazismo e che pesanti responsabilità per il suo trionfo avevano avuto le potenze vincitrici, le quali avevano imposto alla Germania vinta una pace di sopraffazione e di vendetta, dando inestinguibile esca al divampare di un nazionalismo sfociato nel razzismo, concedendo poi ad Hitler quanto avevano negato alla repubblica di Weimer, fino ad arrivare alla vergognosa capitolazione di Monaco". [9]

Per la loro identità, per gli obiettivi che si proposero, i comunisti furono temuti nemici di quel fascismo col quale oggi li si vorrebbe confondere, forzando il senso della storia. Molti tra loro si ritennero soldati di un esercito rivoluzionario che avrebbe combattuto per una rivoluzione proletaria mondiale. Ma sui monti della guerra partigiana, dove i comunisti sono tenuti insieme da militanti che si sono forgiati nel fuoco della lotta e sono cresciuti nelle fede incondizionata nella rivoluzione, essi sanno che il cambiamento passa obbligatoriamente per un processo di rigenerazione della nazione, sicché lotta per la rivoluzione e lotta per la libertà coincidono; in questo senso - e ignorarlo significa stravolgere il senso stesso della vicenda storica - i partigiani comunisti, il comunismo italiano nella Resistenza, sono, e non potrebbero non esserlo, geneticamente nemici del fascismo. Quel fascismo che di tempo in tempo, passando per Franco e Salazar, Papadopulos e Videla, Pinochet, i turchi massacratori di curdi e Musharraf, giunge ai giorni nostri e ci conduce a Guantanamo, dove un paese che non è fascista nel senso classico e "storico" della parola, ma che ha sostenuto e sostiene tutti gli esperimenti di neofascismo che hanno segnato la storia del pianeta nel secondo dopoguerra, costruisce un vero e proprio monumento al fascismo. A Guantanamo, in terra sottratta ai comunisti e in nome della pax americana. A Guantanamo, dove la storia si presenta con uno di quei paradossi che la rendono talvolta mirabilmente chiara.
D'altro canto, e qui chiudo, l'equiparazione fascismo-comunismo ha radici lontane nella storia della nostra repubblica; per buona parte delle sue classi dirigenti la Resistenza è stata sempre un anacronistico impaccio da cui "liberare il Paese". Non è, come tentano di farci credere i padri spirituali della "Seconda Repubblica", il prodotto di una recente ed originale riflessione. Tutt'altro. La destra lo sa bene, gran parte del centro sinistra lo ignora, non so se per connaturata doppiezza o per l'indigenza culturale che lo contraddistingue. Alle spalle di questo "teorema" ci sono motivi cari a quella parte del fascismo che, dopo la guerra, conservò impunemente le sue radici, dando frutti via via più velenosi. In questo senso non è casuale che la nascita della cosiddetta "Seconda Repubblica", così come "pensata" dai teorici del definitivo "sdoganamento" di Fini e compagni e della "Bicamerale", passi per la via condivisa della "pacificazione" e, quindi, della "parificazione": da sinistra, per esser chiari, i "ragazzi di Salò" e da destra l'equazione Foibe - Resistenza. Non è casuale e - ciò che più conta - toglie ai nostri giovani la capacità di leggere il proprio tempo e rischia di agevolare l'affermazione di un moderno e più pericoloso fascismo. Credo di averlo già scritto per Fuoriregistro, ma repetita iuvant e per questo 25 aprile val la pena di tornarci su.
L'anticomunismo quasi berlusconiano che affligge buona parte degli ex comunisti - incapaci di fare serenamente i conti con la propria storia - ha, di fatto, spianato la via alla formula dei "totalitarismi che sono tutti uguali". Alle radici della "seconda repubblica" c'è l'equiparazione del fascismo al comunismo. Checché ne pensino gli ideologi della storia senza ideologia, l'equazione è fascista - quindi ideologica e politica - e il valore della ics per cui essa risulta verificata, l'aveva già trovato uno dei teorici dello "Stato Corporativo", che il 20 dicembre 1945 così annotava nel suo diario:

«Fascismo e comunismo. Bisogna dare atto a Gide che ci voleva un certo coraggio morale a scrivere, nel 1931: "'Et si j'approuve la contrainte soviétique, je dois approuver également la discipline fasciste" [10].
Un antifascismo comunista, fondato sull'accusa di liberticidio, di dittatura, di pugno duro, d'accentramento di poteri, di statalismo, di 'dirigismo', e chi più ne ha più ne metta, è un non senso. Lo stesso non senso d'un anticomunismo fascista, basato sui medesimi argomenti. Se Mussolini è morto ancora in pieno "cesarismo", Stalin vive ancora in pieno "zarismo": due parole, si sa, sinonime. [...] Quei democratici che collaborano coi comunisti in nome dell'antifascismo o non sanno quel che fanno o sono degli ironisti. L'antitesi tra comunismo e fascismo era (o è) di metodo, il primo anticipando quell'unificazione sociale, quella classe unica, cui il secondo sarebbe ineluttabilmente giunto, se invece che sul formalismo amministrativo e burocratico del partito [...] avesse poggiato sull'attivismo rivoluzionario del sindacato. Un antifascismo comunista serio dovrebbe non combattere il fascismo che fu, ma il potenziale fascismo insito nelle dittature comuniste che, sul modello russo attuale si vanno instaurando in Europa. Conclusione provvisoria: l'antifascismo che intenda "restaurare" la libertà democratica, non può non essere implicitamente anticomunista; l'antifascismo che intenda instaurare una nuova concezione e prassi della libertà, coincide col migliore e più autentico fascismo
" » [11].

Il democratico così preoccupato delle sorti dell'antifascismo era Giuseppe Bottai ras delle squadracce di Tivoli, giunto a fondare e dirigere per venti anni "Critica Fascista". Per capirci, il Governatore di Addis Abeba, l'uomo della Carta del Lavoro e di quella della scuola, che guidò il Ministero dell'Educazione Nazionale. Stella di prima grandezza del regime, con Grandi pensò ed impose l''ordine del giorno che mise in minoranza Mussolini nel Gran Consiglio. Custodito in Vaticano - ebbe una paolina e mistica crisi di coscienza - finì nella legione straniera, dove combatté contro i nazisti, e scampò all'ergastolo cui era stato condannato grazie alla sanatoria che consentì l'ennesimo tutti a casa di questo nostro disgraziato Paese. Tornato a Roma nel 1948, vi morì a gennaio del 1959. Aveva avuto la prudenza di non rientrare in politica - come avrebbe voluto la DC, offrendogliene l'occasione - ma era stato in piena Repubblica l'ispiratore de Il Popolo di Roma, che aveva aggregato monarchici, liberali, missini e uomini della destra democristiana - fascisti riciclati come lui - pronti a sostenere la DC, senza che essa dovesse apertamente ricorrere al MSI di Almirante, padre spirituale di Gianfranco Fini.
Bottai, a suo modo, e non solo per la vicenda personale, era stato repubblicano e non repubblichino. Non ha visto, non avrebbe potuto, la crisi del sistema politico nato dalla Resistenza, ma la sua idea fascista di Italia antifascista l'abbiamo davanti ogni giorno: è viva, concreta, ha anima e corpo nella riforma istituzionale del governo Berlusconi.
Vendetta sua postuma e vergogna di quanti avrebbero potuto evitare tutto questo ma non l'hanno fatto e poi si sono strappati vesti e capelli perché " si vuole colpire a morte la Costituzione", come se il colpo non fosse partito da chi ha tenuto a battesimo la "seconda repubblica". Non ci sono dubbi. Persino Bottai avrebbe si sarebbe opposto al tentativo di appuntare medaglie sul petto di quei ragazzi di Salò che, se l'avessero catturato, gli avrebbero fatto la pelle, mentre quella civilissima creatura politica nata dalla Resistenza lasciò che vivesse. A riabilitarlo ci hanno pensato la sedicente "Seconda Repubblica", quella della Bicamerale, del sangue dei vinti e dei giorni della memoria smemorata. La repubblica che in fondo sognava Bottai.
Abbiamo la maggioranza che basta a cancellare la riforma Moratti - è questione di civiltà politica - ed a condurci ad un referendum istituzionale in cui lo sdegno per le nostre radici violate scuota il Paese. Occorre un lungo, lunghissimo 25 aprile. Non è la sinistra estrema che deve essere prudente per tenere in piedi Prodi. No. Sono i moderati di sinistra che devono ritrovare se stessi. E' questa la strada delle vittorie meno risicate: quella che contrappone valori alternativi. E non è una strada che divida: unisce.

Note

[1] G. Arfè, Storiografia benpensante, "L'Unità", 5-12-1990.
[2] Nel 1986 Ernst Nolte sostenne che esisteva un evidente rapporto causale tra bolscevismo e nazismo. Il nazionalsocialismo, a suo modo di vedere si era limitato a reagire col genocidio alle "realtà di sterminio del movimento ideologico precedente, quello comunista" volute da Stalin. E. Nolte, Il passato che non vuole passare, "Frankfurter Allgemeine Zeitung", 6 giugno 1986. "E' una singolare lacuna della letteratura sul nazionalsocialismo", scrisse Nolte "quella di non sapere o di non voler prendere atto della misura in cui tutto ciò che i nazionalsocialisti fecero [...], con la sola eccezione della tecnica delle camere a gas, era già descritto in una vasta letteratura dei primi anni venti: deportazioni e fucilazioni in massa, torture, campi di concentramento, eliminazione di interi gruppi secondo criteri oggettivi, ordini di sterminio di milioni di uomini innocenti, ma ritenuti 'nemici'. [...] Tuttavia deve essere lecito, anzi è inevitabile, porre il seguente interrogativo: non compì Hitler, non compirono i nazionalsocialisti un'azione 'asiatica' forse soltanto perchè consideravano se stessi e i propri simili vittime potenziali o effettive di un'azione 'asiatica'? L'arcipelago Gulag non precedette Auschwitz? Non fu lo 'sterminio di classe' dei bolscevichi il prius logico e fattuale dello 'sterminio di razza' dei nazionalsocialisti?" E. Nolte, Il passato che non vuole passare, in G. E. Rusconi (a cura di), Germania: un passato che non passa, Einaudi, Torino, 1987, p. 8.
[3] A. Graziosi, Guerra e rivoluzione in Europa. 1905-1956, Il Mulino, Bologna, 1901, p. 258.
[4] G. Arfè, Scritti di Storia e Politica, a cura di G. Aragno, La Città del Sole, Napoli, 2005, p. 119
[5] Ivi.
[6] S. Luzzatto, La crisi dell'antifascismo, Einaudi, Torino, 2004, p. 6 e p. 8.
[7] Ivi, p. 71.
[8] Ibidem, p. 8.
[9] G. Arfè, Il mio debito di gratitudine verso la Valtellina, in AA. VV., Immagini della Resistenza 1943-45, Pradella, Bormio, 1998, p. 24.
[10] Se approvo la costrizione sovietica, devo anche approvare la disciplina fascista, in André Gide, Journal. 1889-1939,. Bibliothéque de la Pléiade, p. 1084.
[11] G. B. Guerri (a cura di), Giuseppe Bottai, Diario 1944-1948, Rizzoli, Milano, pp. 234-235.
Con una lungimiranza che davvero colpisce, all'indomani dell'amnistia concessa ai fascisti, Sandro Pertini pronunciò parole che hanno il tono della profezia: "verrà giorno in cui dovremo vergognarci di aver combattuto contro il fascismo e costituirà colpa essere stati in carcere ed al confino per questo. ". Sandro Pertini - intervento all'Assemblea Costituente all'indomani dell'amnistia ai fascisti avvenuta il 22 giugno 1946.



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 Anna Pizzuti    - 21-04-2006
Su Bottai è forse il caso di ricordare ancora qualcosa: la sua firma di Ministro dell’Istruzione sotto questo decreto.