L'orologio della discordia
Lucio Garofalo - 21-01-2006
Evviva! Finalmente anche nella mia scuola è stato installato ed è in funzione un bellissimo orologio marcatempo, per "meglio verificare l'orario di servizio di tutti i dipendenti" (cito il testo del contratto integrativo di Istituto).

E' ora di smetterla con questi insegnanti ritardatari, fannulloni e lavativi, capaci solo di prelevare lo stipendio e che lavorano 4/5 mesi all'anno... E si lagnano continuamente!

Invece, con questo "rivelatore di presenze automatico" tutti i mali della mia scuola saranno eliminati per sempre, a cominciare dal lassismo dei docenti che saranno costretti a svolgere il proprio dovere.

Mi chiedo: ma le cose stanno veramente in questo modo?

In realtà, la controversa questione dell'orologio marcatempo nasconde e richiama ben altre ragioni, problemi e contraddizioni, insite nel mondo della scuola e del lavoro in generale.

Anzitutto, voglio chiarire che la mia tenace opposizione all'impiego di tale strumento elettronico di controllo, non deriva certo dalla volontà di perorare la "causa" dei nullafacenti e dei lavativi. Oltretutto posso garantire che nella mia scuola non esistono casi gravi di lassismo, anzi. D'altronde sono convinto che il "malcostume", laddove esista, non si contrasta con il ricorso a strumenti che possono apparire coercitivi. Infatti, per noi insegnanti il vero e principale deterrente contro, ad esempio, la tendenza ad fare tardi a scuola, è costituito dalla responsabilità penale verso gli alunni che sono minorenni. E con ciò la faccenda è a mio avviso risolta.

Dunque, sono altre le ragioni per cui io ho deciso di battermi contro l'adozione di tale sistema di controllo.

Voglio esporle in breve.

Anzitutto contesto i metodi e le procedure assolutamente autoritarie e verticistiche adottate dal dirigente per imporre questo nuovo "arredo" scolastico.

Al di là se siano stati seguiti o meno i passaggi normativi necessari, sia per quanto concerne la delibera del Consiglio di Istituto, sia in sede di accordo contrattuale con le RSU (benché siano ravvisabili vizi formali), occorre segnalare l'atteggiamento di ostinato e arrogante rifiuto di aprire momenti di confronto e consultazione democratica con la base dei lavoratori, a partire dal Collegio dei docenti, nel quale invece si è registrata solo una brutale censura verso ogni richiesta di dibattito sull'argomento.

Questo passaggio di consultazione collegiale e democratica, pur non essendo obbligatorio sul piano strettamente normativo (cosa che è pure discutibile), era ed è moralmente corretto e significativo, soprattutto sotto il profilo della democrazia sindacale, che a quanto pare è diventata un semplice optional!

Tale vicenda conferma che l'introduzione della cosiddetta "autonomia scolastica" (che troppi dirigenti scambiano per tirannia personale) ha accelerato un processo di crisi e di svalutazione dei diritti, delle libertà democratiche e delle norme sindacali a tutela dei lavoratori della scuola, docenti e non docenti.

Inoltre, l'uso dell'orologio marcatempo, che è uno strumento tradizionalmente applicato in luoghi di lavoro quali fabbriche ed uffici, nel momento in cui si va diffondendo anche nelle scuole, costituisce il suggello, anche simbolico, di un processo di aziendalizzazione in atto ormai da anni nella realtà della scuola italiana.

Credo che sia superfluo ricordare che la professione dell'insegnamento non è assimilabile o inquadrabile in una logica aziendalista, date le originali peculiarità che la caratterizzano e la distinguono nettamente dalle funzioni impiegatizie e dalla produzione di manufatti.

Infatti, l'educazione e la cultura non sono merci misurabili, quantificabili o alienabili economicamente.

Il ruolo docente è una professione di tipo intellettuale, che comporta anche impegni straordinari in termini di studio, aggiornamento, preparazione delle lezioni, correzione dei compiti ecc., che vanno oltre l'orario di servizio certificato da una firma o dal timbro del cartellino, a meno che non si decida di installare una macchinetta elettronica anche nell'abitazione di ogni singolo docente.

Veniamo ora ad un altro punto.

Il costo economico di un orologio marcatempo non è di poco conto. Non conosco le cifre esatte, ma certamente si tratta di apparecchiature che, in quanto elettroniche, hanno un prezzo decisamente superiore a 1500 euro, e probabilmente possono superare i 2000/2500 euro. Vi invito a smentirmi.

Ebbene, io mi domando: considerando il misero budget finanziario della scuola in cui lavoro, il cui Fondo di Istituto è di per sé ridotto e limitato nelle sue dimensioni, tale somma non poteva essere investita in modo più proficuo per sovvenzionare progetti e attività didattiche di qualità, così da elevare, ampliare e potenziare l'offerta formativa della scuola? Ciò avrebbe consentito di promuovere e migliorare anche l'immagine della scuola all'interno del contesto socio-ambientale in cui è inserita. Al contrario, l'acquisto di un'apparecchiatura indubbiamente costosa ha comportato seri tagli alle spese previste per l'arricchimento dell'offerta culturale.

Queste ed altre motivazioni mi hanno indotto ad espormi contro l'introduzione dell'orologio marcatempo, che è (ripeto) un aggeggio tecnologico inutile e costoso, che suscita reazioni negative e controverse tra i lavoratori.

Eppure c'è chi trae un vantaggio dall'impiego di tale sistema di controllo elettronico.

Tale vantaggio consiste anzitutto nel permettere un controllo a distanza, così da evitare e risparmiare al controllore la "fatica quotidiana" di recarsi fisicamente sul luogo di lavoro per verificare l'orario di servizio dei propri dipendenti. Pertanto, il controllo elettronico giova solo al dirigente, che in tal modo non deve nemmeno scomodarsi da casa per effettuare i consueti controlli, che avvengono automaticamente.

Chi è dunque il fannullone o il lavativo della situazione?

Mi auguro di aver messo in luce la netta contraddizione tra le ragioni, più nobili, giuste e democratiche di chi, come il sottoscritto, si oppone fermamente al ricorso a questi sistemi di controllo, da un lato, e dall'altro il carattere verticista e autoritario dei metodi e delle procedure seguite da chi tenta di imporre uno strumento di controllo a distanza, che serve soltanto ad inasprire ed avvelenare i rapporti tra i lavoratori.


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