Davos, Svizzera
Emanuela Cerutti - 28-01-2006
Economista monetaria, esperta di aspetti finanziari del terrorismo, Loretta Napoleoni non ha dubbi: "la lotta al terrore è superficiale e non va in profondità. Non colpisce il cuore del problema". «Muscoli da una parte e intelligence dall'altra. Qualche attacco alle libertà democratiche con la scusa dell'emergenza, ma niente riforme strutturali, tanto più se sono economiche: si controllano le frontiere, si abolisce l'habeas corpus, ma sul piano finanziario, nulla» (Corsera, 15 luglio 2005).

Quali sono i punti di incontro "tra un' economia sana e di mercato ed un' economia deviata al punto da non poter sradicare la metastasi senza uccidere anche la cellula sana"? (Fuoriregistro, 25 ottobre 2004).
La domanda, centrale e inquietante nella sua analisi del problema, sposta di fatto l'asse dell'attenzione dal piano macrosociale a quello macroeconomico (Golem, 7 ottobre 2004).
O così parrebbe, finchè non ci si rende conto che i due livelli sono uno solo: il secondo ha fagocitato il primo. Comunque la si giri, infatti, il cuore del problema ha un nome: "globalizzazione", una parola che evoca complessità e villaggi estesi, meticciati e contaminazioni, linee di confine interrotte alla ricerca di nuovi tracciati, positivi e negativi che si mescolano creando contraddizioni in cui è difficile districarsi. "Globalizzazione" come orizzonte dell'esperienza umana che cuce tra loro due secoli ancora troppo vicini per non farlo sembrare lucidamente voluto, il che è diverso da ineluttabile.

E' forse per questo che fatico a districarmi dalla contraddizione del recente titolo, La Vanity fair della mondializzazione, che la Napoleoni ha scelto, con sottile ed amara ironia, per parlare di Davos su un quotidiano francese. Un affondo, penso, mentre ad una sola pagina di distanza leggo della resistenza di coralli e mangrovie all'erosione delle coste oceaniche, resistenza così forte da assorbire un'onda anomala al 90%, ma così debole da non saper far fronte alla loro lenta scomparsa dal pianeta, e mentre mi chiedo da dove salteranno fuori i 775 dollari per anno e per kmq necessari per la loro preservazione.

Davos. Mari e monti.

Loretta racconta di aver partecipato per la prima volta al Forum Economico di Davos nel 1981, insieme al suo Capo, il Direttore commerciale della Banca nazionale d'Ungheria: volevano capire che aperture ci fossero nei mercati di scambio occidentali per una moneta socialista. Di quei tre giorni ricorda il viaggio in auto, sotto la neve, ed il freddo glaciale: in ristoranti piuttosto "essenziali", piatti alpini e birra infarcivano gli stomaci affamati, mentre modelli economici, formule matematiche ed equazioni infarcivano le notti insonni. Date le circostanze (la guerra fredda: la battuta mi fa ridere), ci andarono in incognito e fu il gruppo di economisti che li avevano invitati a pagare loro le spese.

Loretta torna una seconda volta a Davos ed è il 2005. Ci torna però come sciatrice e non come economista. E, tra una discesa e l'altra, osserva si e no-global che sorseggiano cioccolata calda in hotel confortevoli e conversano tra loro in maniera gentile, mentre ricchi banchieri intrattengono Sharon Stone in lussuosi bar.
Sarà la fila un po' annoiata allo skilift a farla pensare a Toni Negri ("vecchio capo di Autonomia Operaia, il gruppo armato italiano"), intento a scrivere qualcosa sui rischi dell'antiglobalizzazione per un prestigioso giornale locale, in un passato recente; e sarà certamente il freddo a congelare nella sua testa l'idea che, se opportunamente convinto ad apparire in video conferenza, Bin Laden sceglierebbe Davos, in un futuro improbabile.

Ci sono cose che cambiano e cose che restano uguali.
Quello che non cambia, a Davos, è lo spirito della manifestazione, voluta nel 1971 da un economista tedesco: trovare una base comune tra gente interessata agli affari.
Quello che cambia è il mondo: "la mondializzazione ha trasformato Davos, piccolo negozio in cui gli economisti cercavano idee innovatrici, in un ipermercato delle celebrità".
Eccola, l'idea, innovatrice: non si possono escludere le nuove tendenze da un Forum che si rispetti ed i no-global sono invitati ai cocktails. Nessuno perde le buone occasioni, a costo di perdere manciate di significati.

Il trafiletto finale è tagliente: mentre Georges Soros discute con Jane Fonda di una possibile joint-venture anti-bush ed i ragazzi di Google bombardano Angelina Jolie con nuove proposte per videogiochi, il consiglio dell'economista è di prenotare una vacanza invernale a Davos, ma rapidamente: le camere vanno a ruba. E la sera, dopo una fantastica giornata nel paradiso svizzero, godersi il mondo delle celebrità, tranquillamente distesi davanti al proprio televisore.

Piego il giornale e cerco un frammento tratto dal documento introduttivo del Forum di Davos di qualche anno fa:

"Il World Economic Forum di Davos è diventato il più importante momento di aggregazione economico, politico, intellettuale atto ad orientare le scelte globali della società, con lo scopo di "migliorare le condizioni di vita nel mondo"...
I membri, i costituenti ed i collaboratori hanno un'occasione unica, partecipando al World Economic Forum, di influenzare i processi di sviluppo globale, proponendo obiettivi, idee, modelli, riguardo ai punti chiave dello sviluppo finanziario-commerciale del mondo intero.
Il World Economic Forum si propone come organismo indipendente, imparziale, non-profit fondando il proprio comportamento nello spirito di attività imprenditoriale nell'interesse pubblico globale ad ulteriore sviluppo economico ed a progresso sociale... "


C'è qualche parte politica, oggi, che non lo sottoscriverebbe? Per sapere da che parte stare dentro la contaminazione, non altro.

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