Unità di apprendimento
Emanuela Cerutti - 18-04-2006
Una pagina di storia italiana quella delle recenti elezioni. Immagino il rientro in classe e l'unità di apprendimento sull'evento clou della primavera 2006. Nulla di strano o di poco coerente, anzi, un ottimo banco di prova per la ricerca, l'analisi, lo sviluppo di ipotesi. Sulla loro verifica occorrerà attendere, ma la scuola è il luogo della lentezza. A scuola si impara a dissertare, ad opporre fatti e ragioni, a leggere la complessità analizzandola, decostruendola e ridandole un possibile significato. Perché cause e conseguenze hanno da sempre rappresentato le linee guida dentro le quali i fatti potessero trovare una collocazione.

Immagino la ricerca dei presupposti, una ricerca fatta sugli infiniti documenti che possediamo, oggi che l'informazione è così tanto alla portata di tutti e perciò stesso, forse, così intricata: e tra i presupposti cardine metto i nomi protagonisti, più rappresentativi delle persone che li rappresentano. Destra e sinistra. Nomi vuoti, detti così, strumentalmente, o "coalizionisticamente". Nomi che però da soli potrebbero occupare settimane solo alla ricerca del loro senso più autentico. Una prima classificazione potrebbe riguardare il loro peso storico, il loro peso politico, il loro peso ideale. E lì basterebbero le dichiarazioni che i nostri uomini politici e le nostre donne politiche hanno fatto in campagna elettorale per ripartire dall'inizio dell'avventura democratica, se non prima, e per accorgerci, come già faceva notare Scalfari su Repubblica un paio di giorni fa, che la dicotomia ci porta con evidenza ad una spaccatura geneticamente italiana: guelfi e ghibellini, meridionali e settentrionali, milanisti ed interisti. Lo sfondo manicheo è tradizionalmente implicito e richiederebbe a sua volta riflessioni profonde. Resta il fatto che entrambe le parti giocano tutte le loro carte per il risanamento del paese e la soddisfazione dei contribuenti: perciò vogliono vincere. Si tratta di mettere a fuoco uguaglianze e differenze: e differenze soprattutto, chiedevano in molti durante la suddetta campagna, perchè una bella differenza fa un voto convinto.

Dai presupposti, e nel tentativo legittimo di dare volti ai nomi, volti e responsabilità, volti ed identità, di uscire dalla confusione, insomma, si potrebbe allora risalire agli effetti agiti dalle due parti, effetti definibili come interni ed esterni. Daremo agli effetti interni il nome di "scelte", a quelli esterni il nome di "risultati". Un esempio ci viene facilmente offerto dalle politiche scolastiche. La "destra" presuppone, tra l'altro, la competitività come molla per il progresso, e la scuola come zona di fruttificazione dei talenti: agisce perciò incentivando l'iniziativa privata e razionalizzando le risorse a favore del miglior investimento produttivo. Un effetto interno è, tra i molti, il taglio dei posti su progetto stranieri in zone ad alto tasso immigratorio. Un effetto esterno è l'accresciuto senso di fastidio che, nelle stesse zone, molti utenti provano e dichiaratamente manifestano nei confronti del "tempo sprecato ad insegnare a quelli...". A scelte corrispondono risultati con esattezza matematica e con buona dose di coerenza.
Mancano purtroppo soluzioni a sbilanciamenti sociali che si preferisce non considerare, però si sa, ogni scelta è un atto esclusivo per antonomasia.
A sinistra qualcosa si complica. La "sinistra" presupporrebbe l'uguaglianza come criterio di crescita, la scuola come luogo delle pari opportunità, l'orizzonte europeo. Il problema si pone all'atto dell'azione ed il perciò rischia di diventare un però: la sinistra, nella sua indifferenza programmatica, incentiva le singole autonomie, razionalizza le risorse a favore del miglior investimento, per quanto culturale, sceglie dell'Europa i migliori offerenti. Un effetto interno è la verifica in termini sanamente aziendali del prodotto che le scuole sono in grado di realizzare: e mission e vision accolgono stupiti docenti un pò all'antica. Un effetto esterno è la confusione di quegli stessi residuati che ancora pensano possibile separare scuola ed impresa. Certe volte alle scelte non si sa che risultati far corrispondere.

Fatto sta, e siccome scripta manent di fatti si può parlare, che si accusa la destra di poco liberismo e la sinistra di reazione. Così entrambe fanno il massimo sforzo per convergere al centro, annacquando quel poco di differenza che avrebbe potuto tracciare schemi e confini precisi, togliendo gioia al naturale bisogno dell'intelligenza umana di uscire dal magma indifferenziato per esistere.

Come passo successivo, per capire se davvero i volti siano degnamente distinguibili, si dovrebbe poi valutare l'importanza delle variabili individuali e collettive.
Voglio dire gli applausi o i fischi della base, del pubblico chiamato ad assistere allo spettacolo che sul palcoscenico della storia, appunto, si dipana. Si dovrebbero valutare consensi e dissensi in modo meno schematico o scontato di quanto forse le impressioni a caldo o le immediate reazioni possono generare. Forse non sarebbe necessario scendere in strada, verificando sul pezzo teorie e sensazioni, che so, attraverso un ascolto autentico, interviste, lettura di pagine di diario che altri possono aver scritto. Forse basterebbe, per cominciare, che studenti e studentesse, col loro mondo reale e popolato di altri, infiniti personaggi, potessero mettere in gioco se stessi e con sè la libertà di un sogno: quel "vorrei fare da grande" che sempre meno è risposta ad una frase ormai impolverata e sempre più fantasia un po' banale. Forse loro potrebbero trasformare domanda e risposta, e basterebbe un verbo: l'"essere" al posto dell'"avere".
Qualcuno ci ha provato, non lontano da qui, riducendo le distanze tra strada e palazzi. Permettendo ai palazzi di far spazio alla strada, abbattendo forse, fosse anche solo per un attimo, alcuni troppo facili stereotipi. Riducendo ad unum sulla base di un diritto riconosciuto come tale, prima ancora di chiedersi quanto gli investitori internazionali sarebbero stati d'accordo. Strano ma non ridicolo che la firma del contratto sostitutivo del Cpe francese stia a destra: strano ma non ridicolo che la democrazia talvolta vinca. Probabilmente non tutte le destre e non tutte le sinistre hanno gli stessi presupposti.

Scalfari mi perdonerà se gli rubo la citazione, ma forse, ripensandoci, il brainstorming che degnamente apre ogni seria unità di apprendimento potrebbe proprio cominciare da qui:

«Mi dici che loro ti odiano? ma che significa "loro"? Ognuno ti odia in modo diverso e stai pur certo che tra loro c´è chi ti ama. La grammatica con i suoi giochi di prestigio sa trasformare una moltitudine di individui in un´unica entità, in un unico soggetto, che si chiama "noi" o "loro" ma che non esiste in quanto realtà concreta».
(Milan Kundera, Il Sipario)

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