La posta in gioco
Rosanna Vittori - 20-03-2006
Mi ritengo un'insegnante democratica: insegno nella scuola pubblica italiana; credo nell' art. 3 della costituzione, che - come diceva Don Milani - dovrebbe ispirare noi insegnanti ad educare 'cittadini sovrani', tutti uguali 'davanti alla legge, senza distinzione...'; e ritengo compito 'della Repubblica - cioè mio - rimuovere gli ostacoli' che di fatto limitano l'eguaglianza. Questa penso sia la funzione pubblica della scuola nella Repubblica Italiana .

Ma i miei studenti di liceo, sgranano tanto d'occhi quando dico loro quello che penso, cioè che sono tutti uguali, intelligenti e capaci e ad essere diverse sono le loro intelligenze; che è compito proprio della scuola fornire a ciascuno gli strumenti necessari ed adeguati ad orientarli nella società, ciascuno secondo le proprie diverse inclinazioni e possibilità.

Penso: " dev'essere una questione di linguaggio..."

Il linguaggio che normalmente viene usato dai docenti nei consigli di classe, è quello di 'studenti capaci' e, dunque, 'meritevoli' e di studenti 'meno - o per niente - capaci', dunque 'non meritevoli'.
Un linguaggio, però, che rivela che gli studenti non sono tutti uguali . E gli insegnanti che adoperano questo linguaggio, misurano la loro bravura e il loro grado di 'professionalità', da quanto riescono a selezionare gli ingegni migliori e a separarli dagli altri.

... Dev'essere che i miei studenti sono abituati non tanto ad un linguaggio, ma ad un modello di scuola selettiva, penso. E la mia idea di scuola, non dev'essere tanto diffusa di questi tempi... purtroppo.

E' che la scuola ha abdicato al suo ruolo sociale in Italia, e non da oggi.

C'è una storia dalla quale veniamo e che vale la pena qui di ricordare: è quella della scuola media unica del 62, che pure veniva criticata e superata da 'Lettera a una professoressa' (ma era di quello stesso modello di scuola che don Milani parlava!): la scuola della L.517 del 77, quella dei programmi della media dell'89..., quella degli programmi della materna del 91. in cui alla scuola si riconosceva (ed essa stessa vi si riconosceva) in un fondamentale ruolo sociale. In forza di questo gli insegnanti sapevano di avere il difficile, ma fondamentale compito per la Repubblica: di formare cittadini. C'era alla base di tutto questo un disegno di società, un'idea di cittadinanza, da tutte le forze politiche e sociali condivisa.
E poi: cos'è successo dopo? Nel 97 è arrivata l'autonomia con la L.Bassanini, cioè una legge che parlava di decentramento dello stato: si sarebbe potuto coniugare quell'idea di stato appena nascente , con una riforma della scuola che mantenesse una visione di stato conforme alla costituzione? Io credo di si. L'autonomia della scuola declinata secondo l'art.3 della costituzione: che si prendesse cura di tutti i cittadini italiani, cioè, nella specificità delle condizioni di ciascuno, offrendo pari opportunità di sviluppo a tutti.
Ma...le cose sono andate come sappiamo.
Io non riesco ad avercela più di tanto con la Moratti - che ha tutte le sue colpe, intendiamoci! - ma piuttosto mi indigna ciò che ha consentito alla Moratti e a questo governo di governare la scuola così come ha fatto in questi anni. M'indigna l'aver abdicato alla dignità sociale della scuola: educare cittadini sovrani.
C'è un grave problema di arretramento culturale che attraversa la nostra società. Negli ultimi dieci-quindici anni abbiamo assistito al dilagare in ogni campo di una cultura selettiva, di una visione tutt'altro che solidale di società.
Anziché criticare il modello culturale dilagante e promuovere uno spirito critico negli studenti, cioè mantenere la sua funzione sociale, questa scuola si è uniformata e fatta contigua della decadenza culturale, quasi a legittimarla.
Certo una scuola democratica è più scomoda...per molti può anche essere stata una scelta: senz'altro ci sarà chi, vestendo i panni dell'impiegatuccio, anziché dell'insegnante, si trova a suo agio.... ma spero non siano poi molti.
Ora toccherà alla politica: il nuovo governo abrogherà la L. Moratti? Si riuscirà a trovare una condivisione tra le varie forze politiche? O si ripiegherà sulle note scelte di bilancio (che possono anche far comodo quando non si hanno idee)?
Ma dalla scuola può ancora venire un contributo, un contributo politico affinché i politici abbiano le idee e il coraggio. E si possa comprendere qual è la posta in gioco.
Agli insegnanti, riappropriatisi della loro dignità, spetta ora chiedere:
signori, che cittadini volete? Che comunità? Che stato?

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 paolo    - 26-03-2006
Per far questo, cara collega, occorre che i governi investano molto di più nella scuola (insegnanti più preparati nelle metodologie di apprendimento/insegnamento, più tecnologie, più aiuto agli alunni, diversa organizzazione del tempo scuola, solo per fare degli esempi).
Poi è necessario che si attui veramente la democrazia, nella pratica giornaliera, che gli insegnanti, gli studenti, i genitori abbiamo voce in capitolo e che non venga tutto imposto dall'alto: è comprensibile allora che molti si considerino poveri impiegatucci. Purtroppo sembra che tutto sia pesantemente livellato verso il basso e chi cerca di darsi da fare viene scoaraggiato.