Scuola e mercato nel mondo globalizzato: terza puntata
Roberto Renzetti - 02-02-2006
...continua dalla seconda parte


A LAVORARE SI IMPARA

Nel 1981 la casa editrice SEI dava alle stampe un aureo libretto, A lavorare s'impara: scuola secondaria superiore e professionalità, del Gruppo di ricerca coordinato dalla Fondazione Agnelli. Nella quarta di copertina leggiamo che lo studio è rivolto in particolare alla scuola secondaria superiore e prende le mosse dalle concrete esigenze colte nel mondo del lavoro per determinare i fabbisogni formativi e formulare una prassi educativa che, tenendo conto delle esigenze legate allo sviluppo globale della personalità del giovane, gli permetta l'acquisizione di conoscenze e di capacità direttamente spendibili nella situazione di lavoro.
Ci si può immediatamente rendere conto di quanto sia più comprensibile, onesto e chiaro questo proposito che, tra l'altro, utilizza parole comunemente in uso, di quello sostenuto dal duo Vertecchi - Maragliano. La problematica è vecchia ma qualcuno produce pubblicazioni ed accede a cattedre perché rimastica quanto è stato ben masticato nel passato. Tra l'altro, tra gli autori, vi è quella Luisa Ribolzi, punta di diamante, insieme a Bertagna, della scuola della Brichetto Moratti e del Progetto Buonsenso che vede solidali i pedagogisti di Berlinguer con quelli di Brichetto Moratti (si vuol sostenere che esiste una pedagogia scientifica, al di sopra delle scelte politiche generali di un Paese, in grado di essere applicata al sicuro successo della scuola senza che nessuno osi chiedere o chiedersi a cosa è finalizzata una tale scuola).
Quello fatto è solo un esempio che mostra il continuo interesse dell'impresa a gestire la scuola. Se una differenza vi è, riguarda il fatto che, alcuni anni fa, si tentava di modificare la scuola pubblica al fine di metterla in grado di preparare direttamente per le professioni. Oggi le cose sono più rozze: si mette in discussione la scuola pubblica, la sua utilità ed i suoi costi. Si teorizza una scuola pubblica semplificata per tutti a fronte di scuole specialistiche e private per coloro che servono direttamente al mondo della produzione. I liberisti assimilano in modo semplicistico la scuola a qualunque altra impresa, con il suo dovere diventare competitiva, visto che il mercato lo è. L'istruzione è né più né meno una mercanzia e la scuola deve competere con altre scuole per fornire mercanzie competitive. Vi è quindi il problema del rendimento dei lavoratori e del costo della mercanzia. Da queste premesse discende che si chieda una scuola in mano a dei manager (i Dirigenti) che siano in grado di farla produrre al meglio delle mercanzie (i lavoratori) utili ai mercati, possibilmente locali. Si deve creare un circuito in cui le famiglie sappiano poi scegliere le migliori imprese di fabbricazione di capacità per i loro figli (migliori scuole). Questi ultimi entreranno nel mercato del lavoro più facilmente. Ciò significa che la formazione è una merce buona sul mercato per dare migliore sistemazione lavorativa e quindi è una merce che deve essere pagata. Si devono poter spendere anche molti soldi per assicurare ai propri figli una formazione che diventi sempre più esclusiva. In questo modo si innesca il darwinismo scolastico: resteranno sul mercato solo quelle scuole più efficienti ed efficaci e le altre saranno costrette a chiudere (con poco intuibili problemi di scuole disperse sul territorio nazionale costrette a confrontarsi non si sa bene con chi). Il sistema deve essere affiancato da scuole private alle quali rivolgersi per avere servizi particolari che la scuola pubblica può offrire sempre meno. E se le scuole private non hanno né prestigio né tradizione (come in Italia) ? Occorre iniziare a finanziarle perché, per i servizi che potranno così offrire, divengano appetibili. Il finanziamento non deve andare necessariamente alla scuola, può benissimo diventare un finanziamento alle famiglie. E non si pensi che quanto avvenuto in Italia sia stata invenzione di Berlinguer. E' di stretta derivazione reaganiana. Fu nel 1983 che negli USA si introdusse il sistema dei vouchers, dei crediti alle famiglie se si indirizzavano verso scuole private. E tale sistema fu teorizzato da Milton Friedman, l'economista ultraliberista ispiratore della politica, anche scolastica, di Pinochet (26). Se si riflette un istante ci si rende conto che si va verso questa situazione, più che per propositi precisi di pochi guastatori, per l'indifferenza che tutti mostrano ad un evento che sembra non riguardare nessuno (è uno dei mali della scuola: si ha sempre a che fare con un pubblico differente; quando gli utenti del servizio hanno capito qualcosa, se ne vanno perché quel servizio è per loro finito; si ricomincia allora con nuovi utenti; questo continuo cambiamento non sedimenta mai un fronte di ampio coinvolgimento di cittadini). Proprio l'esperienza cilena e la penetrazione sempre più massiccia in tutti gli Stati Uniti (dopo l'impulso di Bush padre, è di Bush figlio la legge - 2001 - che estende a tutto il Paese il sistema dei vouchers) mostra che questa organizzazione scolastica porta ad una netta segregazione sociale: i meno abbienti in scuole pubbliche sempre più dequalificate ed alle quali verranno assegnati sempre meno finanziamenti, ed i più abbienti in accoglienti e ben attrezzate scuole private. E' d'interesse notare che, ancora nel 1995, Milton Friedman teorizzava un circuito virtuoso dei vouchers (27). I più agiati che beneficeranno dei vouchers diventeranno più bravi e renderanno il Paese più ricco di modo che anche gli svantaggiati (quelli della scuola pubblica) ne saranno beneficiati. Tutto deve essere pian piano affidato alle scelte. I genitori e gli alunni sceglieranno la scuola. La scuola sceglierà programmi, insegnanti, alunni e metodi. E' il centralismo e la burocrazia che fanno decadere la scuola, serve l'autonomia che ci sbarazza delle due cose. All'autonomia si può arrivare solo quando i consumatori avranno più potere degli elettori, nel qual momento i difetti, inerenti alla direzione politica della scuola, spariranno. L'autonomia garantisce infatti una maggiore agilità della scuola nel rispondere al mercato. In tal modo la scuola autonoma sarà in grado di essere più rapida a fornire quelle competenze che il mondo della produzione richiede e sarà anche in grado di sbarazzarsi del grande freno che rappresentano i sindacati (come più volte afferma Friedman) in quanto sarebbe illogico (28) che persone che partecipano ad una impresa che è sul mercato (la scuola) lavorino per non renderla competitiva e per farla decadere. Parimenti si avvantaggerebbe anche la scuola privata, dedicata ad elaborare con tranquillità i suoi piani di preparazioni specialistiche di immediata utilizzazione nel mercato
(29). Le inferenze degli studiosi americani soffrono di un errore basilare che, in breve, deriva da una tautologia. Esemplifico. Una scuola privata che si occupa di preparare ai vasi etruschi avrà un pubblico motivato e più è motivato, più farà di quella una scuola di prestigio per i risultati che si avranno. Si tratta di una scoperta che, come anticipato, si mangia la coda. Vi è da aggiungere una considerazione importante ma quasi mai presente, sulla scuola privata. Anche in una società che investa esclusivamente in scuola pubblica, la scuola privata rappresenta un fattore di discriminazione sociale che molti governi progressisti hanno sempre evitato di affrontare. Per altri versi anche nella scuola pubblica chi ha denaro ha maggiori possibilità. Gli abbienti possono integrare i loro studi con svariati corsi esterni alla scuola, con gite culturali, con corsi di lingua nei Paesi stranieri, con scuole di musica, ...
Tornando alla scuola pubblica dei vouchers ed alla privata, sulla strada del loro potenziamento, da molti anni, i Paesi anglosassoni si sono mossi con grande decisione ed i risultati sono praticamente nulli. Eppure i cantori del mercato insistono ed insistono, come se niente sia accaduto. E proprio sia negli Usa che in Gran Bretagna si sta ripensando fortissimamente il sistema scolastico. Anche qui vi saranno i pedagogisti di prima che olimpicamente negheranno quanto accaduto semplicemente affermando il nuovo, qualunque esso sia.
Comunque e naturalmente, al di là delle sciocchezze di fantaspedagogisti (dai quali purtroppo i nostri hanno attinto a man bassa), questo piano pubblico-privato che è in marcia, non è mai comunicato per intero PRIMA. E quando si è attivato sull'intero territorio nazionale è troppo tardi per riconquistare il gigantesco bene sociale che si è perduto. Stupisce, e non mi stancherò di ripeterlo, che partiti storici della sinistra non capiscano i danni che stanno facendo. In Italia si aveva una scuola che occorreva sistemare in molteplici aspetti. Vi erano vari studi che indicavano come e dove intervenire (30), ma si è scelta una strada che, in somma sintesi, è stata ed è:
- dequalificazione della scuola pubblica (sempre meno finanziamenti ed insegnanti sempre più mal pagati);
- finanziamenti alla scuola privata che può offrire sempre di più;
- le famiglie si sono sempre più indignate con la scuola pubblica;
- in tal modo si è via via resa appetibile alle famiglie la scuola privata.

NUOVE TECNOLOGIE: VERSO LA SPARIZIONE DELLA SCUOLA

Le politiche scolastiche che da qualche anno sono messe in campo da vari Paesi occidentali partono da una sorta di utopia liberista che intravede una rete educativa mondiale, che travalichi frontiere e nazioni. E' un poco come dimenticarsi delle peculiarità culturali dei vari Paesi per pensare al potere unificatore e rigeneratore del mercato.
I fini sottesi sono più realistici e vanno nel senso dei grandi affari ai quali accennavo nella prima parte di questo lavoro. La globalizzazione, lo scambio di merci, di capitali finanziari e di capitale umano, a livello internazionale, deve prevedere, da una parte una unificazione culturale e, dall'altra, una fornitura su scala planetaria di servizi educativi. Si tratta intanto di attrarre nella propria orbita, nel proprio Paese, studenti stranieri, cervelli, capitale umano di Paesi stranieri (generalmente poveri o privi di intelligenza, prospettiva e programmazione politico-economica, come l'Italia) che li formano, per poi inserirli efficacemente nel proprio mercato del lavoro. Vi è poi il commercio di veri e propri servizi educativi e di sostegno all'educazione e formazione. E qui torniamo a quanto annunciavo all'inizio della prima parte di questo lavoro: la spinta alla privatizzazione dei sistemi educativi di tutti i Paesi aderenti al WTO. Per rendere conto con maggiore chiarezza di cosa si tratta, è utile riportare un brano che descrive gli obiettivi e le aspettative Nordamericane dal mercato dei servizi scolastici (31): Uno dei vantaggi più importanti della liberalizzazione del commercio dei servizi educativi, consiste nell'incrementare il numero e la diversità dei servizi educativi a disposizione dei membri del WTO. Questi servizi sono cruciali per tutti i Paesi, comprese le economie emergenti, che hanno necessità di mano d'opera ben formata e familiarizzata con la tecnologia per poter essere competitivi nell'economia mondiale. Lo sviluppo dei servizi educativi stimola gli investimenti stranieri ed il trasferimento di altre importanti tecnologie. Allo stesso modo, aumenta la domanda di tutta una serie di beni e servizi connessi, inclusa la produzione e vendita di libri di testo e materiale pedagogico destinati all'insegnamento ed alla formazione. Come si può leggere, i propositi sono estremamente chiari e la OCSE va molto oltre prefigurando la globalizzazione in grado di realizzare una rete educativa sempre più aperta e sostenuta dalle nuove tecnologie di insegnamento che renderà antiquate le stesse scuole e, naturalmente, gli insegnanti (32). In un ambito più modesto, la Commissione Europea affermava già nel 1995 che è ormai finito il tempo di Paesi che forniscono agli studenti, ciascuno per suo conto, dei diplomi, per di più fornendo regole per ottenerli. Ormai è tempo, diceva la Commissione, del portfolio, cioè del libretto personale di competenze, nel quale saranno registrate tutte le attività che il cittadino ha svolto nel corso della sua vita e quindi anche i diplomi di competenze acquisite, rilasciati da entità private riconosciute. L'insegnamento dovrebbe servirsi di nuove tecnologie che dovrebbero portare ad una rete di teleinsegnamento a gestione privata, alla e-Europa. La Commissione ha addirittura pensato alle stesse imprese come elaboratrici di programmi scolastici per la scuola secondaria e per l'università. Ed il consorzio Career Space (11 grandi imprese europee e nordamericane di nuove tecnologie, tra cui: IBM, Microsoft, Intel, Philips, Siemens, ..) di tale imprese ha già iniziato ad operare realizzando per la Comunità Europea una guida per lo sviluppo di programmi di formazione e studi universitari di formazione in nuove tecnologie (33).
L'evento "scomparsa dei professori" non è solo della OCSE ma anche dei pedagoghi allineati con il sistema di potere del mercato. Negano addirittura se stessi nel momento in cui affidano ad Internet la preparazione del capitale umano. La pedagogia che in tempi passati era spesso uno stimolo dei sistemi di potere in termini di democratizzazione della scuola, oggi è allineata acriticamente e fa addirittura da apripista alla penetrazione del mercato nella scuola. I pedagogisti, non solo nostrani (che pure sono i peggiori), non si accorgano di studi internazionali che negano le tesi da cui sono partiti. Gli stessi anglosassoni (ad esempio la statunitense Apple Classrooms of Tomorrow - ACOT) hanno ricavato dalle esperienze di autonomia e di introduzione di nuove tecnologie nella scuola un debolissimo (se non nullo) effetto di crescita che non ripaga gli investimenti. Ma dalle parti nostre la scienza è solo nel nome degli insegnamenti di scienze dell'educazione. I dati dell'esperienza non vengono presi in considerazione. Non essendovi verifica di teorie inventate e non rischiando nessuno nulla, in Italia i pedagogisti possono proseguire nell'opera di distruzione della scuola senza mai confrontarsi con la realtà empirica. Il costruttivismo pedagogico si afferma quindi sui libri. Ogni discente può fare e fa da sé. Intersecando questo con il portfolio, manca solo una certificazione elettronica di aver seguito un corso su Internet per avere il diploma che si vuole. La scuola sparisce.


EFFICACIA DELLA SCUOLA DELL'AUTONOMIA

Sono ormai circa 20 anni che molti Paesi si muovono nel solco della politica liberista sulla scuola. Si è iniziato con l'autonomia dei singoli istituti differenziando le offerte in modo da rendere più attrattiva la libera scelta degli utenti. Si è in sostanza creato il mercato della scuola con tanto di domanda ed offerta. La chiave di tutto questo è sempre stata l'autonomia. Al di là delle intenzioni il progetto autonomia finisce sempre in mani diverse da chi progetta per buon fine. La stessa OCSE interviene addirittura con una sorta di test che tende a stabilire il differente grado di autonomia dei singoli istituti operando la conta di quante decisioni derivano dal centro e di quante, in realtà, sono del centro scolastico medesimo (34). In ogni caso deve essere chiaro che il decentramento non opera di per sé nel senso del mercato, anche se l'esperienza insegna che i sistemi più decentrati sono anche i più flessibili, si adattano più rapidamente e permettono lo sviluppo di dinamiche sociali non controllabili. Sono comunque le norme che definiscono decentramento e quindi autonomia che danno il carattere che si vuole dare al cambiamento. Ed è proprio a quelle norme che, in Italia, occorre riferirsi per denunciare con forza che tutto l'insieme legislativo, a partire dalla Legge Bassanini n° 59 del 1997 per arrivare alle successive Leggi Berlinguer, è finalizzato a creare una scuola funzionale al mercato nel senso delle cose che sono venuto dicendo (35). Le norme, ad esempio, relative alla riduzione dei poteri (già miseri) dei Consigli d'Istituto e quindi della partecipazione delle famiglie e degli studenti alla gestione della scuola con la simultanea creazione della figura del Dirigente, mostrano che l'autonomia in Italia è stata pensata non certo per democratizzare la scuola. Essa è stata invece pensata, e la cosa è addirittura dichiarata all'interno delle leggi istitutive, al fine di creare concorrenza tra le scuole, di esaltare l'efficacia e l'efficienza dell'intervento educativo, per il risparmio negli investimenti, per creare una stretta relazione tra scuola ed impresa. Ed in ogni passaggio che definiva l'autonomia è sempre stata trascurata proprio la gestione democratica attuando di continuo le direttive della Commissione UE, dell'OCSE e dell'ERT.
E proprio l'efficienza e l'efficacia sono gli assi portanti dell'impresa scuola. Guardiani di questo totem sono i dirigenti scolastici: da loro dipendono i risparmi, la proiezione esterna dell'istituto, la flessibilità ed ogni parametro che renda la scuola più efficace sul mercato.
Peccato che differenti studi, certamente non noti ai pedagogisti di corte, mostrano l'inesistenza di correlazione tra autonomia ed efficacia (36). Negli USA vi sono risultati che tendenzialmente mostrano un maggiore motivazione per i centri in cui vi è una gestione degli insegnanti ed un totale insuccesso per quelli nei quali si è avuto maggior potere ai dirigenti. Più in generale gli studi più vari mostrano che non è l'autonomia in quanto tale a decretare un miglioramento delle prestazioni del centro ma il fatto che il centro ritorni ad occuparsi all'apprendimento dei saperi, tornando indietro rispetto ai fantasiosi ed inutili piani di studio. In definitiva vi è un convergere di tutti gli studi nel riconoscere che l'autonomia non possiede alcuna capacità risolutiva del problema scuola, come i liberali ed i pedagogisti in cerca di cattedre avevano sostenuto in passato: Il discorso liberale della decada del 1980, che sosteneva che, liberati dalla soggezione democratica, gli attori avrebbero fatto dispiegare una creatività ed una effettività insospettabili, è dimostrato falso(37) .
Non si può che aderire completamente al commento di Laval (38): Non è molto difficile capire le ragioni di ciò. Nel sopravvalutare ciò che è visibile e ciò che è quantificabile, il modello mercato va proprio contro la logica educativa che richiede tempo ... Il mercato funziona sui tempi brevi e la soluzioni a cui porta sono soluzioni superficiali, immediate, con effetti che si pretenderebbe fossero rapidi. Il mercato presuppone una reattività molto forte, mentre le soluzioni a numerosi problemi educativi richiedono decisioni su tempi lunghi ...
Le scuole sottoposte ad una forte concorrenza, nel temere le sanzioni conseguenti alla pubblicazione della lista dei risultati degli esami e spinte dal proprio interesse, si concentrano di più nei sintomi che nelle cause dei problemi con i quali hanno a che fare. Di conseguenza, le scelte pedagogiche sono spesso le meno efficaci per gli alunni scolasticamente più deboli.


continua


NOTE


(26) Vedi Martin Carnoy, Lessons of Chile's Voucher Reform Movement su A Rethinking Schools Publication 6, 74. http://www.rethinkingschools.org/special_reports/voucher_report/vsosintl.shtml.
Al seguente indirizzo: http://www.rethinkingschools.org/special_reports/voucher_report/sostoc.shtml , oltre all'articolo citato, vi sono vari lavori sul sistema dei vouchers in relazione al mercato ed alla scuola pubblica negli USA.

(27) Milton Friedman, Public Schools: Make them Private, Washington Post, 19 febbraio 1995.

(28) Come io ritengo illogico che l'uscita di tale strada non sia ben nota ai nostri sindacati (l'altra possibilità non la prendo in considerazione).

(29) Questo canto alla superiorità idilliaca delle imprese è di altri due sociologi statunitensi: John E. Chubb, Terry M. Moe, Politics, Markets, and America's Schools, Washington, D.C., The Bookings Institution, 1990.

(30) Vedi il mio Appunti per una storia critica della scuola. Parte 2: Dalla Riforma Gentile al Progetto Brocca. Pubblicato nel sito in: http://www.fisicamente.net/index-890.htm

(31) Nota informale della delegazione USA ai membri del Consiglio del Commercio dei Servizi del WTO, 20 ottobre 1998.

(32) OCSE, Analyses des politiques éducatives, 1998.

(33) Career Space (Future Skills for Tomorrow's World), Guide pour le développement de programmes de formation, nouveaux cursus de formation aux TIC pour le XXI° siècle: concevoir les formations de demain, Luxemburgo, Office des pubblications officielles des Communautés européennes, 2001.

(34) OCSE, Regards sur l'éducation, 1998.

(35) Sugli aspetti della legislazione italiana ho scritto diffusamente in: Lo scandalo della Dirigenza Scolastica ed il conseguente fallimento dell'Autonomia , L'autonomia scolastica: Lombardi, Bassanini, Berlinguer , Documentazione relativa alla scuola che diventa merce , La scuola sotto attacco, Giornale di Storia Contemporanea VII, 2, 2004, Appunti per una storia critica della scuola. Parte 3: Dalla Riforma liberista di Berlinguer alla gestione demolitrice di Brichetto, PISA-OCSE in sinergia con il WTO per la privatizzazione della scuola. Berlinguer, De Mauro, Confindustria e Moratti sono d'accordo: tutti insieme da P.I.S.A. traggono spunto per proseguire nella distruzione della scuola

(36) Denis Meuret, Sylvain Broccolichi, Marie Duru-Bellat, Autonomie et choix des étlablissements scolaires: finalités, modalités, effets, Cahiers de l'IREDU, febbraio 2001, pag. 140.

(37) Ibidem, pag.164. Un discorso di interesse sulla scuola statunitense e sui disastri dell'autonomia in relazione con i vouchers si può trovare in Chiara Nappi, Autonomia locale e scuole pubbliche, Sapere, ottobre 1999.

(38) Vedi Bibliografia n° 2, pag. 241.



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