Parigi chiama
Fuoriregistro - 18-03-2006
In occasione delle manifestazioni che anche oggi hanno riempito le strade di Francia, riceviamo e pubblichiamo - Red

«La nostra vita non è a disposizione del mercato»: questo è il messaggio mandato dagli studenti francesi al governo de Villepin che vuole precarizzare per legge l'accesso al lavoro e rendere più facili i licenziamenti dei più giovani.
La risposta militare dell'esecutivo sembra un atto di forza - per compattare la destra -, ma rivela una debolezza di fondo: confessa l'incapacità della politica di trovare soluzioni condivise alle conseguenze dell'«invisibile» mano del mercato globalizzato. Una reazione tantopiù debole in Francia, dove la cultura della cittadinanza ha sempre costretto l'economia a rispettare i tempi delle decisioni istituzionali, a differenza di quanto accade in Italia, dove è stato il mercato a precedere la politica, chiamata a ratificare per legge (si pensi alla «Biagi») ciò che nella società era già in atto. Che il capitale globalizzato chieda agli individui di rendere la loro vita totalmente disponibile alle sue esigenze - e alla politica di accompagnare lo stravolgimento del paradigma fordista con interventi di supporto, dalle privatizzazioni alla carità - è cosa nota da tempo. Vale nell'occidente ricco con la precarietà, il tempo di vita sconvolto dall'invasività del lavoro eterodiretto e con gli stati chiamati a lenirne le ferite sociali; vale nei paesi più poveri con le nuove schiavitù che gonfiano i pil orientali e i profitti delle multinazionali. Le resistenze a questi processi (in Europa un mix di cultura novecentesca e insopportabilità di ciò che ci si para innanzi, altrove - come in Cina - «semplice» portato di una condizione indecente) sono la manifestazione del lavoro umano irriconducibile a divenire semplice variabile capitalistica, e sono resistenze - questa è la novità del XXI secolo - prive di una mediazione politica: un'assenza che è la radice profonda della nostra crisi democratica. E' su questo terreno che si giocherà il futuro delle società occidentali.

Per questo Parigi parla a Roma. Perché sulla capacità o meno di contrastare la precarietà del lavoro si determina la coesione sociale in Europa (nelle periferie parigine come in quelle milanesi, esplosioni di violenza comprese) e, nel nostro piccolo, il respiro del prossimo governo. Che è chiamato a dire se alla politica resta un minimo di capacità di comprensione dei conflitti sociali che la globalizzazione porta con sé e se il centrosinistra saprà garantirsi un briciolo di autonomia dall'imperio del mercato, abrogando le leggi della precarizzazione e offrendo alle sue vittime una possibilità di riscatto dell'umano. Nessuno pensa che ci siano ricette pronte, ma sarebbe già un passo avanti invertire l'ordine delle priorità rispetto a quelle incarnate dal centrodestra (la competizione selvaggia tra gli individui e il conseguente atomismo sociale) e alle sue «revisioni» confindustriali. Per permettere a quelle resistenze - e anche da noi qualcuna ne abbiamo vista, dalla difesa dell'articolo 18 ai conflitti contrattuali e sociali contro la precarizzazione del lavoro - di riscoprire la possibilità di un agire pubblico comune. Che è ciò che gli antichi chiamavano politica.

GABRIELE POLO
Il manifesto
12 marzo 2006


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Ilaria Ricciotti    - 18-03-2006
Parigi

Quando ti guardo, ti penso Parigi!
Città intrigante dai vicoli grigi.

Tu per me sei un sogno lontano,
avrei voluto viverti e darti la mano.

Vedendoti ora in piena rivolta,
mi ricordi la lotta e la tua svolta.

Tu Parigi, regina di menti e di cuori,
ora sorridi, ora sopporti grandi dolori.

Guardandoti di notte, immersa da luci,
incanti, inviti e come Circe seduci:

amata da sempre da artisti e poeti,
da giovani ribelli e da uomini tetri.

La tua bellezza inconfondibile e rara,
fotografa la vita, ora felice, ora amara.


 da Altrenotizie    - 21-03-2006
LIBERTÉ, EGALITÉ, PRÉCARITÉ

Generation précaire: sono i giovani tra i 20 e i 35 anni, quelli che fino a ieri erano considerati la forza propulsiva del Paese, oggi rinominati lavoratori usa e getta made in France. Sono loro che da settimane invadono le strade di Parigi, Marsiglia, Tolosa, Bordeaux, Rennes: una rivolta che attraversa la Francia nel nome della conservazione di una civiltà giuridica applicata al lavoro. Occupano le università, si scontrano per le strade con le stesse modalità del '68, solo che dietro stavolta non c'è nessuna utopia di liberazione, nessuna ideologia trotzkista, maoista, marcusiana: la posta in gioco è la dignità del lavoro, il mantenimento dello standard di civiltà di una delle più importanti nazioni del mondo. Una ribellione che sta facendo tremare le classi dirigenti nazionali, che genera un grande imbarazzo al presidente Chirac, ma non smuove il governo guidato da De Villepin. E' il lavoro e la sua difesa a far sussultare la Francia, un gigantesco movimento di protesta contro l'introduzione del contratto giovanile di primo impiego, un provvedimento che da la possibilità agli imprenditori di licenziare in un periodo di due anni dall'assunzione anche senza giusta causa: di fatto la certificazione della precarizzazione generalizzata, un modo perverso per cronicizzare il disagio , l'incertezza, l'assenza totale di garanzie per un'intera generazione di giovani che, non a caso, sono stati ribattezzati no future. Per il governo francese, il contratto di primo impiego dovrebbe rappresentare un incentivo per le imprese ad assumere e, con ciò, offrire una prospettiva a qualche milione di giovani disoccupati.

Ma la menzogna, mascherata dai soliti eufemismi quali "flessibilità" o "formazione" è suonata talmente offensiva da portare in piazza anche per diverse volte più di un milione di "lavoratori invisibili", i prossimi condannati a non poter progettare in alcun modo il proprio futuro perché privi di un lavoro stabile. I dati parlano chiaro: le imprese francesi sono sempre più ricche, i lavoratori sempre più poveri. La disoccupazione è al 23%, gli utili delle 40 società più grandi quotate in borsa in crescita del 28% rispetto all'anno precedente, avendo raggiunto gli 85,5% miliardi di euro. Ma il dato chiave è un altro: l'economia francese nel quarto trimestre del 2005 è cresciuta dell' 0,2%. In altri termini i risultati delle grandi società sono inversamente proporzionali all'andamento dell'economia del Paese, dove il numero di persone che vivono con l'Rmi, ovvero il reddito minimo, sono più di un milione e 300 mila.

Insomma, la Francia sta vivendo in queste ore un dramma sociale intenso, una crisi che rischia di travolgere frontalmente non solo il governo. Il Presidente Chirac, che potrebbe bloccare il provvedimento ma sceglie di appoggiarlo, sostiene De Villepin ma detesta profondamente il Ministro dell'Interno Sarkozy, simbolo della destra reazionaria e manganellatrice, sembra voler certificare, con la sua prossima uscita di scena, l'assenza di una leadership gollista per il futuro francese. Dal crepuscolo dell'Eliseo si è limitato ad invitare la popolazione alla calma ed il governo a cercare il dialogo, ma è difficile governare una ribellione appoggiata, stando ai sondaggi, da due francesi su tre.

In piazza stavolta non ci sono infatti solo gli studenti ed i giovani lavoratori a contratto; ci sono anche i loro genitori che, in questa legge sul lavoro, vedono una minaccia mostruosa sull'avvenire dei propri figli. Chirac, che non ha mai fatto mistero di considerare giusta questa nuova legge sul lavoro, si sta certo interrogando su quanto il gioco valga la candela, consapevole che l'irrigidirsi del governo rispetto al ribollire della piazza può rivelarsi un boomerang politico dalle conseguenze difficili da prevedere: mantenere il punto sulla legge può anche significare l'innesco di una rivolta di ben più vaste proporzioni.

E' straordinariamente chiaro come il governo De Villepin stia percorrendo la stessa strada, sul modello ultra liberista, intrapresa dall'Italia berlusconiana con la legge 30 (la Biagi), quella che ha stabilizzato il precariato attraverso evanescenti "contratti a progetto", che oggi si sta tentando di estendere anche a categorie di lavoro, come quella dei giornalisti, che certo non possono vedere legata la propria funzione informativa vincolata a contratti che somigliano più a dei ricatti. In Italia i danni della "legge Biagi", che si sta sempre più insinuando come un pernicioso virus nel tessuto connettivo del Paese, non finiremo di scontarli tanto presto. I giovani francesi, invece, hanno intuito il pericolo di un futuro senza stabilità e stanno tentando in tutti i modi di far recedere il governo dal suo intento, con la forza e la passione di chi capisce come la dignità del lavoro sia la pietra miliare della dignità dell'esistenza. Eppure il governo di Parigi risponde a queste istanze con un laconico "non si può pretendere di avere tutto garantito e subito all'inizio della vita lavorativa", come se non fossero le nuove generazioni di lavoratori, anche in Francia, a sostenere sulle proprie spalle le pensioni delle vecchie generazioni.

E' un Paese diviso con un enorme problema da risolvere, quello dei disoccupati e dei precari sempre più tali che stanno diventando il cuore della questione sociale. E il governo appare sempre più inadeguato a trovare soluzioni. Il triste tramonto politico di Chirac, al suo ultimo anno del suo ultimo mandato, potrebbe essere più imminente del previsto.

Sara Nicoli

 l'Unità    - 21-03-2006
Francia, sindacalista in coma dopo gli scontri con la polizia


L'ombra del dramma si è profilata sulla vertenza del Cpe quand'è giunta la notizia che un sindacalista, ferito nel corso degli scontri di sabato in place de la Nation, era entrato in coma all'ospedale di Creteil. Si chiama Cyril, ha 39 anni ed è un aderente del Sudptt, sigla tra le più accese dei lavoratori delle poste. Era stato travolto nel corso di una carica della polizia, che respingeva gli assalti degli anarco-autonomi alla fine della manifestazione, oppure tramortito dal fitto lancio di oggetti contundenti.

C'è un filmato, che lo mostra a terra mentre i poliziotti prima avanzano e poi indietreggiano sotto il bombardamento dei black-bloc. Alcuni testimoni sostengono che l'uomo, in quel momento, era in stato di ubriachezza, seduto sul bordo del marciapiede nel mezzo della battaglia. Un'inchiesta è già stata aperta, mentre la polizia respinge le accuse di mancato soccorso.

L'episodio non ha scoraggiato il fronte sindacal-studentesco, riunitosi per decidere il seguito della protesta. L'idea dello sciopero generale è per ora accantonata: ci si è dati appuntamento per martedì 28, giornata definita «di azione e di astensioni dal lavoro», quindi non generalizzate. Ha pesato la posizione della Cfdt (l'equivalente della nostra Cisl) poco incline a scelte così categoriche. De Villepin, pur continuando a rifiutare il ritiro della legge si è detto «pronto a sedersi ad un tavolo con i partner sociali e le organizzazioni studentesche».

Il primo ministro ha ricevuto una delegazione del padronato. Gli imprenditori hanno fatto sapere di esser disponibili a due modifiche del Cpe (contratto di primo impiego): che il datore di lavoro sia obbligato a fornire una motivazione dell'eventuale licenziamento del giovane assunto, e che il periodo di prova sia di un solo anno, anziché dei due previsti dalla legge. Allora abbiamo chiesto a Elisa Moreau, che ha 21 anni, studia psicologia ed era in piazza a manifestare, se una simile novità dovesse esser tenuta in conto dal movimento di protesta: «Bisogna vedere. Basta che il motivo del licenziamento sia indicato oppure è prevista una precisa casistica? Voglio dire: se il padrone scrive nero su bianco ti licenzio perché sei biondo, vale come giusta causa o no? E comunque a me, a noi piacerebbe che fosse Villepin a parlare in prima persona». Claire non è troppo attenta al braccio di ferro tutto politico che si sta installando: «Sono andata a Jussieu, all'assemblea dove si votava per il blocco o meno dell'università per la terza settimana consecutiva. Non ho votato, non sapevo bene cosa scegliere. Non mi piace che questa storia si risolva con un sì o con un no. Non mi piace neanche il blocco dell'università. Vorrei che si discutesse del nostro futuro, non di quello di Villepin. No, non mi sento un kleenex da buttare, come dicono tanti miei coetanei. Ma credo di aver diritto, tra due o tre anni, ad un posto di lavoro adeguato». Gli amici di Claire la pensano più o meno come lei: Malik, anch'egli studente in psicologia, Nicole che sta facendo un biennio di commercio. Quest'ultima è però più allarmata: «Mi vedo già il prossimo anno entrare in una ditta ed essere sotto sorveglianza per due anni, con il rischio costante di esser messa fuori». Meglio forse contrattini di tre mesi in tre mesi? Il rischio non è lo stesso, se non peggiore? «Non so, vorrei un contratto a tempo indeterminato. Magari un periodo di prova, che ne so, sei mesi. Ma poi un posto di lavoro vero». Ma Villepin dice che il Cpe è appunto un'arma contro la precarietà…«Sarà, ma solo una volta passati i due anni. E nel frattempo?».

Piuttosto pragmatici, i ragazzi seguono da lontano i discorsi dei leader studenteschi. Bruno Julliard, il più noto, presidente dell'Unef (Unione degli studenti) parla ormai lo stesso linguaggio dei sindacalisti con i quali ha sfilato a Parigi. Ha detto ieri: «Il 18 marzo è stato un trampolino di lancio. I rapporti di forza ci sono troppo favorevoli per non imporre la marcia indietro al governo». Toni ultimativi, che fanno sorridere i ragazzi: «Certo l'Unef si sente forte. Julliard ha ragione di non cedere. La corda è tesa, bisogna vedere da che parte si rompe».

Gianni Marsilli