Il bambino e i balordi
Ilaria Ricciotti - 03-04-2006
C'era una volta, in un mondo altamente tecnolocizzato e ricco, un bambino che viveva felice nella sua casa. Aveva un babbo ed una mamma che lo crescevano con amore.

Un giorno un balordo insieme ad i suoi soci in affari, non avendo mai sentito pronunciare questa parola magica che rende gli uomini appagati e pronti ad affrontare gli ostacoli del quotidiano, stanchi di condurre una vita normale e desiderosi di provare emozioni più appaganti, decisero di compiere un atto alla grande: rapire un bambino.

Il balordo insieme ad i suoi complici approntò un piano che avrebbe garantito loro quella vita agiata che desideravano più di ogni altra cosa.

Avrebbero rapito il bambino dagli occhi azzurri per richiederne un riscatto di tanti milioni di euro.

Sarebbero diventati ricchi. Non avrebbero più lavorato e avrebbero trascorso giorni, mesi ed anni soddisfacendo qualsiasi loro voglia.

Intanto il bambino dagli occhi azzurri giocava felice nella sua casa ignaro di ciò che gli sarebbe accaduto.

Arrivata l'ora x , i balordi entrarono nell'abitazione, immobilizzarono i genitori del bambino e lo trascinarono via con loro.

Lui piangeva. Chiamava la sua mamma ed il suo babbo, ma i balordi non ascoltavano le sue grida piene di dolore. Loro non erano abituati a quel pianto. Ben presto stanchi dei lamenti e delle invocazioni d'aiuto, lo colpirono con violenza disumana, al punto che egli morì.

Intanto i genitori e la gente comune si mobilitarono perché il bambino ritornasse a casa. Tutti si illusero che potesse accadere il miracolo. Ma, in una cupa serata di primavera, i balordi, messi alle strette, confessarono il loro peccato: avevano ucciso il bambino in nome del dio denaro: un mostro che attira le sue vittime fino ad impossessarsi di loro, annullandole.

Sì, chi siede sul trono del mondo oggi non è l'amore, ma questo demone che fa compiere agli uomini i più beceri misfatti e le più orripilanti nefandezze. Per esso si tradisce, si colpiscono i cuori, le menti ed i corpi di persone inermi o di chi nella vita è stato educato a seguire ben altri valori .

La storia del bambino è un esempio, che unito a tanti altri, dovrebbe scuoterci e ci farci capire qual è la strada da intraprendere per non essere travolti da quest' onda anomala chiamata affari, ingordigia, potere, possesso e supremazia.


Ho sentito il bisogno di esternare il mio grido di dolore non soltanto per la morte di Tommaso, ma anche per quella di tanti altri bambini, donne ed uomini innocenti che non vivono più per colpa di quanti hanno seminato e vogliono seminare nel mondo l'odio e non l'amore, la violenza e non la pace, la prepotenza e non il rispetto verso chi è diverso da loro e non è disposto a seguirli in un cammino perverso e disumano.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Gianni Mereghetti    - 03-04-2006
Tommy

Un sorriso
che trapassa il male ed il suo scempio,
un sorriso nel groviglio del dolore.
Nella notte si spegne la speranza,
sull’amore incombe la violenza,
disumana, folle la sua stretta.

Finirebbe tutto nel vortice del nulla
se non ci fosse estrema una domanda,
la tenerezza di Dio
che lo accolga nel suo abbraccio.

E’ un grido che dirompe nel silenzio
e nel suo eco quel sorriso che ritorna.

 I.R.    - 03-04-2006
Mostri

Vite
spezzate
da mostri
senz’anima,
senza cuore.

Volti
atterriti
da mostri
che si cibano
di lacrime
e
di dolore.

Voglie
alimentate
da mostri
senza dignità,
privi
di calore
e
di amore.

 Anna Di Gennaro    - 03-04-2006
Il commento più significativo l'ho trovato qui:

http://www.alef.ilcannocchiale.it


 da Altrenotizie.org    - 03-04-2006
LA MISERIA E LA BARBARIE



Guardiamoci negli occhi. Lo sapevamo tutti che Tommaso era morto. Ce ne siamo resi conto già poche ore dopo il sequestro, quando il volto disfatto e lacerato dal dolore dei due genitori è apparso davanti alle telecamere per mostrare una siringa piena di un farmaco necessario alla sua sopravvivenza. E' stato lì, in quel momento, che la sottile inquietudine del presagio ha fatto breccia anche nelle anime più semplici. E nei giorni a venire è diventata una verità inconfessabile come il più atroce dei peccati, quella mancanza di speranza che arriva dalla conoscenza degli uomini e del mondo e di cui non ci si fa mai una ragione. Tommaso, piccolo, fragile e malato, non sarebbe mai potuto sopravvivere per trenta giorni lontano dalle cure della sua mamma. Ma un conto è il sospetto, l'intuizione. Un altro è trovarsi davanti alla ferocia dell'uomo, nella sua crudeltà più vera e reale, al male assoluto. E rendersi conto di non aver ancora trovato dentro se stessi i mezzi, la forza, per farvi fronte.

In questi giorni, seppur distratti dal frastuono assordante e volgare della campagna elettorale, quella sottile inquietudine sulla sorte di Tommaso è riemersa diverse volte.
E l'altrettanto sottile accettazione del fatto che un orrore potesse essersi consumato davvero, dà la misura di quanto siamo assuefatti al delitto, all'assenza di valori minimi ed essenziali, alla banalità dell'orrore. Non crediamo più nell'uomo e per estensione non ci fidiamo più di nessuno, di vicini di casa e di colleghi, di quelli che come noi fanno la fila al cinema o alla cassa del supermercato, che si lamentano dei prezzi e del traffico che intasa le strade. E proprio quando la riflessione ci solleva per un attimo dal pessimismo e dall'angoscia di un nulla dilagante, ecco che arriva la notizia che Tommaso è morto, preso a badilate in testa per farlo smettere di piangere da due balordi che rincorrevano il sogno dell'unico successo che questa società propone come punto d'arrivo per essere riconosciuti come vincenti: la ricchezza, il denaro, l'ostentazione del benessere.
E siamo daccapo.

Parma è una città piccola, ma è l'esempio, lo spaccato, della provincia italiana di successo. Sulle rive dell'Enza i poveri, i miserabili, gli emarginati sono pochi e per lo più stranieri e anche i più poveri della comunità sono in realtà dei "non ricchi", non certo degli indigenti. Anche gli assassini di Tommaso, almeno a sentire gli inquirenti, facevano una vita meno facile di quella dei vicini di casa, per via di un lavoro faticoso e forse troppo umile rispetto al giudizio di una comunità provinciale, che indulge troppo spesso nel classismo mascherandolo da bonarietà emiliana. Ma non erano poveri. Rincorrevano il sogno di essere ammessi, come si diceva una volta, in società. Volevano senz'altro di più, volevano essere al pari degli altri, affrancarsi per sempre da quella provincia siciliana di provenienza che non aveva saputo dargli nulla, a parte la voglia di fuggire e tornare indietro "da vincitori". Cioè solo ricchi, nulla di più. Per questo, forse solo per questo, non hanno esitato un attimo a rapire ed ammazzare un bambino come Tommaso. Che hanno avuto modo di toccare, di tenere in braccio, di sentire caldo e umido di febbre, di lacrime e di disperazione come ogni cucciolo strappato con crudeltà e freddezza dall'abbraccio della mamma. Quello stesso bambino che a noi, che non abbiamo avuto altrettanto privilegio, aveva destato tenerezza e amore solo per i suoi immensi occhi chiari e dolcissimi sparati sulle foto dei giornali. Il denaro è stata una leva più forte. Anche per una donna. Che pur essendo anch'essa madre di un bimbo poco più grande di Tommaso e per di più malato come lui, si è comportata come il sicario più spietato, complice assoluta di un marito prima stupratore poi assassino; portatrice sana di quel detto antico da cui pensavamo che l'evoluzione ci avesse affrancato e che è la negazione stessa della carità e dell'umanità come valore: mors tua, vita mea.

Davanti a tanto scempio, enfatizzato dagli striscioni allo stadio, dalle dichiarazioni di sdegno e di cordoglio, da uno sfogo collettivo forse necessario, ma indecente, l'unica cosa di cui sentiremmo il bisogno adesso sarebbe il silenzio. Perché si hanno pochi dubbi sul fatto che questa storia possa riservare ancora nuove e più laceranti rivelazioni. E non vorremmo che poi, alla fine, la morte così violenta di un bambino passasse in secondo piano rispetto a chissà quali altre inconfessabili nefandezze e pruriginosi segreti di una provincia perbene che la giustizia, anche quella migliore, farà come sempre fatica a punire nel modo che vorremmo. Guardiamoci negli occhi, sappiamo anche questo. Che se gli assassini saranno poi condannati all'ergastolo, forse non finiranno i loro giorni in carcere: le attenuanti o la buona condotta sono sempre in agguato. E sappiamo anche altro. Che per chi ammazza un bambino, le patrie galere possono diventare più atroci di un girone dell'inferno, ma non è certo questo il tipo di giustizia a cui tendiamo e che auspichiamo. Né, tanto meno, ci uniamo al coro sguaiato di coloro che invocano la pena di morte per gli assassini, come se questo ci restituisse Tommaso. A meno di non voler diventare proprio come loro e come molti altri, che della banalità del male hanno fatto la sola e unica misura della loro, miserabile, esistenza.

Sara Nicoli