Andrai a votare?
Giuseppe Aragno - 08-04-2006
- Voterai? - mi ha chiesto ieri un amico che pure lotta contro la nuova sinistra che quota l'acqua in Borsa, si tiene la Moratti e promette la TAV come fa Berlusconi - Ci andrai? ha insistito e - da lui sinceramente non me l'aspettavo - mi ha fatto il fervorino sul bieco centrodestra - bieco, mi ha detto, e come dargli torto? - sui diritti negati, la solidarietà schernita, il Mezzogiorno oltraggiato e, dulcis in fundo, la "lunga transizione italiana".
Ho l'imperdonabile difetto di dire ciò che penso, anche se costa caro, e non metto mai insieme due parole se non seguo il filo di pensieri miei vagabondi che vanno in giro tra passato e presente.
- Stammi a sentire - ho replicato brusco - poi, per favore, la litania va a recitarla in chiesa. Voterò. Va bene? Ma non farti illusioni: la crisi noi non la chiudiamo qui perché non è vero che tutto parte dalla stagione berlusconiana. Non è vero e non ne usciamo, se non ci decidiamo ad inserire i fatti in un contesto storico più ampio.
- Quale? - mi ha chiesto l'amico - e ho proseguito.

- Quello della prima e unica transizione. Lunga, certo, ma soprattutto incompiuta. La transizione che rischia di giungere al suo esito finale oggi, dopo due "otto settembre" e il secondo "tutti a casa": l'armistizio del '43 e la resa incondizionata prodotta dalla fine ingloriosa dell'Unione Sovietica. La ragione profonda della crisi di oggi è lì, nel passaggio faticoso dal regime fascista alla Repubblica, che non si è mai concluso e rischia di chiudersi oggi, dopo sessant'anni, decidendo chi veramente ha vinto e chi è stato sconfitto.

Il compagno mi guarda sconcertato e gli sorrido con l'amarezza che mi porto dentro:

- Non esco "fuori tema", sta tranquillo, e non la faccio lunga. Provo a storicizzare. Non lo facciamo più, perciò sbagliamo. Qui, in Italia, l'arresto di Mussolini, il Governo Badoglio e l'otto settembre aprono di fatto la guerra fredda. Non è una mia opinione. Mentre gli Alleati risalgono lentamente il Paese da Sud, a ridosso delle Quattro Giornate, a Napoli il prefetto scrive a Badoglio che ormai il pericolo vero è quello rosso, che i comunisti dilagano, che ne arresta a decine e che la sola cosa da fare è favorire la nascita di un forte partito conservatore che ricicli i "notabili" liberali, si avvalga di Croce e di De Nicola, coaguli in un coacervo le forze della conservazione - e quelle riciclate della reazione - e faccia argine. Col fascismo che si riorganizza al Nord e coi tedeschi in casa, il pericolo è rosso, il pericolo sono i comunisti!
Le analogie con la campagna elettorale appena chiusa dalle destre e dal centro clerico-moderato sono impressionanti: sul pericolo rosso fanno leva di continuo Casini, Berlusconi e i fascisti imbellettati di Fini. Non è paradossale come sembra: siamo nel 2006 e Prodi ha di fronte lo stesso problema che ebbe Togliatti nel '44: mettere insieme le forze di progresso e chiamare all'unità nazionale contro la canea reazionaria. Le difficoltà però sono maggiori.
Nonostante gli errori, le ingenuità, la sottovalutazione del ruolo che avrebbero assunto il Vaticano e gli Alleati, l'amnistia e la mancata epurazione che rimisero in circolo i fascisti e il Concordato nella Costituzione, Togliatti e Nenni ottengono risultati di inestimabile valore morale e politico: la nascita della Repubblica e una Costituzione, nata da un compromesso di altissimo profilo, che pone alla base dello Stato nascente i valori della Resistenza: il lavoro prima del capitale, la solidarietà prima del profitto, il ripudio della guerra, la centralità della scuola dello Stato, che sarà poi scuola di massa, la laicità dell'organizzazione politica. E' la nascita della "democrazia progressiva" che non condurrà al socialismo, ma garantirà diritti e tutele.
Appartengo ad una generazione che ha avuto l'animo di operare distinguo: "democrazia borghese" noi dicemmo, ed ancora lo penso e non me ne vergogno. La democrazia, infatti, ha portato Mussolini al potere, ha consegnato la Germania ad Hitler e ci ha regalato Berlusconi.
Sebbene borghese, tuttavia, una democrazia è di gran lunga superiore a un regime e in essa si po' costruire un mondo migliore. Per decenni la sinistra è stato il perno del sistema politico, il punto di maggiore sensibilità democratica ed ha fatto quadrato attorno alle Istituzioni in ogni momento di crisi. Di fronte ha avuto sistematicamente le forze della reazione, mai del tutto battute e decise ad impedire la transizione piena dal fascismo alla democrazia. Basta ripercorrere i nodi della nostra storia e appare chiaro. Ad ogni spinta in avanti corrispondevano controspinte. Si fa il centrosinistra e Nenni è costretto a fermarsi dal tintinnare di sciabole e dalle trame dei golpisti. Esplode l'autunno caldo e c'è piazza Fontana. Si fa il compromesso storico e Moro viene ammazzato. In questa temperie la sinistra ha tenuto sempre fermi tre grandi principi: la Costituzione non si tocca, la scuola è statale, lo Stato è laico. Così abbiamo avuto il divorzio e l'aborto, abbiamo costruito uno "stato sociale" che ha costituito un modello, abbiamo affermato, conquistato e codificato diritti e il popolo ha espresso classi dirigenti. Siamo andati vicini a chiuderla la transizione, vicinissimi, ma l'obiettivo l'abbiamo mancato. All'interno il sistema dei partiti è degenerato in partitocrazia e all'estero è finito il mondo bipolare e l'Unione Sovietica si è disintegrata. E' a questo punto che abbiamo vissuto il secondo 8 settembre. Il Partito comunista, che da decenni non aveva nulla a che spartire col socialismo reale, ha mandato "tutti a casa", si è autosciolto. Di qui la crisi di identità di una sinistra che rifiuta di fare i conti con la propria storia, che butta via l'acqua sporca col bambino, rinunciando a difendere la sua funzione storica di pilastro della repubblica democratica. E' in questo clima torbido che la transizione, giunta alla fine del percorso, non solo si blocca, ma va incontro ad un capovolgimento del processo. Qual è il quadro storico in cui questo avviene? Le bombe di mafia nelle grandi città, i magistrati uccisi, Falcone, Borsellino. E' proprio mafia? Solo mafia? E c'è poi l'attacco al sistema dei partiti: non è ladro il deputato, no, è la politica che è sporca! Intanto al Nord esplodono i particolarismi, la Lega, "Roma ladrona", il separatismo, il razzismo. Il Nord che gioca contro il Sud.
Comincia - ma la sinistra non se ne avvede - la resa dei conti tra fascismo e antifascismo, tra conservazione e progresso. Il problema è ancora quello di Togliatti - chiamare all'imità le forze di profresso contro la reazione - ma non si tratta di far passare in una costituzione i valori fondanti dell'antifascismo, il principio della solidarietà, la definizione dei diritti, i valori della formazione pubblica, il rifiuto della guerra. No. Vinceremo, non voglio pensare alla sconfitta, ma il problema della sinistra, quale che sia l'esito delle urne, è oggi quello di difendere la Costituzione e con essa diritti, tutele e Mezzogiorno, cancellare la filosofia della precarietà. La situazione oggi è ribaltata: Berlusconi raccoglie attorno a sé i clerico-moderati che l'hanno tenuto colpevolmente in sella e il fascismo riciclato che ha sempre fatto guerra alla Costituzione, ed è giunto al governo. Sullo sfondo di nuovo i servizi, la mafia e la P2. E' questo il problema oggi: non i tempi lunghi della transizione, ma il rischio che essa non si compia, che il verdetto della storia sia ribaltato. Altro che seconda Repubblica: una nuova Repubblica di Salò.
Mi domandi se voto. Lo faccio, non ho scelta. Ma diciamocelo: la sinistra ha gravissime responsabilità. Ha accettato il terreno di scontro imposto dalla destra: la personalizzazione della politica, le elezioni dirette negli enti locali, con i consigli svuotati e i partiti ridotti a contenitori elettorali, i tempi parlamentari contingentati. Giolitti e il "sovversivo" Turati mandarono a casa la reazione del '98 con l'ostruzionismo parlamentare, ma questo a sinistra chi lo ricorda più? Abbiamo accettato la cultura dell'azienda e nostre sono la Zecchino-Berlinguer che ha prodotto il collasso dell'università e ha aperto la via alla Moratti. Nostro è il sostegno dato alla Costituzione europea - e chi si ricorda più di Altiero Spinelli! - nostra la scarsa cultura storica, nostri "i ragazzi di Salò", la pacificazione che si fa parificazione e apre la breccia nella Costituzione, nostra la Serbia, il titolo V della Costituzione, nostro il silenzio sul diritto internazionale stracciato. Nostra la fatica nel distinguere tra terrorismo e lotte di liberazione. Nell'assordante silenzio nostro si danno schiaffi alla Costituzione e medaglie d'oro a mercenari.
Voti? mi chiedi. Quale sinistra? ti rispondo. "Oltre Marx" sostiene Bertinotti che, con Diliberto, tra i leader politici della sinistra, ha ancora storia, cultura, metodo e ideali; oltre Marx, e sia pure se, come credo di capire, questo non significa certo senza Marx. Può avere ragione. Ma intanto? Il tempo stringe e non ci sono più strumenti di analisi. Le classi sociali. Esistono ancora? Se ci sono, come identificarle? E senza analisi, in che modo difendere i diritti minacciati e individuare i nuovi bisogni? Come far politica a sinistra? No, non si difendono i diritti, non si garantisce la democrazia, non si discute di Mezzogiorno, non si fa nulla pensando semplicemente di battere Berlusconi. Va bene, mandiamolo a casa. Subito, perché è pericoloso. Quello che però occorre battere davvero è il berlusconismo schierato dalla nostra parte.
I voti li avrà questa sinistra. Li avrà. Ma il giorno seguente la vittoria - e speriamo che sia vittoria sennò si chiude qua la storia della Repubblica - quel giorno occorrerà cominciare a lavorare per ridurre sulla linea del Piave D'Alema, Fassino e il mondo che si portano appresso. Da che parte stanno? Con la sinistra o col neocentrismo? Dal 12 aprile occorrerà farlo, occorrerà difendere dai "nostri" la Costituzione - allora sì che torneremo a parlare di diritti - occorrerà porre al centro della politica la formazione. Sì, la formazione, perché è sul terreno della formazione che si combatte la battaglia campale. Noi dovremo creare di nuovo i presupposti perché il popolo sia classe dirigente e sfidare il capitale sul suo terreno. La flessibilità la decidiamo noi con la formazione, non il capitale con la divisione del lavoro.
Voterò. Ma voglio dirlo. Se si tratta di vincere e poi privatizzare l'acqua e fare la TAV, allora, i voti verranno, ma sarà ugualmente l'inizio della fine.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 cosimo lonardo    - 09-04-2006
E' una analisi lucida e veritiera non mi resta che condividerla in pieno

 Adriano Scabardi    - 09-04-2006
C'è un problema che trascuri. E' facile dire cosa vorremmo ma governare è più difficile, significa fare delle cose e per farle devi avere i soldi, il tempo, le persone e i consensi.

 Paolo    - 10-04-2006
Ogni commento è superfluo: sono completamente d'accordo. L'ignoranza, la stupidità, l'egoismo e la delinquenza (diciamo il fascismo) sono sempre pronti a coalizzarsi e sopraffarci. D'Alema e soci sono poco meno peggio di Berlusconi e soci.

 Adriano Scabardi    - 12-04-2006
Ma va! Tutta questa gente ignorante, stupida, egoista, fascista ed ignorante che sta col capitale per sopraffare il popolo. Siamo messi male.

 da Aprile online    - 14-04-2006
La posta in gioco

Lo sviluppo stupefacente dei risultati elettorali delle elezioni del 9 e 10 aprile dimostra che l'Italia è stata sull'orlo del baratro e che il nostro Paese è stato salvato da chi meno ce lo aspettavamo: gli italiani all'estero ed i giovani. Se il voto degli italiani all'estero ci ha consentito di ribaltare l'effimera maggioranza conquistata al Senato dalla Cdl, sono stati i giovani, mutando l'orientamento rispetto alle passate tornate elettorali, che hanno fatto la differenza ed hanno consentito all'Unione di sopravanzare di un soffio il centrodestra, guadagnando quel premio di maggioranza che rende concretamente possibile un governo di centrosinistra per la prossima legislatura. Se siamo stati ad un passo dalla catastrofe, non possiamo incolpare il fato cinico e baro. Se migliaia o forse milioni di indecisi, all'ultimo momento, hanno rotto gli indugi e si sono recati a votare per un governo ed una maggioranza indifendibile, sconfiggendo tutti i sondaggi, i pronostici e gli exit poll, anche questo non è frutto del fato cinico e baro. Adesso che l'orgia dei sondaggi si è placata e le agenzie di manipolazione del consenso hanno spento le luci, le elezioni, con quei voti irriducibili, scolpiti nella schede come sulla pietra, ci parlano dell'Italia come è. Ci dicono un fatto reale, ci raccontano una verità incontrovertibile.
La verità è che il popolo italiano è stato chiamato alle elezioni più drammatiche della sua storia, più di quelle del 18 aprile 1948, senza che nessuno lo abbia o informato e reso edotto del valore della scelta che abbiamo dovuto compiere e della reale posta in gioco.
Durante tutta la campagna elettorale nessuno dei leader dell'Unione, a cui il sistema dei media ha concesso lo spazio della comunicazione, ha detto nulla che potesse aiutare la gente ad aprire gli occhi sulla natura illiberale, prevaricatrice e fascista del regime berlusconiano. Nessuno ha denunziato il sovversivismo di questa classe dirigente, nessuno ha rivelato il progetto politico di questa destra, scolpito nella così detta Costituzione di Lorenzago e certificato dalla riforma votata dalla due Camere. Nessuno ha detto al popolo italiano che ciò che rendeva profondamente differenti le elezioni del 9/10 aprile 2006, da tutte le altre elezioni del dopoguerra, comprese quelle del 18 aprile del 1948, era il fatto che - per la prima volta - i due schieramenti politici contrapposti non condividevano più gli stessi valori costituzionali, poiché uno dei due schieramenti non si riconosceva nelle istituzioni democratiche. In definitiva nessuno ha detto al popolo italiano che nelle elezioni del 2006 la vera posta in gioco era la Costituzione, col suo patrimonio indisponibile di beni pubblici repubblicani, cioè la democrazia.
Ciò ha consentito a Berlusconi, liberato dell'onere di rendere conto dei misfatti del suo regime, di portare il dibattito politico sul terreno a lui più congeniale. Di dibattere di un Paese immaginario, di lanciare proclami e vendere fumo, come nessuno sa fare meglio di lui. Di far credere a larghi settori della società italiana che il 9/10 aprile si trattava di scegliere se pagare più o meno tasse, o di regolare o meno con i pacs le coppie di fatto.
Siamo giunti al paradosso che la verità è stata affidata ai comici. Sono stati i guitti, cioè quelle persone serissime che per mestiere fanno ridere gli altri, da Cornacchione a Paolo Rossi, a Nanni Moretti, gli unici che hanno raccontato al popolo italiano la verità sul berlusconismo. Ma non sono stati presi sul serio perché si trattava di comici, anche se costoro - scherzando - ci raccontavano la nostra storia. Invece i leader politici, che per mestiere non devono far ridere ma devono raccontare della cose serie, ci hanno raccontato un sacco di balle per non farci capire niente della posta in gioco. Insomma i buffoni sono stati serissimi ed hanno fatto supplenza ai politici raccontando la verità al popolo italiano, mentre i politici hanno fatto i buffoni (sia detto senza offesa per nessuno), raccontando barzellette.

Domenico Gallo fa parte dell'Associazione nazionale giuristi democratici.