E' uno di quei giorni....
Vincenzo Andraous - 17-02-2006
E' uno di quei giorni in cui la storia personale di ognuno pesa inequivocabilmente sulle responsabilità individuali di ciascuno.
Uno di quei giorni in cui il dolore è così feroce da annebbiare le menti più preparate ai tanti accidenti: in cui l'emotività stravince con un secco tre a zero sulla razionalità.
E' stato ucciso un servitore dello Stato, un uomo posto a difesa della collettività, è stato colpito alle spalle, nella frazione di uno sparo, da un altro uomo, anch'egli morto, che non ha rispettato quel patto di lealtà stipulato con tutta la società; un uomo detenuto a cui era stata concessa una seconda possibilità, ritornare a essere un uomo nuovo, attraverso la dignità del lavoro e degli affetti recuperati, e che invece ha preferito la follia lucida del premere il grilletto della pistola per ottenere un'impunità davvero impossibile.
Questo è un giorno in cui occorre avere il coraggio di uscire dalle ultime file, quelle comode, perché ben protette dall'anonimato e dal silenzio protratto, occorre farla finita con le veline dialettiche della galera, c'è necessità persino dentro una prigione di un nuovo modo di intendere la vita e quindi interpretare il futuro, al di là degli interessi di parte e delle omertà che ne incentivano le teatralità.
Carceri sovraffollate, strumenti di rieducazione-risocializzazione assenti o nell'impossibilità di essere messi in campo, leggi e norme che esistono, ma non possono essere correttamente applicate per mancanza di investimenti appropriati, anomalie istituzionali, che si sommano alle lacerazioni delle tragedie, e non sono sufficienti a giustificare l'irreparabile.
Né sono sufficienti a mascherare l'inaccettabilità dell'indifferenza, quando una scelta di cambiamento è stata fatta attraverso un riesame del passato e un mutamento interiore che portano a una nuova condotta sociale.
Non sono sufficienti, perché l'uomo nuovo non può cavarsela con un'alzata di spalle o con un " io non c'entro ".
Oggi ciascuno di noi deve sentire sulla propria pelle l'urlo per la richiesta di Giustizia da parte delle vittime del reato, per sentire nel profondo l'esigenza di tutelare giorno dopo giorno il proprio tentativo di riparare al male fatto.
Questo è un giorno in cui per ogni uomo detenuto le parole debbono impegnare i pensieri, e di conseguenza gli atteggiamenti quotidiani, affinché quei valori ritrovati e riconquistati a fatica con l'aiuto degli altri, non perdano significato fino a rimanere parole vuote.


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 andrea tornago    - 17-02-2006
I giornali hanno dato la notizia dimenticando forse un piccolo particolare: nella sparatoria sono morte due persone, un carabiniere e un latitante.
Ma no, in realtà non hanno dimenticato niente, perchè non c'era nulla da dimenticare: "Tragedia e Ferrara: CARABINIERE UCCISO DA UN EVASO" ("la Nazione"), "Sparatoria a Ferrara: MUORE UN CARABINIERE" ("Corriere"), "CARABINIERE AMMAZZATO, Ferrara saluta il suo eroe" (il "Resto del Carlino").
Mi sono sbagliato, non c'è nessun errore, d'altronde chissenefotte di quel "cane rognoso" di un evaso che "non ha diritto di continuare a vivere"? (/www.comuni.it)
"E' stato ucciso un servitore dello stato", "Ferrara saluta il suo eroe". Bisognava leggerli proprio fino in fondo e con la lente d'ingrandimento questi articoli per capire che i morti erano due.
Beh l'altro a pensarci bene era "già morto". E questo è chiaro: lo dice anche Vincenzo Andraous, e a ragione. Un uomo che decide di tentare la fuga ammanettato e di ammazzare un carabiniere è un uomo morto, ce lo insegna la televisione, il cinema, così come ci insegna che questo tipo di imprese disperate riescono solo a killer di alto rango che poi diventano per esempio governatori della California. Non è gente che uccide a coltellate per trecentomila lire. "Per la polizia di Chicago hai ucciso un agente, ti spareranno a vista", questo lo diceva il comandante Gerard a Richard Kimble nel "Fuggitivo". E noi tutti, cittadini di questo stato difeso dai nostri eroi, carabinieri, polizia, sentiamo salire un piccolo orgasmo nel sapere, e poi nel vedere che lo Stato quei figli di puttana li ammazza, giusto, li fa fuori, li "annichilisce", così ci sentiamo tutti molto più tranquilli e forti, più sicuri, e il film allora può anche finire a piacimento dello spettatore.
Ma io non ci vedo nè "servitori dello stato", nè "uomini posti a difesa della collettività" e nemmeno "eroi", tantomeno "cani rognosi", in questa tragedia che poi non è neanche così infrequente.
Ci vedo un disperato, un uomo solo, che disperato era da molto tempo, forse da quando è nato ma noi questo non lo sapremo mai, seduti nelle nostre poltrone immersi nel nostro lucido buonsenso, un disperato cui è dato di volta il cervello nel respirare anche solo per poco l'aria che respirano gli uomini liberi, e così s'è giocato il tutto e per tutto forse perchè di rispettare quel "patto di lealtà" stipulato con tutta la società non ce la faceva proprio, di essere un "uomo nuovo" non ci sarebbe proprio mai riuscito perchè fottuto lo era ormai del tutto, e la prospettiva della "dignità del lavoro" (due parole che si sposano? perfetto) attraverso cui improvvisamente ritornare "normale" non era proprio possibile per lui. Qualcuno si ricorda la fuga e la morte di Liboni, “lupo”, nel luglio del 2004?
Un po' come i ragazzi che respingiamo dalle nostre scuole, "bocciati", e che finiscono poi chissà dove, oppure rimangono vicini ma spezzati, bollati, e allora cominciano a percorrere strade altre alla ricerca di una salvezza che molto spesso si traduce in un fallimento, in una disfatta. E quando questo succede, quando ci si accorge con le spalle al muro di essere fottuti del tutto, allora il grilletto da premere è tanto facile da trovare perchè magari una pistola te la sei procurata da tempo, a custodia della tua rabbia, fin dalla prima bocciatura, dal primo arresto per "spaccio" di marijuana e dai primi denti caduti per una manganellata in bocca in una qualsiasi questura. Ma la responsabilità di questo non è certo nostra, o della società, così come la scuola non è certo responsabile dei suoi “bocciati”, e l’atto di impegno e di riconversione lo richiediamo ovviamente ai detenuti. (Andraous) E’ chiaro.
A noi di chi sia questo evaso non ce ne frega niente, e non è neanche nelle nostre possibilità saperlo: sapere quali calci in culo ha preso fin da bambino, quale maestra l'ha cacciato dalla classe, quali figli di papà lo sfottevano perchè parlava grosso, e diventando grande quali istituzioni l'hanno punito perchè aveva cominciato a difendersi, a menare le mani, a portare il coltello, e poi quali insegnanti l'hanno cacciato, bocciato, quale datore di lavoro l'ha licenziato o quale lavoro non ha mai trovato, quale imprenditore ha cercato di bruciarlo vivo perchè chiedeva un aumento, quale europarlamentare leghista ha picchiato suo figlio marocchino, e ancora quante persone ha visto crepare sull'asfalto, fino poi ad arrivare ad uccidere lui, questo non lo sapremo mai e forse non è mai neanche successo. E allora che c'è da corrucciarsi, avanti, brindiamo! Un cane rognoso è morto e un eroe servitore dello stato avrà i suoi funerali di stato! Una medaglia al valore, magari, di quelle che scaldano bene nel letto della sposa, al posto del corpo di un uomo.
Che poi ci sia anche chi un letto da lasciare mezzo freddo non ce l'ha, ripeto, questo è troppo da capire per noi.

 Irene Baule, insegnante primo circolo di Alghero    - 19-02-2006
scrive Andrea...
però ci tocca e ci fa sentire coinvolti solo quando conosciamo in prima persona i protagonisti...
se no, siamo talmente abituati a vedere le varie fiction di poliziotti, carabinieri, detective privati e no... che un insegumento ed una sparatoria non ci fanno più effetto...
rimangono due dolorose realtà, che Vincenzo e Andrea bene evidenziano:
1) un sistema penitenziario BEN LONTANO dal dettato costituzionale, che vorrebbe la detenzione con scopo rieducativo e riabilitativo alla dignità di cittadino - vallo a dire a tutti gli stranieri e i tossici detenuti giustamente o no (ma questo sarebbe un altro discorso...)
2) l'insensibilità di gran parte della scuola alle situazioni di disagio che, come bene ha sottolineato Andrea, sono spesso il preludio ad una vita "fuori" dalla legalità, se "legalità" si può chiamare il sopruso quotidiano delle Istituzioni...