La povertà è donna
Redazione - 08-03-2006
Riceviamo e volentieri (si fa per dire :) pubblichiamo, ringraziando Pieragelo per la segnalazione - Red

Dall'Unità del 6 marzo

L'8 marzo 2006, giornata internazionale delle donne, è un giorno di celebrazione e riflessione. Celebriamo il progresso compiuto nella costruzione delle pari opportunità per uomini e donne e nel riconoscimento dei diritti delle donne in tutto il mondo. Fino ad oggi 181 Paesi hanno ratificato la Convenzione su tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw).

Mentre oltre 120 Paesi hanno approvato piani nazionali di intervento per le pari opportunità per uomini e donne.
I Paesi che emergono dai conflitti stanno inserendo nelle loro carte costituzionali disposizioni in materia di uguaglianza tra i sessi mentre altri Paesi stanno adottando leggi e politiche per rafforzare l'accesso delle donne alla salute e all'istruzione, all'uguaglianza in campo occupazionale e alla fine dell'impunità per gli atti di violenza contro le donne. Nel frattempo cresce la presenza femminile agli alti livelli dei processi decisionali come testimoniato dall'elezione della prima donna presidente in Africa, la liberiana Ellen Johnson Sirleaf, e di Michelle Bachelet, prima donna presidente del Cile.

In occasione della Giornata internazionale delle donne mentre ricordiamo le operaie tessili che a New York City hanno perso la vita a causa di un incendio in una fabbrica che sfruttava le lavoratrici - impossibilitate a mettersi in salvo perché le porte erano chiuse - è importante ricordare quali sono le condizioni di lavoro che moltissime donne e uomini debbono sopportare per guadagnarsi da vivere portando a casa un salario che non è sufficiente ad affrancarli dalla povertà.
Nel nostro mondo globalizzato è sempre maggiore il numero delle donne che entrano nel mondo del lavoro. Tuttavia, invece di trarre vantaggio dalle nuove opportunità offerte dalla globalizzazione, le donne possono contare su lavori regolari in misura minore degli uomini e spesso lavorano nel sommerso con salari ridotti e senza alcuna tutela previdenziale. Quasi 330 milioni di donne guadagnano meno di 1 dollaro al giorno e rappresentano il 60% delle persone che lavorano e vivono tuttora in condizioni di povertà. Non c'è da meravigliarsi che la povertà abbia il volto di una donna; non c'è da meravigliarsi che passi di generazione in generazione mentre le bambine sono costrette ad abbandonare la scuola per contribuire a sfamare la famiglia.

È un momento critico della lotta per l'uguaglianza tra i sessi, un momento che non può essere separato dai più vasti cambiamenti politici ed economici in corso. Il primo obiettivo degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, sottoscritti dai leader mondiali nel 2000, è già stato mancato: la parità tra i sessi nelle scuole primarie e secondarie entro il 2005. È un avvertimento che dobbiamo prendere sul serio altrimenti non riusciremo a raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio entro il 2015.
Per cambiare la vita delle donne è necessario che le donne prendano il potere nelle loro mani. Le donne che hanno infranto le barriere del sesso, della classe sociale ed etniche hanno la possibilità di mostrare la loro leadership e di costruire forti e strategiche alleanze. Oggi il numero delle donne che ricoprono cariche di alta responsabilità economica sono il doppio rispetto a cinque anni fa: 20 ministri delle Finanze, 10 ministri dell'Economia, della Pianificazione Economica e/o dello Sviluppo e 11 ministri o segretari di Stato con delega al bilancio, alle tasse, agli investimenti e alle imposte.

Oggi auspichiamo una Coalizione globale delle donne con responsabilità nel campo dell'economia affinché si impegnino a cambiare la vita delle donne e degli uomini.
È importante agire ora. Con il notevole incremento degli aiuti ufficiali allo sviluppo previsto dalla nuova agenda in materia, queste donne possono essere le travi portanti di una coalizione di potere che ridisegni il processo decisionale macroeconomico ed elimini la povertà, la disuguaglianza e l'insicurezza che caratterizza la vita di così tanta gente.
Per passare dai numeri all'influenza, da una presenza numerica ad una presenza strategica in campo decisionale, dobbiamo mostrare al mondo in che modo è possibile cambiare le cose in materia di pari opportunità e diritti delle donne. A tal fine dobbiamo garantire poteri alle organizzazioni femminili di base affinché svolgano una funzione di sorveglianza. Queste organizzazioni possono contribuire a fare in modo che le risorse nazionali siano utilizzate e beneficio dei più e possono influire sulla politica facendosi portatrici di realtà e strategie.

Dobbiamo inserire nel processo di sviluppo gruppi esclusi e non rappresentati: donne sieropositive, donne che lavorano nel sommerso, donne indigene, donne sopravvissute alla violenza, donne che vivono in zone rurali povere.
La Coalizione globale può costruire il potere necessario a garantire che entro il 2008 avremo parità di finanziamenti per lo sviluppo in modo che entro il 2015 avremo compiuto progressi per quanto riguarda ciascuno degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e per quanto riguarda ciascun aspetto della parità tra i sessi e dei diritti delle donne. Ciò include ovviamente più sicurezza economica e più diritti, maggiore partecipazione al processo decisionale in campo politico, parità di accesso a tutti i livelli dell'istruzione e libertà dalla violenza.

Noeleen Heyzer - direttrice del Fondo delle Nazioni Unite per le Donne (Unifem)
interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Pierangelo    - 08-03-2006
da Aprile online Numero 117 del 08/03/2006

Il volto globale della violenza sulle donne
8 marzo. La festa della donna è un fenomeno mondiale celebrato anche in America latina. Ma nel mondo la violenza di genere rimane ancora una piaga aperta

In questo giorno dedicato alla celebrazione della donna e in un’epoca sempre più chiaramente globalizzata sarebbe giusto ricordare la trasversalità e l'universalità della mobilitazione a sostegno delle donne, che viene ormai portata avanti in tutto il mondo anche in occasioni diverse da quella dell’8 marzo. Un esempio di questo impegno femminile internazionale giunge proprio dal continente latino-americano, dove la battaglia rosa viene celebrata nel periodo autunnale in occasione di una ricorrenza molto particolare: l’anniversario dell’uccisione delle sorelle Mirabal.

Maria Teresa, Minerva e Patria Mirabal non avevano certo la speranza di diventare un simbolo della lotta femminile mondiale quando nel 1960 decisero di sfidare il governo dittatoriale di Truijillo, tentando di visitare i prigionieri politici che questo deteneva nelle proprie carceri. La loro vicenda, snodatasi attraverso l’esperienza della deportazione, dello stupro e infine della morte, inflitta punitivamente dal satrapo di Santo Domingo, è stata infatti ereditata dalla coscienza del movimento femminile internazionale. Già dal 1981 le donne del continente latino-americano e caraibico ricordavano ogni 25 novembre, data della morte delle sorelle Mirabal, il loro sacrificio e rilanciavano il tema della condizione femminile nel mondo. Nel 1999 anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha finalmente deciso di riconoscere il 25 novembre come data ufficiale, facendone il riferimento simbolico della lotta contro la violenza subita dalle donne. Così anche nel novembre scorso, ancora una volta, si è celebrata la ricorrenza e si è proposta la necessità di una politica internazionale di tutela della donna, che a tutt’oggi rimane, insieme alla realtà dell’infanzia, la vittima principale del maltrattamento e dell’abuso.

In proposito, vera novità del fenomeno della violenza sulle donne, che andrebbe ricordata anche in questa giornata di festa, è sicuramente il carattere di democratizzazione e globalizzazione che questo ha assunto negli ultimi anni. Se per decenni infatti l’occidente ha sempre circoscritto la vessazione femminile nei confini geografici e sociali dei paesi in via di sviluppo e della povertà, ora deve fare i conti con una nuova verità storica, che lo vede comparire sul banco degli imputati con l’accusa di non esserne esente. Anche nell’altra faccia del mondo, fatta di ricchezza e istruzione, di beni di consumo e politiche democratiche, la piaga della violenza verso il “secondo sesso” non solo è presente, ma si è trasformata in una vera emergenza politico-sociale. Così, non più l’indigenza economica o l’assenza di istruzione possono essere considerate l’humus di generazione dell’abuso e del maltrattamento femminile. Un nuovo soggetto, istruito e benestante, spesso professionista o dirigente ne è ormai il protagonista.

L’ottobre scorso il Consiglio d’Europa, in occasione della presentazione dell’Osservatorio criminologico e multidisciplinare sulla violenza di genere, che in Italia si occupa dell’ assistenza alle vittime, ha pubblicizzato i dati emersi da uno studio condotto a riguardo della condizione femminile nel mondo occidentale. Non il cancro o l’ipertensione e nemmeno gli incidenti stradali sono da considerarsi la causa prima di morte o invalidità permanente delle donne fra i 14 e i 44 anni, bensì il maltrattamento e la violenza da queste subita da parte di mariti, partner o padri.
Fin dal 2001 il ministero della salute francese, Amnesty International e l’Organizzazione Mondiale della Sanità denunciavano l’urgenza della situazione femminile nella società moderna e “civile”.

A seconda dei paesi, la percentuale di mogli, figlie, compagne vittime di sevizie e abusi varierebbe dal 25 al 50%. In Portogallo la percentuale delle donne che dichiarano di aver subito violenza si attesta al 52,8%. In Germania ogni anno quasi trecento donne sono assassinate dai loro conviventi: tre vittime ogni quattro giorni. Nel Regno Unito ne è uccisa una ogni tre giorni; in Spagna una ogni quattro, cioè quasi cento all’anno. In Francia mensilmente sei donne – una ogni cinque giorni - muoiono per violenza domestica: un terzo accoltellate, un altro terzo uccise con armi da fuoco, il 20% strangolate e il 10% pestate a morte. E nel nord-Europa, da sempre considerato emblema di libertà ed emancipazione femminile, i dati non subiscono una grande modificazione. In Finlandia annualmente 8,65 donne sono assassinate tra le pareti di casa; in Norvegia 6,58; in Danimarca 5,42 e in Svezia 4,59.
L’Italia compare agli ultimi posti, ma un recente studio promosso dalla sezione italiana di Amnesty e dall’Istat dipinge comunque un’immagine desolante, fatta di violenza domestica capace di provocare in chi ne è vittima conseguenze psico-fisiche importanti.
La responsabile del settore formazione dell’associazione “Differenza donna”, Gabriella Paparazzo, sintetizza emblematicamente l’allarmante dato occidentale, rendendo un esempio concreto della sua portata: “In Russia ogni anno sono morte 13.000 donne, il 75% delle quali uccise dal marito. Il conflitto Urss-Afghanistan nell’arco di dieci anni ha mietuto 14.000 vittime”. Poi aggiunge: “Anche negli Stati Uniti e in Svezia i dati sulla violenza femminile sono alti: ogni quattro minuti una donna viene violentata in America, mentre in Svezia ogni dieci giorni una donna viene uccisa”.

I dati, già di per sé agghiaccianti, risultano però piuttosto approssimativi. Rintracciare con certezza le proporzioni del fenomeno della violenza subita dalle donne non è ancora possibile per via della tendenza, da queste dimostrata, a non denunciare la propria condizione. Il meccanismo psicologico di autodifesa, che porta la donna a nascondere per prima a se stessa la più drammatica verità, quella che la vede vittima di un legame affettivo tramutatosi in abuso e maltrattamento, rimane ancora un tabù inviolato.
Responsabili di aver abbandonato le vittime della violenza familiare alla solitudine casalinga e al silenzio, che ha reso ormai il fenomeno una vera emergenza socio-sanitaria, sono certamente i governi occidentali, per troppo tempo trinceratisi dietro alla scusa della non ingerenza nella sfera privata.
Medea si è ribellata per molto meno.

Marzia Bonacci