Otrohprafge
Emanuela Cerutti - 10-02-2006
La storia che racconto è di terza mano, dunque prendetela con beneficio di inventario. Però capita che la parola finale, nel telefono senza fili (in Francia lo chiamano telefono arabo) anziché negare quella iniziale la ricomprenda e la espanda: chiaro, se non si è barato apposta, per quel gusto del protagonismo ad oltranza che anche i bambini sanno riconoscere. Per cui subito fanno buuu e si ricomincia.
Così è per i discorsi ed i commenti che attraversano i paesi e le città dopo accadimenti rilevanti, o imprevedibili, o distrattamente "impensati": i concetti si inseguono alla ricerca di una possibile interpretazione, e, nel loro rimescolarsi, danno una qualche idea in più del complesso piano di realtà che ci avvolge.
Delle vignette danesi, ad esempio, si parla ovunque: anche nella "classe di italiano", in un pomeriggio faticoso, freddo e più inutile che mai, con le vacanze del febbraio francese alle porte. L'età media dei frequentanti si aggira intorno ai 14 anni, il gruppo è multietnico e qualcuno abita nelle famose cités HLM, habitation sà loyer modéré, che corrispondono più o meno ai nostri alloggi comunali. Qualcuno, invece, fa parte di quella bourgeoisie in crisi di cui stanno cominciando ad occuparsi i giornali locali, quella che si trova a fare i conti con una forma di precariato inatteso, per un fallimento o un colpo di sfortuna finanziaria, e non si sa muovere dentro la povertà dei 1500 euro al mese o dentro la rivendicazione di diritti. Non ci è abituata. Una nuova forma di sofferenza, si dice: e si porta come esempio il parrucchiere gratis (quello degli apprendisti che stanno imparando il mestiere) che sostituisce, non senza rammarico, il coiffeur abituale.
Nella classe di italiano si ha voglia di parlare, ma davvero, non per frasi imparate. La nuova lingua è simpatica, però impedisce di dire tutto quello che si pensa, ed esattamente come lo si pensa. Sono impazienti, i ragazzi, e il tempo è sempre così dannatamente poco. Comunque fare italiano può anche essere scambiarsi pareri tra un confine e l'altro, "non la chiamate ora di civiltà, voi prof.?". O intercultura. Accordo fatto: in un attimo le parole scorrono a fiumi.
Uno racconta dell'ultimo ragazzo morto in banlieue, dopo uno scenario da bronks, per un telefonino rubato, pare, o almeno così dice un amico dell'amico del fratello grande. Ma davvero è possibile credere che si uccida qualcuno per un Nokia?
Un altro parla delle macchinette-zebra; il nome se lo è inventato lui e lo pronuncia due o tre volte con un solcato dentale sonoro perfetto: sì, quelle macchinette che ti identificano come un pacchetto di detersivo mentre vai in mensa, rubando il tuo codice a barre dal palmo della mano. Ma davvero è possibile che a nessuno sembri esagerato controllare le persone come fossero oggetti?
Una dice che l'amico dell'amico del suo di fratello grande aveva una maglietta vecchia con un Gesù che fuma un giunto, e in casa di quel ragazzo, dopo anni, ci sono stati all'improvviso un sacco di problemi: il padre lo ha minacciato di bruciargliela, la T-shirt, e la madre lo ha sgridato invece di difenderlo. Lui ha persino scritto una lettera ai giornali, perché era l'unico modo per farsi ascoltare. Eh beh sì, perché magari le amiche del club avrebbero preso la cosa come chic, o trendy, insomma, da non sottovalutare. Ma la domanda pesa: davvero è possibile credere che un dio, dico non uno qualunque, non abbia un po' di spirito umoristico? La discussione si scalda: questioni di rispetto, di cattiveria, di provocazioni cercate, di provocazioni raccolte si accavallano alla ricerca della "ragione". Che, poi, è la faccia teorica ed inevitabile del "che fare?". Finchè qualcuno azzarda un'ipotesi: troppe regole, a cominciare dalla scuola. Tutti ascoltano in silenzio. Sì, la scuola, quella che se arrivi in ritardo la mattina manco si preoccupa di sapere perché, o che fissa non più di tre giustifico: e magari il quarto sarebbe il più importante. Oppure quella che, se tu ti arrabbi con un prof e magari, ok, un po' troppo, non sta comunque a chiedersi il perché. E dopo è logico, davanti ad episodi di violenza magari, ok, ingiustificata, contro gli insegnanti - e ne capitano anche in Italia, vero? - si diventa duri: se uno non ti ascolta non c'è soluzione, impariamo quel che ci insegnate. Ci sono troppe regole, si ripete e il coro è collettivo, va a finire che sono più importanti della vita. Bisognerebbe abolirne un po', si vivrebbe meglio e si sarebbe più allegri. Non ci credi, eh, prof? Allora senti, facciamo una, come la chiamate voi? Una scommessa.
Bon: tu leggi questo biglietto. Lo leggi e basta. Fino in fondo. Noi ti guardiamo. Se ridi vuol dire che abbiamo ragione.


L'ordre des lettres


Ps. Il biglietto non lo traduco, lo rovinerei.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf