Volontariato di protezione civile
Rolando A. Borzetti - 04-05-2002
Quale ruolo per la legge 266, alla vigilia della sua riforma? Può e deve essere omnicomprensiva del vasto e variegato mondo del volontariato? Se ne è discusso a Civitas nell’ambito di un convegno promosso dal Dipartimento Protezione civile nazionale e coordinato da mons. Giovanni Nervo, presidente onorario della Fondazione Zancan.
Non è casuale la presenza attiva del Dipartimento Protezione civile, nel momento in cui proprio sui volontari di protezione civile si sta dipanando la discussione circa la loro compatibilità dei principi irrinunciabili della legge 266: la gratuità e la libertà. Su questa direttrice si sono sviluppati gli interventi dei presenti, nel tentativo di individuare analogie, sinergie, prospettive delle varie forme di volontariato, tutte interessate a vario titolo alla riforma della legge 266. Vincenzo Spaziante, vice-capo Dipartimento Protezione civile, ha sottolineato come la legge istitutiva della protezione civile in Italia, la 225, in realtà non di alcuna indicazione e qualificazione del volontariato. E negli ultimi anni “si è formata una sorta di contrapposizione tra il volontariato inteso nel senso più ampio e il volontariato specifico di protezione civile. Sono state create barriere, diffidenze, pregiudizi. E sono sorte incomprensioni. L’obiettivo – ha concluso – è quello di eliminare questa distanza. Il tutto sulla base del presupposto che la Protezione civile deve rispettare qualità e caratteristiche del volontariato in generale, e quest’ultimo deve capire che la Protezione civile ha bisogno di un volontariato che ha bisogno di operare in maniera inquadrata e specifica”.
Mons. Nervo ha tenuto a precisare che “il volontariato non è frutto delle istituzioni. Esso nasce, prende forza ed energie dalla società civile”. Una puntualizzazione significativa nel contesto del discorso tenuto dal rappresentante istituzionale. Al dibattito ha portato il suo contributo l’assessore alle Politiche sociali della Regione Veneto, Antonio De Poli, ma è stato Emanuele Alecci, membro dell’Osservatorio nazionale sul Volontariato e facente parte del gruppo di lavoro di revisione della 266, a riportare il discorso sulle sue linee pregiudiziali. “Quando si va a toccare delle buone leggi – ha detto – si rischia di crearne di peggiori. Di certo la nuova legge sul volontariato dovrà avere due caratteristiche: non dovrà dire, e non potrà dire, cos’è il volontariato; dovrà invece normare il rapporto con la pubblica amministrazione. Quanto allo specifico, qualcuno dice che il volontariato di protezione civile non c’entra con la legge 266. Io dico che il volontariato di protezione civile ha bisogno di una sua norma specifica ma è indubbio che il riferimento, dopo intelligente lettura, rimane la legge 266”.
Due, per Alecci, le questioni più rilevanti su cui si discute: il tema della gratuità e quello della libertà. “Non si può mettere in discussione il tema della gratuità del volontariato. Se si mette in discussione questo, noi non siamo più interessati e diciamo alle istituzioni ‘la legge fatela da voi!’. Gratuità nel senso di ‘disinteresse’. Ma dico anche: il concetto è messo in discussione se qualche volta il volontariato di protezione civile viene chiamato per emergenze dalle istituzioni e, per questa opera, ‘coperto’ economicamente? Può questo fare in modo che tale figura di volontario sia tagliato fuori dal mondo del volontariato, anche quando assolve ad una funzione pubblica irrinunciabile? Credo, infatti, che anche in questo caso il concetto del disinteresse è forte. Secondo aspetto, la libertà: è ovvio che senza libertà non c’è volontariato. Ma come coniugare la libertà in un settore come quello della protezione civile dove c’è bisogno di un forte coordinamento, di una efficiente regia delle istituzioni?”.
Quesiti a cui ha dato una risposta Agostino Miozzo, direttore dell’Ufficio Volontariato e Relazioni Internazionali del Dipartimento di Protezione civile. “Dentro o fuori la 266? Il volontariato di protezione civile è una realtà particolare che non può, però, essere disgiunta dalla legge 266. Un conto è avere pochi e piccoli benefici, in un particolare momento dell’anno in cui il volontario viene chiamato dallo Stato, senza preavviso, a svolgere un ruolo importante. Non penso che ciò significhi creare un volontariato privilegiato! Quanto al tema della libertà, la Protezione civile non ha alcuna intenzione di vigilare sul sistema del volontariato. Non c’è interferenza. Tuttavia altra cosa è essere coordinati e concertati al momento dell’azione. Penso che debba essere grande la consapevolezza dei volontari nel capire l’importanza di esser guidati e coordinati in compiti molto delicati”.
Infine Sergio Marelli, Presidente dell’Associazione delle Ong italiane, ha rivendicato il diritto delle ong e degli enti di respiro internazionale ad essere ricompresi nella legge 266. “Riflettere per categorie non serve più. Onestamente mi sentirei a disagio se dovessero mettermi nella condizione di scegliere. Le cose sono cambiate. Noi, per esempio, negli ultimi anni stiamo assistendo ad un fenomeno: nati come organismi di volontariato internazionale, ci siamo strutturati meglio dando efficacia allo spontaneismo. Ed oggi abbiamo realtà efficaci e professionali, in parte simili alle imprese sociali. Ed ovvio che i nostri volontari che vanno all’estero, a cui chiediamo un impegno per almeno due anni, non possono poggiare tutto sulla gratuità, come chi fa volontariato per brevi momenti della giornata in Italia. Ma in questo caso c’ disinteresse, c’è una grande spinta nei volontari che operano nei Paesi in via di sviluppo”.

All’interno del convegno “Le frontiere del volontariato-Oltre la legge 266”, svoltosi a Civitas, Nereo Zamaro, Dirigente responsabile delle Politiche Istituzioni Pubbliche dell’Istat, ha snocciolato i dati relativi al volontariato in Italia.
Ecco alcuni dati. In Italia sono circa 221mila le organizzazioni non profit. Di queste, la maggior parte è però attiva nel campo della cultura e della ricreazione. Di fatto, però, se numericamente gli enti sono impegnati in questi settori, sul piano economico e quantitativo le realtà più significative operano nel campo dell’assistenza.
Ed ancora: il 55,4% di tutte le organizzazioni sono sorte dopo il 1991; un fatto da addebitare, secondo il responsabile dell’Istat, alle norme emanate nel corso degli anni ’90.
All’interno del non profit il volontariato assume connotati specifici. “La legge 266 – ha affermato Zamaro – è riuscita a catalizzare un mondo assolutamente variegato e assi diverso al suo interno, anche sul piano degli obiettivi. In questi 11 anni le associazioni sono cresciute esponenzialmente, molto più quelle di assistenza delle altre. Alla fine del ’95 erano 8500, oggi sono circa 18mila. Un tasso di crescita del 20% l’anno. Nel frattempo è successo qualcosa di strano: anche altre associazioni sono entrate a far parte del mondo del volontariato. A Trento, per esempio, ci sono asili che sono ricompresi! Ora, mi sembra che questi segnali vadano nel senso della necessità di una ridefinizione della legge 266”.
Infine, è stato evidenziato come, sebbene l’assistenza rimanga il settore più importante, anche ambiente e protezione civile riscuotono sempre maggiori successi.Sono circa 670mila i volontari impegnati, un quinto del totale. E, dunque, ad un numero sempre crescente di organizzazioni corrisponde nel breve periodo un’attività sempre meno dedicata ai servizi alla persone e sempre più all’’accreditamento’.



interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf