Manifesto per l'Ulivo scuola
Gianni Gandola - 24-02-2006
Dopo una serie di riunioni di gruppi di lavoro tematici e gli incontri con l'assessore regionale Ds dell'Emilia Romagna Mariangela Bastico e con Fiorella Farinelli, responsabile nazionale scuola della Margherita, la commissione scuola dell'Ulivo milanese ha reso pubblico un documento finale di sintesi, il "Manifesto per l'Ulivo scuola", contenente non solo un'analisi della situazione della scuola italiana ma anche e soprattutto idee e proposte per un programma di governo dell'Unione.
Il documento, che qui riassumiamo nelle linee essenziali, parte dalla constatazione che oggi le scuole sono attraversate da un diffuso e drammatico disorientamento, dovuto al fatto che negli ultimi anni la pretesa di cancellare ogni traccia della legislazione precedente (il famoso "punto e a capo" del programma della Casa delle Libertà) ha prodotto soltanto proclami ideologici, tagli di spesa e inestricabili contraddizioni.

Nella scuola primaria, la riforma, invece di migliorare quello che per riconoscimento unanime rappresentava il migliore segmento formativo del sistema di istruzione, ha provocato un netto peggioramento del servizio. Le formule astruse imposte dalla nuova pedagogia di stato, le Indicazioni "provvisorie", e la diminuzione delle risorse per il tempo pieno hanno provocato grande sconcerto e ritorno alla pura "routine". La riforma del secondo ciclo con l'introduzione del secondo canale, è sfociata in una disastrosa licealizzazione generale che ghettizza ancora di più l'istruzione e la formazione professionale e fatalmente produrrà un aumento dei livelli di insuccesso e di selezione sociale.

Occorre allora partire dai soggetti e realizzare l'autonomia. Da anni tutti parlano di centralità della formazione, ma è venuto il momento di dire che per realizzarla occorre che la battaglia per la sua valorizzazione venga assunta esplicitamente come priorità programmatica dell'azione di governo. Se il sistema di istruzione e formazione pubblico è veramente una priorità per l'Ulivo, allora è fondamentale assumere i docenti, i dirigenti e il personale tecnico-amministrativo come interlocutori essenziali non solo sul versante sindacale della contrattazione delle condizioni di lavoro, ma anche su quello della discussione e delle definizione delle politiche educative. E' vitale perciò il riconoscimento all'interno delle sedi della decisione politica di un ruolo nuovo e forte dell'esperienza, dell'intelligenza e della competenza degli operatori. Per troppo tempo si è dovuto sopportare il dilettantismo di un personale politico senza alcun riferimento con la realtà quotidiana delle scuole, ed è necessaria una svolta anche nella scelta degli uomini, in base a criteri di competenza e non a logiche di schieramento.

Questo significa prima di tutto confermare la scelta di assumere l'autonomia delle istituzioni scolastiche, che rappresenta sicuramente l'eredità più preziosa della stagione riformatrice del primo governo di centro-sinistra, come chiave di volta del sistema. Le scuole vanno responsabilizzate in ordine alla definizione dei percorsi che conducono al conseguimento degli standard e nello stesso tempo devono essere messe nelle condizioni di farlo, dando finalmente attuazione a quanto previsto dal DPR 275 Regolamento dell'Autonomia scolastica.

Vanno definite le condizioni per la realizzazione dell'autonomia organizzativa, di ricerca e sviluppo, fondata sul riconoscimento del diritto di ciascuna scuola di sperimentare modelli organizzativi e funzioni diversificate che permettano un'articolazione dei profili professionali, nel rispetto degli standard nazionali e di un budget dato di risorse. La dotazione organica, stabilizzata su base pluriennale, non deve quindi più essere basata sul numero delle classi e sull'orario di cattedra, ma deve essere riferita alle scelte contenute nel Piano dell'Offerta Formativa. L'autonomia necessita di professionisti della formazione autorevoli, colti e socialmente riconosciuti. Per raggiungere tale obiettivo è assolutamente prioritario ridefinire le modalità del reclutamento di dirigenti, personale tecnico e amministrativo, docenti e lo stato giuridico di questi ultimi.
Occorre infine che siano garantite alla scuola le condizioni minime materiali per il funzionamento ordinario, a partire dalle "grandi opere" necessarie per garantire sicurezza, benessere, spazi e strumenti adeguati per realizzare una scuola di qualità.

Per quanto riguarda la scuola di base, non si tratta di modificare l'architettura ordinamentale o di inventare espedienti pedagogici come nel Decreto 59, poco fondati e con obiettivi diversi da quelli esplicitati (tutor, portfolio, Osa, piani personalizzati,..), ma di riaffermare il valore della ricerca e dello sviluppo come modalità privilegiata per cercare risposte plausibili alle domande che alla scuola arrivano dagli alunni, dalle famiglie e dalla società.
Sulla base di vincoli e condizioni stabilite a livello nazionale, garanzia di un quadro comune, le scuole, in un'ottica di rete e di cooperazione territoriale, dovranno indicare modalità per realizzare l'unitarietà della scuola di base, a partire dagli istituti comprensivi dove è possibile elaborare percorsi coerenti di continuità. Per questo è necessario superare la mera aggregazione amministrativa e recuperare quanto si è costruito in questi anni, nonostante la continuità abbia assunto nel decreto 59 una valenza di orientamento precoce in una logica di canalizzazione e selezione degli alunni. Perché i comprensivi siano istituti effettivamente funzionali, vanno considerate condizioni basilari: un dimensionamento costruito su ambiti territoriali precisi e con un'equilibrata consistenza numerica (500-700 alunni), uno staff organizzativo per gestire multilateralmente la complessità delle scuole, un organico funzionale, stabile e "verticale" che assicuri momenti di compresenza e consenta quindi la realizzazione di attività laboratoriali per gruppi di alunni.

I tempi degli alunni devono essere quelli "necessari" e devono essere decisi dalle scuole all'interno di uno standard nazionale indicato tra un minimo e un massimo. Il tempo minimo è comunque un tempo disteso ed adeguato per realizzare un curricolo che consideri i saperi come strumenti per operare e pensare. Ciò che va contrastato è l'idea che il tempo sia una variabile da negoziare con le famiglie in base a una malintesa possibilità di scelta delle famiglie stesse e che invece finisce per condizionare l'offerta delle scuole che si trovano a dover rispondere ai loro "clienti" in una logica di mercato lontano dal proprio terreno istituzionale.

Occorre riscrivere il decreto sul secondo ciclo. E' necessario innalzare la soglia dell'obbligo d'istruzione ai sedici anni e confermare la normativa esistente sull'obbligo formativo fino ai diciotto anni, o per lo meno fino al raggiungimento di una qualifica professionale di terzo livello europeo. Ciò non può fermarsi alla pura enunciazione ma deve costituire un impegno concreto e misurabile: al termine della legislatura nessun giovane in età di obbligo formativo deve rimanere fuori dalle strutture formative.
ll biennio per tutti dopo il primo ciclo deve essere unitario, articolato in maniera da consentire la coerenza con i trienni successivi e integrato in un rapporto costante con il sistema della Formazione Professionale, di cui vanno valorizzati i tradizionali punti di forza nel recupero dello svantaggio e nello sviluppo delle metodologie di orientamento. Esso deve quindi garantire l'acquisizione degli strumenti e delle competenze di base e nel contempo consentire un ampio ventaglio di scelte.

Va dunque radicalmente rivisto l'impianto duale a favore di una impostazione che preveda la possibilità, per ciascuna istituzione formativa, di offrire percorsi di tipo liceale e percorsi di tipo tecnico e professionale, di diversa durata per coprire i diversi livelli delle qualifiche professionali europee.
Gli istituti tecnici e professionali dovranno, in tale prospettiva, consentire sia l'accesso alle facoltà universitarie (abrogando la disposizione che affida l'esame di stato a commissioni composte solo da membri interni), sia alla formazione tecnica superiore non accademica, la cui costruzione è urgentissima, superando la precarietà degli attuali IFTS.

Vanno riscritte, sia alla luce del rinnovamento degli assi culturali sia dello sviluppo di metodologie appropriate, le Indicazioni nazionali, che non dovrebbero contenere chilometrici elenchi, ma solo l'indicazione degli obiettivi generali del processo formativo e degli obiettivi specifici di apprendimento, proposti come traguardi per gli studenti, nonché il quadro delle risorse di cui le istituzioni scolastiche potranno disporre per garantire i livelli essenziali del servizio

Occorre aumentare il numero degli adulti in formazione, coordinare il sistema regionale dell'EdA, riformare i corsi serali. E' essenziale il varo di un piano che consenta, sul versante istituzionale e finanziario, il decollo del sistema disegnato cinque anni or sono dall'Accordo Governo-Conferenza Unificata. Occorre mettere i Centri Territoriali Permanenti per l'educazione degli adulti in grado di svolgere i loro compiti di accoglienza, orientamento, supporto al riconoscimento dei crediti, collaborazione con le agenzie di formazione formale e informale, con un rapporto più stretto e un raccordo con le scuole superiori con corsi serali e con i Centri di Formazione Professionale. E' infatti ormai evidente che la domanda sociale non si esprime solo in termini di prima alfabetizzazione ma anche di esigenza di una qualifica professionale.
Si pone quindi il problema di ridisegnare la dislocazione dei CTP ampliando anche in questo senso il ruolo delle scuole secondarie di secondo grado e riconsegnando alla loro propria natura di centri per l'educazione degli "adulti" i CTP, che hanno svolto in questi anni un ruolo di supplenza nell'integrazione dei minori 15-18enni.

Occorre infine cambiare il metodo di lavoro dell'Amministrazione Scolastica, che ha accentuato negli ultimi anni la sua tendenza alla deresponsabilizzazione e alla valorizzazione delle sole fedeltà politiche. Questo significa in primo luogo l'esclusione della scuola e della dirigenza scolastica dal sistema dello spoil system, ma anche riavviare un circuito virtuoso di verifica delle sperimentazioni e dei risultati conseguiti, di utilizzo delle competenze reali, di coinvolgimento della ricerca educativa e della stessa utenza alla messa in opera del sistema educativo.
La scuola deve trovare in questo orizzonte la possibilità di tornare ad essere centrale (con quel che ne consegue in termini di riconoscimento e di prestigio sociale) nella necessaria grande opera di ri-costruzione del paese, così come lo furono per la nascita della nazione nei primi decenni dell'unità.

Tutto ciò significa impostare un programma di governo in termini di obiettivi concreti e realistici e di strumenti che consentono la loro realizzazione. E', insomma, la prospettiva di un "timone riformista" per la politica scolastica della coalizione che aspira a governare il paese, sia a livello centrale, sia negli Enti Locali: l'unico capace di aggregare un consenso ampio di tutti quelli che, interni ed esterni alla scuola, hanno continuato in questi anni a lavorare per i nostri giovani, anche nel quadro impervio del governo di centro-destra.

Il documento è stato elaborato da alcuni operatori scolastici della provincia di Milano. Fra questi hanno partecipato ai gruppi di lavoro e/o ne hanno condiviso i contenuti programmatici: Aldo Acquati , Agostino Frigerio, Elio Bettinelli, Aldo Tropea, Gianni Gandola, Federico Niccoli, Francesco Cappelli, Iliano Geminiani, Loredana Leoni, Luigi Dansi, Renata Rossi, Roberto Proietto, Rita Frigerio, Giuseppe Melone, Antonio Valentino, Giuseppe Bonelli, Giuseppe Danuvola, Guglielmo Lozio, Salvatore Forte, Rodolfo Rossi, Mara Cerofolini, Guido Paracchini, Carlo Columbo, Bruno Belletti, Fernando D'Alfonso, Rosa Bianchi D'Emidio, Rosita Cremonesi, Stefano Pierantoni, Francesco Balice, Antonio Ricco, Rosa Ottaviano, Fiorenza Bevilacqua, Claudio Merletti, Giuseppe Nigro, Alida Miscio, Quintino Bardoscia, Domenica Morano, Enrico Sangalli, Annalisa Muschio, Renata Averna, Vittorio Fabbricatore, Eva Manzini, Giorgio Luppi, Giuliana Monguzzi, Fiorita Tirone, Ombretta Degli Incerti, Grazia Demaria, Chiara Sequi, Eleonora Salvadori, Laura Virgili, Paolo Gozzo, Gabriele Belotti, Liliana Buselli, Maria Carmela Pepe, Cinzia Galliena, Giuliana Marini, Angela Minella

Seguono altre firme di adesione di insegnanti e dirigenti scolastici (la raccolta di firme è tuttora in corso).

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Anna Pizzuti    - 23-02-2006
Occorre riscrivere il decreto sul secondo ciclo. E' necessario innalzare la soglia dell'obbligo d'istruzione ai sedici anni e confermare la normativa esistente sull'obbligo formativo fino ai diciotto anni, o per lo meno fino al raggiungimento di una qualifica professionale di terzo livello europeo. Ciò non può fermarsi alla pura enunciazione ma deve costituire un impegno concreto e misurabile: al termine della legislatura nessun giovane in età di obbligo formativo deve rimanere fuori dalle strutture formative.
ll biennio per tutti dopo il primo ciclo deve essere unitario, articolato in maniera da consentire la coerenza con i trienni successivi e integrato in un rapporto costante con il sistema della Formazione Professionale, di cui vanno valorizzati i tradizionali punti di forza nel recupero dello svantaggio e nello sviluppo delle metodologie di orientamento. Esso deve quindi garantire l'acquisizione degli strumenti e delle competenze di base e nel contempo consentire un ampio ventaglio di scelte.

Va dunque radicalmente rivisto l'impianto duale a favore di una impostazione che preveda la possibilità, per ciascuna istituzione formativa, di offrire percorsi di tipo liceale e percorsi di tipo tecnico e professionale, di diversa durata per coprire i diversi livelli delle qualifiche professionali europee.
Gli istituti tecnici e professionali dovranno, in tale prospettiva, consentire sia l'accesso alle facoltà universitarie (abrogando la disposizione che affida l'esame di stato a commissioni composte solo da membri interni), sia alla formazione tecnica superiore non accademica, la cui costruzione è urgentissima, superando la precarietà degli attuali IFTS.


Oddio: mi sembra un incastro nuovo delle stesse tessere che compongono il decreto morattiano. E che ne conserva tutte le contraddizioni (il secondo punto ancora più del primo)
Speravo fosse colpa della sintesi, ma, anche nel documento completo, il testo è questo.

 Laura Fineschi    - 26-02-2006
Occorre allora partire dai soggetti e realizzare l'autonomia.....

Mi fa tanto piacere leggere che qualcuno dicea chiare lettere che l'autonomia delle scuole ancora deve essere realizzata.

Tante volte, anche su Fuoriregistro, ho sentito dire discutere di autonomia, se sia un bene o meno per le scuole e io a non capire: possibile che fossi la sola ad avere l'impressione che l'autonomia oggi semplicemente non esiste (a meno che per autonomia non si intenda il carico di burocrazia in più da gestire che sta mandando ai matti le segreterie)?

Ecco, se arrivasse davvero una autonomia come quella descritta nell'articolo, quella sì che sarebbe una sfida bella da raccogliere

 Gabriele Boselli    - 27-02-2006
Per migliorare fortemente la scuola basterebbe attuare la Costituzione (quella del 47/48) laddove prescrive che i posti pubblici siano attribuiti solo per concorso pubblico per titoli ed esami.
Non dunque per grazia del signore del momento (come da qualche anno avviene per i dirigenti amministrativi e tecnici) nè per diritto di stagionatura in graduatorie infinite che portano al posto di ruolo in una età che potrebbe essere quella del pensionamento, con insegnati talvolta sfiniti e "spenti", come accade ormai da una quindicina d'anni. Cosa che avviene non solo per gli insegnanti ma anche per i dirigenti scolastici, passati spesso da incarichi temporanei per cooptazione a posti di ruolo.
Si aboliscano dunque le graduatorie permanenti e ogni due anni, come un tempo, si faccia un concorso regolare, aperto a tutti (via tutti i concorsi riservati); nominati i vincitori le graduatorie servano solo per le supplenze temporanee.
Così -nei ruoli di ogni ordine e funzione- i giovani di valore e davvero orientati allo studio potrebbero di nuovo entrare nella scuola appena finita l'università e non si vedrebbero i posti occupati da colleghi consunti o messi lì dal potere politico pro tempore.

 oliver    - 28-02-2006
Sono d'accordo con la proposta emersa, spero che il futuro governo dell'ulivo decida improrogabilmente di destinare risorse economiche per permettere alla scuola pubblica di poter recuperare il ruolo che le compete. In questi giorni siamo senza carta per le fotocopie ecc. ecc.