Perché l'Italia non è la Francia
Bruno Ugolini - 27-03-2006
Perché in Italia non c'è stata un'esplosione di precari come in Francia? Perché il popolo dei flessibili italiani appare mugugnante ma apparentemente tranquillo? A parte l'ingresso nelle manifestazioni sindacali ufficiali e nei raduni di Cobas, attorno alla statua ironica di «San Precario»? L'interrogativo è emerso in una puntata televisiva dell' Infedele di Gad Lerner, dedicata al tema. Le risposte sono state molteplici. C'è chi ha parlato di famiglie solidali e di ammortizzatori sociali che in Italia attenuerebbero lo stato di disagio e quindi le possibili rivolte. Magari contraddicendo il fatto che proprio l'assenza di ammortizzatori sociali rende ancora più ostica l'accettazione della legge 30. C'è chi come il sottosegretario Maurizio Sacconi ha visto anche nella rete delle parrocchie un antidoto alle sommosse sociali. Il chè smentirebbe, se fosse vero, le tante lamentele sulla crisi delle vocazioni religiose.
Me nessuno ha parlato di un altro aspetto, quello della presenza sindacale. Sono stati, infatti, portati a termine, negli ultimi anni, centinaia di accordi che hanno introdotto tutele e diritti, attenuato il disagio. Merito del Nidil-Cgil, Alai-Cisl e Cpo-Uil. Gli stessi rinnovi contrattuali, a cominciare da quello dei metalmeccanici, sono stati resi difficili perché spesso si perdeva tempo a cercare di limitare l'uso delle nuove forme di lavoro previste dalla legge 30. Sono gli stessi sindacati che hanno condotto e vinto (senza certificarla come una vittoria) la battaglia contro l'articolo 18. Magari senza vedere poi che quello era in definitiva uno straccio rosso che oscurava ben altro: la legge 30, appunto, e il dilagare della precarietà non di una flessibilità tutelata. E senza poi proseguire una battaglia coerente e ben più vasta su quel terreno. Hanno però, in qualche modo, attutito il colpo, fatto da cuscinetto. E qualcuno magari oggi li accusa di aver posto obiettivi intermedi (un limitare il danno) invece di puntare ad un impossibile e a volte sbagliato "tutto e subito" (trasformare i posti a tempo in posti fissi).
C'è poi da aggiungere che il poderoso risveglio francese non vede in prima fila i precari in carne ed ossa, quelli che già ora vagano tra un lavoretto e l'altro, bensì i futuri precari, gli studenti spaventati dal futuro che li aspetta, con quelli che hanno chiamato i «contratti per l'inferno». Ma quale è la via d'uscita dall'inferno italiano? Sacconi, il luogotenente del ministro al Welfare Maroni, non ha esposto ricette particolari. Quella che lui si ostina a chiamare riforma Biagi (con cinico e strumentale disprezzo per l'assassinio di un emerito studioso che non completò e non varò quella legge) va bene così perché aumenta i posti di lavoro. Ovverosia li «spalma», come si usa dire ora. E magari al posto di tre posti fissi abbiamo dieci posticini a tempo, risolvibili di tre mesi in tre mesi. Con nessuna pietà per chi entra ventenne in questo «girone» e a quaranta è ancora lì. Sono storie di «fallimenti» pagati da persone che non hanno gli stessi benefici guadagnati, per fare un paragone, dai promotori di fallimenti d'impresa. C'è fallimento e fallimento.
Sono gli intrappolati nella precarietà. Tiziano Treu all'Infedele ha riproposto le idee dell'Unione. Come quella di agevolare lo sviluppo di un capitalismo non anch'esso precario o di rendere meno conveniente la precarietà. Gli ha risposto Pietro Ichino. Così facendo, ha detto tra l'altro, si rischierebbe di far scomparire quei posti, quei servizi, punto e basta. Non avremo più, ad esempio, i Pony Express che portano il giornale a casa tutte le mattine. Come se quelle aziende editoriali interessate denunciassero poveri utili e deboli incrementi di produttività. Ma se le cose stessero così bisognerebbe non toccare nulla nella società. Nulla, tanto per fare un esempio, al Nuovo Pignone di Massa Carrara. Dove, come ha denunciato la Cgil, lavorano 700 lavoratori dell'indotto. Tra questi anche ragazzi extra-comunitari, in maggioranza rumeni, che percepiscono 3,50 euro l'ora per lavorare dalle 12 alle 15 ore giornaliere, senza diritti. E licenziabili a piacimento, come in Francia.
Una situazione che non può durare. È vero, come molti hanno scritto, che la Francia dei giorni nostri non è quella del 1968. La differenza sta nel fatto che allora il mondo del lavoro usciva dalle caverne. Oggi si sta accorgendo che vogliono spegnere la luce.

27 marzo 2006
Bruno Ugolini
http://www.unita.it



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