Gas e dintorni
Marco Mayer - 28-01-2006
Le ultime vicende del gas (con la creazione di una holding regionale controllata dall'ENI) hanno un valore paradigmatico. Ancora una volta in Toscana si affronta il tema della privatizzazione dei servizi creando un "regime misto" nel quale, accanto alle aziende private ed alle banche, resta una rilevante componente pubblica. Nascono così una miriade di imprese miste che operano in una terra di nessuno: esse non rispondono né a stringenti logiche di mercato né ai principi ed alle regole della amministrazione pubblica. In pratica si privatizza la natura giuridica e si cedono quote di capitale, ma si conserva un regime sostanziale di monopolio perché non si può (o non si vuole) liberalizzare. Questo aspetto è grave perché quando non c'è concorrenza i processi di privatizzazione non producono alcun vantaggio per i cittadini consumatori né in termini di diminuzione dei prezzi né di sana competizione sulla qualità dei servizi. Nonostante questa ovvia constatazione, in Toscana privatizzare senza liberalizzare è una politica sostenuta con particolare zelo dai DS (ma non solo dai DS).
Per le aziende coinvolte come azionisti questi processi consentono di acquisire posizioni monopolistiche e forti margini ricavati da tariffe e da "forniture protette" (senza gare). In tale contesto ibrido si accentuano anche i conflitti d'interesse tra imprese e banche, conflitti che ormai costituiscono una caratteristica patologica strutturale della Toscana. Per il potere pubblico che mantiene quote di partecipazione l'unica reale remunerazione è data dall'acquisizione di posizioni e posti di potere (funzionali alla auto-riproduzione del ceto politico ed in particolare alla rendita di posizione del leader politico di turno). Il pericolo è che in questa zona grigia si sommino vizi pubblici e vizi privati, con effetti di distorsione del mercato e di degenerazione della politica ridotta a puro sistema di potere. A livello territoriale - dietro la nobile facciata della governance - si può, infatti, determinare un potere pervasivo fondato sul "triangolo" politici-imprenditori e banche a cui si associa il supporto tecnico di professionisti "amici". Questo è un terreno scivoloso dal quale il futuro Partito Democratico della Toscana deve prendere le distanze in nome di una visione aperta e liberale, visione che abbia come suo fondamento una netta distinzione di ruoli tra sfera pubblica e sfera privata. Occorre una nitida linea di demarcazione: da un lato si tratta di liberalizzare e affidare al mercato ciò che risponde ai reali interessi dei cittadini consumatori, dall'altro si tratta di mantenere al pubblico le funzioni strategiche che esso deve conservare e di governarle secondo le regole ed i saldi principi dell'etica pubblica. I processi degenerativi cui abbiamo accennato si inseriscono in un contesto regionale preoccupante e rischiano di ingessare ulteriormente la situazione. I dati negativi che caratterizzano l'andamento strutturale dell'economia indicano, infatti, l'esaurimento di un ciclo virtuoso che ha consentito di raggiungere elevati standard di reddito e di qualità della vita. Ma durante questa fase espansiva la politica si è progressivamente ripiegata su stessa; nelle istituzioni e nei partiti ha prevalso la logica della rendita di posizione: come ha recentemente ricordato il presidente Martini "ci siamo seduti sul bagaglio della cultura di governo di cui abbiamo lunga tradizione.".
In Toscana il dibattito politico ristagna, la vita dei partiti appare molto gracile e priva di dinamismo, la stasi e l'involuzione della politica pesano negativamente sulla società toscana proprio nel momento in cui la crisi ed i crescenti processi di globalizzazione reclamano il coraggio di scelte fortemente innovative. Per rilanciare le attività imprenditoriali e riacquisire competitività, per affrontare le questioni sociali legate ai nuovi flussi migratori ed all'invecchiamento della popolazione, per promuovere la ricerca e l'innovazione la politica deve fare la sua parte ed i partiti non possono limitarsi a gestire i precari equilibri di un ceto politico immobile e autoreferenziale.

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 Andrea borselli    - 31-01-2006
Caro Marco ieri ti ho inviato un mio commento però non capisco se ti è arrivato, potresti farmi un cenno
saluti Andrea