breve di cronaca
Letizia Moratti: "Così era la mia scuola"
Il Nuovo - 09-05-2002
ROMA - Quando la vediamo in tv ha il tono deciso e l’aria affilata. Vista da vicino, invece, Letizia Moratti, 52 anni, ministro dell’Istruzione, lascia un’impressione diversa. La voce è più morbida, i modi gentili, i tratti del viso meno severi. Eppure nell’ambiente della politica è stata soprannominata “lady d’acciaio”. E nel suo tailleur verde acqua, lei così seria e concentrata, è difficile immaginarla bambina sui banchi di scuola, innamorata più del gioco che dei dettati di italiano. Eppure può essere interessante provarci. Perché proprio nei ricordi del ministro dell’Istruzione si nasconde, forse, la chiave per capire la sua riforma della scuola. Un provvedimento atteso da anni, costato la poltrona ad alcuni ministri e arrivato in queste settimane in Parlamento. Inutile dire che si preannuncia una tempesta di obiezioni, critiche, polemiche da parte di genitori, ragazzi, insegnanti. E qualche sciopero.

Ministro, proviamo a indovinare: lei, a scuola, era la prima della classe?
Mi è sempre piaciuto studiare. Ma non ero una secchiona e non rinunciavo alle feste con gli amici: mi piaceva ballare.

Che compagna di banco era? Passava i compiti?
Aiutavo chi non era abbastanza preparato. Insomma, sì, anch’io ho passato il compito.

Ha dei bei ricordi dei suoi anni di scuola?
Sì. Ho passato tutto quel periodo della mia vita nel Collegio delle fanciulle di Milano, che oggi si chiama Istituto Setti Carraro. Lì ho frequentato le elementari, le medie e il liceo classico».

A quale insegnante era più affezionata?
Alla maestra delle elementari Luigia Rossi. Purtroppo ci ha lasciati un anno fa. A lei devo molto: era nata nel 1906 e ha dedicato tutta la vita alla scuola, vivendola come una missione e rinunciando perfino a sposarsi.

Ci sono altri insegnanti del cuore?
Sì, e con alcuni si è creato un legame che è durato negli anni. A volte ci sentiamo al telefono. C’è la professoressa di storia dell’arte Luisa Cogliati. Per tre anni ci ha insegnato sempre lo stesso periodo, il Rinascimento. Ma non ci annoiava, anzi, restavamo incantati dalle sue spiegazioni.

Peccato che ci sia un programma ministeriale da rispettare.
Infatti per gli altri periodi la professoressa ci faceva leggere i libri dei migliori studiosi. Ma in classe per lei c’erano soltanto Leonardo da Vinci, Michelangelo, Piero della Francesca. Quella professoressa ci ha trasmesso una cosa importante, l’amore per questa disciplina. Alcuni miei compagni di classe hanno scelto questa strada anche nella vita.

È per questo che lei vuole portare la storia dell’arte alle elementari?
La storia dell’arte insegna l’amore e il rispetto per il bello. È quindi una disciplina importante. Naturalmente verrà insegnata alle elementari utilizzando la storia dei personaggi più importanti, per renderla interessante per i bambini.

Ricorda altri professori, magari quelli di materie difficili, come la matematica?
Addizioni e sottrazioni possono mettere in difficoltà i ragazzi. Ma la nostra insegnante di matematica aveva un metodo infallibile. Si chiama Anna Marchetti: quando entrava in aula dava la parola ai ragazzi, con interventi su argomenti completamente al di fuori del programma. E subito si creava un clima piacevole e allegro. E poi ricordo l’insegnante di lettere, che nel tempo bello ci portava a studiare in giardino. E l’insegnante di latino, che ci faceva tradurre dei testi sulla base dei nostri gusti personali.

Ora che è ministro dell’Istruzione, si è mai chiesta perché quegli insegnanti hanno lasciato un segno così profondo?
Erano due i fili rossi che legavano il loro lavoro. Uno era la capacità di trasmettere l’amore per il sapere, quel certo sapere. Il secondo, la capacità di capire i nostri interessi di studenti e di usarli per parlare delle materie in programma.

Questi insegnanti hanno ispirato la sua riforma della scuola?
Diciamo che vorrei conservare la loro capacità di dialogare con i ragazzi. Ma quando mi occupo della riforma della scuola trovo più giusto parlare con i protagonisti di oggi. Da quando sono ministro ho incontrato decine di associazioni di insegnanti, genitori, studenti.

Una curiosità: dei professori di oggi, che idea si è fatta?
Sono soffocati da mille compiti burocratici. Che li allontanano dalla loro funzione fondamentale, quella dell’insegnamento. I professori non hanno più la serenità per fare gli educatori e per parlare con le famiglie. Invece, al centro della scuola devono esserci i ragazzi. E la riforma prevede, appunto, una maggiore personalizzazione e flessibilità dei programmi.

Lei è mamma di due ragazzi, un maschio e una femmina, che fanno l’università. Riuscite a vedervi?
Abbiamo un rapporto aperto e intenso, e quando siamo insieme sono sempre momenti di grande allegria. Prepariamo la cena insieme. E, cascasse il mondo, voglio cucinare almeno un buon primo piatto.

Si mette ai fornelli?
Adoro cucinare. E riscuoto anche un certo successo. Quando sono a casa vengo precettata dai figli. E adesso, spesso, anche dagli amici dei figli. Il piatto più richiesto è il risotto: alle fragole, alla rucola, al barolo.

I suoi figli le hanno parlato di un programma televisivo, un programma di satira, dove dicono che lei vuole introdurre materie a pagamentonella scuola pubblica?
Mi è stato riferito, ma si tratta di una leggenda. Niente di ciò che la riforma prevede è a pagamento. Al contrario, abbiamo cercato di venire incontro alle diverse esigenze delle famiglie. Per esempio, consentendo l’ingresso, facoltativo e anticipato, alle scuole elementari a cinque anni e mezzo. Ciò vuol dire che le famiglie risparmieranno i soldi che oggi spendono per le scuole private, per le “primine”.

E resterà il tempo pieno alle elementari? È un argomento che sta molto a cuore ai genitori: temono che venga eliminato.
Il tempo pieno rimane. Ci mancherebbe.

A pagamento?
Ma no! Come devo dirlo: la scuola continuerà a fornire lo stesso monte ore complessivo che c’è stato finora. E l’ipotesi che stiamo studiando èdi poter far sì che se un ragazzo ha già conoscenze di un certo tipo, possa approfondire altre materie.

Può fare un esempio?
Uno studente che parla l’inglese alla perfezione. Perché annoiarlo con inutili lezioni? Visto che già possiede i crediti richiesti per l’inglese, diamogli la possibilità di imparare la musica o altre materie di suo interesse».

Parliamo allora di bocciature. Avremo una scuola più severa?
Sì. Ma la possibile bocciatura verrà decisa non ogni anno ma alla fine di un biennio. Attenzione, però: lo studente ripeterà soltanto l’ultimo anno. Speriamo così di innalzare il livello culturale. Oggi gli italiani sono al ventunesimo posto per la conoscenza della matematica e al ventitreesimo posto per le scienze».

Ministro, lei è mai stata bocciata?
No. Però una volta ho preso un cinque. E in casa ci sono rimasti molto male.


Lei è una grande sostenitrice di San Patrignano, la comunità per ex tossicodipendenti. È per questo che parla spesso di disagio giovanile?
Il disagio lo vedo a San Patrignano ma anche a Roma e a Milano. Quando ne parlo con i genitori ho l’impressione che non mi capiscano. E questo perché il disagio dei ragazzi non sempre si vede. È latente e può sfociare in problemi di carattere che possono portare anche all’uso di droghe. L’ho capito a San Patrignano, dove vado quasi tutti i fine settimana, da 22 anni. Quei ragazzi potevano avere una storia diversa se la scuola fosse stata più capace di ascoltarli. Per questo voglio introdurre i tutor. Saranno loro, con le famiglie e gli insegnanti, a dare consigli ai ragazzi quando hanno problemi.




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