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Prima di tutto, la scuola
Aprile on line - 23-01-2006
Questo libro è nato dall'idea che occorre affrontare la discussione sul rinnovamento della nostra scuola partendo da qualche certezza e da qualche speranza. Descrivendola com'è realmente, nei numeri e nei dati qualitativi; e non come compare negli spot ministeriali o, al contrario, nella pubblicistica della "scuola allo sfascio". Per delineare poi le prospettive di un cambiamento possibile. Le risorse finanziarie, l'autonomia, il tempo pieno e il tempo prolungato, tutto ciò che è stato di recente messo in discussione, vengono ripensati guardando a un più grande progetto di cui siano protagonisti, primi tra tutti, gli insegnanti e i giovani.

Su aprileonline.info è pubblicata la prefazione di Tullio De Mauro che qui riportiamo


Questo libro di Chiara Acciarini e Alba Sasso ha molti meriti, che lettrici e lettori non mancheranno di cogliere e che, se si vogliono mettere in una ideale graduatoria, assumono in essa posizioni diverse a seconda dei punti di vista.
Chi pensa, come tutti dovremmo imparare a pensare, che i discorsi su scuola, apprendimento e insegnamento vadano fatti tenendo conto dei dati quantitativi, sa bene quanto tali dati siano dispersi in fonti diverse, dati Istat e dati ministeriali, elaborazioni Censis, dati OCSE, dati CEDE, ora INVALSI, dati di inchieste e confronti internazionali sugli stati degli apprendimenti... Un primo merito di Acciarini e Sasso è avere raccolto e selezionato pazientemente tutti dati essenziali e metterceli a disposizione in forma chiara e piana, citando ovviamente scrupolosamente ogni volta la fonte, nel lungo prezioso capitolo Nove milioni sui banchi. Il vantaggio per chi adopera dati quantitativi nella ricerca e nelle elaborazioni serie è evidente. Ma si può sperare che messi così in fila ordinata vogliano avere la pazienza di chinarsi su di essi e leggerli anche i nostri opinionisti dell'informazione corrente. Quelli di "un tempo sì, che la scuola ecc.", quelli per cui la scuola è il liceo classico, quelli che confondono gli istituti professionali di stato e i corsi regionali di formazione professionale o, come è successo per la verità a un sottoministro, le scuole dell'infanzia e gli asili nido. D'ora in poi loro, e tutti gli improvvisatori non avranno l'attenuante della difficoltà di andare a pescare i dati.

Ma i dati quantitativi non sono tutto. La loro significatività e prima ancora la loro scelta dipendono dai punti di vista. Molti anni fa, sul finire degli anni cinquanta, con l'aiuto di due valorose studiose di demografia e statistica, Nora Federici e Lydia Spaventa, ho cominciato a raccogliere dati sulla scuola italiana per capire se e quanto aveva potuto insegnare a leggere, scrivere e parlare italiano. A quel punto di vista sono restato affezionato, lo ritengo tuttora decisivo per capire aspetti importanti della nostra vicenda culturale e sociale, ma era ed è un punto di vista. Nelle discussioni dentro l'Associazione TreElle, ma anche con successivi ministri dell'economia e dintorni, dai tempi del governo Ciampi in poi, ho incontrato più volte il punto di vista di chi raccoglie e mette in fila dati in funzione del capire se si poteva, si può, si potrà ridurre il monte stipendi delle e degli insegnanti. Anche questo è un punto di vista.
Acciarini e Sasso ci aiutano a conquistarci un orizzonte più ampio. Anzitutto ci aiutano a partire da una conoscenza non superficiale del nostro sistema scolastico presente, passato, forse futuro. Senza nessun eccesso erudito, di nuovo con una forma assai piana, il primo capitolo soprattutto, Una breve storia (ma importanti riferimenti sono anche altrove), introduce alla conoscenza della nascita e formazione del nostro sistema scolastico.
Non intendo togliere nulla alle ricerche storiche e sistemiche più impegnative, come quelle di Giuseppe Ricuperati e Anna Laura Fadiga Zanatta o quelle più recenti, irsutamente, ma non inutilmente giuridico-amministrative di Aldo Sandulli, ma non vedo opinionisti a piede libero o troppi decisori politici che dedichino tempo alla loro lettura. E invece le pagine storiche del libro forniscono l'essenziale per sapere come si è andata sviluppando la scuola italiana dall'unificazione nazionale ai giorni nostri. È un sapere essenziale. Chi dimentica o ignora che non centocinquanta, ma appena cinquanta anni fa "scuola d'élite" era in realtà non il numericamente esile liceo classico, ma ogni e qualunque tipo di scuola postelementare, compreso il "popolare" triennio di "avviamento al lavoro", e che, del resto, la stessa scuola elementare era ancora scuola minoritaria (negli anni cinquanta del Novecento il 60% della popolazione italiana era privo di licenza elementare), capisce assai poco di questo nostro paese e quasi niente della fatica di avere insegnato e insegnare, di avere imparato e imparare e dei processi di apprendimento quantitativi e qualitativi dei decenni a noi più vicini.

Questa consapevolezza ci viene data dalle due Autrici e anima l'intero libro fino alle conclusioni. La loro forza, la forza delle circostanziate pagine di proposte che fanno l'ultima parte del libro, ma anche la forza delle due Autrici, sta nel fatto che entrambe hanno vissuto nel mondo della scuola, lo conoscono a fondo dall'interno, e però ne sono state per dir così trascinate fuori, immesse nell'esperienza parlamentare, poste di fronte alla necessità di guardare al loro mondo di appartenenza anche dall'esterno, in una prospettiva complessiva, di politica nazionale.

Ci sarà ancora chi si ricorda di Antonio Gramsci in Italia? All'estero è fuori questione: è uno degli autori italiani più citati e attentamente studiati, come Eric Hobsbawm ha ricordato. Del resto oggi un buon motore di ricerca ce lo conferma: quasi tre milioni di testi nelle più varie lingue gli si riferiscono, quasi il doppio di quelli di Umberto Eco o Federico Fellini. Se anche in Italia qualcuno ancora se ne ricorda, ricorderà anche la sua equazione: "specialista + politico = intellettuale". Questo hanno saputo e sanno essere le due Autrici: specialiste di scuola, di scuola vissuta, che attraverso l'esperienza politica sanno darci una prospettiva non parcellare, ma complessivamente intellettuale della nostra scuola, delle sue miserie e ricchezze, delle sue ansie, delle speranze che ancora la animano e dovrebbero animare noi tutti, l'intera società italiana.

Insisto su quest'ultimo punto, profitto per farlo ancora una volta. La scuola non è di chi oggi è insegnante e di chi meritoriamente ci lavora, la scuola non è (come qualche sessantottino diceva) di studenti che la stanno frequentando, la scuola è di tutti quelli che pagano tasse e di tutti quelli cui serve. E non serve solo alle categorie in essa oggi impegnate, per quanto ampie, per quanto benemerite, per quanto bisognose di specifica attenzione. A chiunque viva in questo paese serve una scuola che promuova cultura e cittadinanza consapevoli e benessere individuale e sociale e innervi il loro sviluppo nell'intero corpo sociale, a partire da bambine e bambini ad arrivare a adulte e adulti perfino se non riusciremo ad attivare anche in Italia (come con Berlinguer si era cominciato a fare) un decente sistema di EdA, di educazione degli adulti. Come l'acqua e la corrente elettrica, come la salute, la risorsa scuola e istruzione è per tutti e di tutti. Se ci sono sprechi, impariamo a ridurli. Ma certo non andremo lontani chiudendo le condotte idriche, tagliando cavi elettrici, lasciando ammalarsi la gente. I danni colpirebbero tutti (colpiscono tutti in Sicilia, un'isola che, hanno detto i geologi in un loro rapporto del 2000, letteralmente galleggia su falde idriche controllate dalla mafia nell'inerzia di chi dovrebbe governare).

Mentre scrivo, mentre questo libro va in stampa, vedono la luce due testi. Uno, edito a New York nelle collane economiche di Springer. Ne è autore un esperto dell'Unione Europea e docente di materie economiche a Bologna, Attilio Stajano. Il titolo è Research, Quality, Competitiveness, European Union Technology Policy for the Information Society. Il libro è un'analisi ricca e dettagliata della correlazione positiva che lega crescita e sviluppo dei livelli di istruzione a crescita e sviluppo sia della produttività sia dell'ISU, dell'indice di sviluppo umano, nelle società contemporanee. Del resto, parecchi anni fa fu il filo rosso degli studi che allor giovani economisti misero insieme per il Mulino sotto la guida di Nicola Rossi in un libro che Acciarini e Sasso hanno avuto ben presente: L'istruzione: solo un pezzo di carta?

L' altro testo cui ho accennato è un manifesto sullo stato pessimo e le incerte prospettive che, dopo le malversazioni dell'attuale, dell'ancora attuale governo, caratterizzano il nostro sistema di ricerca. Dice all'inizio il manifesto: Non c'è paese evoluto e democratico in cui non si riconosca che trasmettere, rinnovare e acquisire conoscenze scientifiche avanzate è decisivo per l'evoluzione civile, il benessere sociale e lo sviluppo economico. Accettare e sostenere l'alto rischio intrinseco di investire risorse in queste attività caratterizza la civiltà di un Paese.

Imprenditori e finanzieri, svegliatevi. Svegliamoci tutti. Se non vogliamo precipitare a rotoloni lungo la china di un paese a civiltà sempre più limitata, come diceva Paolo Sylos Labini, dobbiamo investire risorse intellettuali e morali, politiche ed economiche nello sviluppo del nostro sistema di istruzione e ricerca. Ogni soldo destinato a scuola e istruzione non è una spesa né per i privati né per lo Stato. È un investimento in salute, sicurezza, sviluppo di tutti e tutte. Forse avremmo dovuto spiegarlo meglio a chi ha governato e governa. Speriamo, con questo libro agile, piano, illuminante e stringente, di farlo meglio in un futuro non troppo remoto.




Chiara Acciarini, senatrice, è responsabile per i Democratici di sinistra nella Commissione Istruzione Pubblica. La sua attività professionale si è svolta interamente nella scuola, dove è stata docente di diritto ed economia, e poi preside. Si è occupata di formazione e di aggiornamento degli insegnanti. È vicepresidente di Emily, associazione che si propone di promuovere la partecipazione delle donne alla vita pubblica. Ha curato l'edizione degli scritti del nonno Filippo Acciarini, dirigente socialista sotto il fascismo (Autobiografia di un socialista, Silva editore, 1970) e ha scritto con Onorato Castellino il manuale scolastico Il mondo economico (Lattes, 1984).


Alba Sasso, deputata dei Democratici di sinistra, è componente della Commissione Cultura della Camera. Da sempre impegnata nel mondo della scuola, è stata presidente nazionale del CIDI e componente del Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione. Editorialista della rivista Insegnare, ha collaborato con l'Unità, con il Manifesto e con varie riviste scolastiche. Suoi saggi sono pubblicati in La cultura della scuola e la contemporaneità (La Nuova Italia, 1996), Apprendere a scuola nella società complessa (Paravia, 1997), Il sapere della scuola: proposte e contributi (Loescher/Zanichelli 1998), Cultura e identità della scuola che cambia (Loescher/Zanichelli, 1999), La scuola nella società della conoscenza (Mondatori, 1999).
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 Pierangelo    - 22-01-2006
riporto dal sito di Alba Sasso:

24 gen 2006
Roma, presentazione libro


Martedì 24 gennaio, alle ore 17,30, presso la Fondazione Basso, in via della Dogana Vecchia 5, Roma, sarà presentato il libro "Prima di tutto, la scuola" di Chiara Acciarini e Alba Sasso (prefazione di Tullio De Mauro, casa editrice Melampo).

La presentazione sarà coordinata da Marina Boscaino.

Interverranno, insieme alle due autrici, Tullio De Mauro, Fabio Mussi, Nando Dalla Chiesa e Andrea Ranieri.

 Pierangelo    - 02-02-2006
Sempre su Aprileonline.info un altro approfondimento sul libro di Acciarini e Sasso con intervista alle autrici

Prima di tutto, la scuola
Interviste. Abrogare la riforma Moratti. Ridurre il precariato tra i docenti. Elevare l'obbligo scolastico a 18 anni. Parlano Chiara Acciarini e Alba Sasso

Il libro “Prima di tutto, la scuola”, scritto a quattro mani da Chiara Acciarini e Alba Sasso ha il dono della chiarezza. Chiunque leggendolo avrà una visione più ampia del sistema scolastico italiano, dei suoi problemi, delle sue contraddizioni, ma anche delle grandi possibilità che al suo interno conserva. Un libro alla portata di tutti, “pensato per i segretari di sezione”, come amano ripetere le due autrici.

Dalla lettura del testo si evince l’emergere di un’unica sensibilità, come se non fossero due le autrici di questo libro, ma un’unica persona. Quali sono i retroscena della vostra sintonia?
In realtà, siamo molto abituate a lavorare insieme. E questo ci piace tanto. Abbiamo alle spalle cinque anni di collaborazione parlamentare molto stretta e l’esperienza del Cidi, il Centro di iniziativa democratica degli insegnanti. Più volte abbiamo fatto cose a quattro mani. L’abitudine a lavorare insieme è apparsa in maniera compiuta nella stesura di questo testo.

Il primo capitolo è una sintetica, ma esaustiva ricostruzione storica del sistema scolastico italiano. Un interrogativo resta comunque aperto. Come è stato possibile – nonostante la nascita delle prime forme di organizzazione sindacale e la vitalità espressa dalle associazioni professionali – che il principio cardine della riforma di Gentile del 1923, ossia “la netta divisione tra la scuola dei fabbri e quella dei dottori”, sia stato talmente forte da resistere alle più profonde modifiche avvenute nella società italiana dal fascismo ad oggi?
Bisogna dire che questo principio ha resistito ma con profonde modificazioni. Per effetto dei movimenti sindacali e delle associazioni, soprattutto negli anni a cavallo tra il ’60 e il ’70, la scuola ha avuto numerose riforme per via amministrativa.
La scuola reale ha cercato di superare la distinzione tra la “scuola dei fabbri e la scuola dei dottori”. Un caso per tutti: la riforma degli istituti tecnici di fatto è avvenuta, per via amministrativa, attraverso le sperimentazioni. Un altro esempio sono i licei scientifici tecnologici.
Questi sono casi che dimostrano come la scuola stesse facendo un suo percorso che, anche se per via amministrativa, tendeva a superare quella grande dicotomia tra “scuola dei dottori e scuola dei fabbri”. Per cui la scuola si stava modificando pur tra mille difficoltà. Da Gentile a Moratti sono accadute alcune cose.

A proposito della Moratti, nel vostro testo si legge: “Darwinismo sociale, restringimento delle politiche pubbliche, arretratezza culturale, la separazione netta tra la scuola del conoscere e la scuola del fare e dell’operare, sono stati gli assi portanti della politica di Letizia Moratti”. Voi parlate di abrogazione, cancellazione, sostituzione come di un obbligo di civiltà. Ma sono tutti d’accordo nell’Unione?
Noi abbiamo scritto così e ci assumiamo le nostre responsabilità. Il programma dell’Unione sarà presentato il 13 febbraio. Non è ancora definito. L’unica cosa certa – convinzione di larga parte del centrosinistra – è che la scuola italiana non possa essere sottoposta a troppi choc. Da questo punto di vista vorremmo tranquillizzare tutti, perché in realtà la riforma Moratti ha cambiato la scuola soprattutto dal punta di vista della riduzione delle risorse e della scelta di stimolare il darwinismo sociale. Ma, per fortuna - in questo momento - la scuola secondaria superiore non è stata ancora toccata. Il decreto legislativo entra in vigore eventualmente nel 2007-2008.
La scuola superiore non avrà quindi nessuno choc. E mi chiedo anche quale scossa potrebbe mai subire la scuola elementare o secondaria di primo grado se ad essa si restituiscono risorse, ore e motivazioni. In realtà, alla scuola italiana va restituito il maltolto e bloccato tutto ciò che in realtà non è ancora partito.

I dati che avete raccolto mostrano come negli ultimi quattro anni e dopo un periodo di forte decremento ci sia stato un aumento costante del numero di studenti in Italia. La crescita é dovuta soprattutto alla maggiore presenza di studenti stranieri che in alcune zone del Paese superano addirittura il 6% del totale (negli istituti professionali la percentuale arriva al 40%). La tendenza per il futuro prossimo è sicuramente volta ad un ulteriore incremento. Quale idea di scuola proporre in uno scenario sociale sempre più multiculturale?
Il dato demografico è importantissimo. Vorremmo che non lo si dimentichi, perché dimostra che il bisogno di risorse per la scuola aumenta contrariamente a quanto dice la Moratti. Con l’incremento, soprattutto a causa degli studenti stranieri, dovranno essere affrontati una serie di problemi.
Il ragionamento che facciamo, è che l’integrazione non può avvenire per separazione. Se le persone arrivano con tutto il loro carico di storie e anche di speranze, bisogna che ci siano luoghi d’incontro aperti, non spazi di separazione. La scuola è il luogo dove la “contaminazione” di culture può avvenire, perché certamente è un luogo dove si studia, si lavora, dove ci sono i momenti più importanti della socializzazione.
Cosa fare? Innanzitutto, occorre rispettare la Costituzione italiana, che da sola offre numerose risposte. Poi, è necessario avere in mente una progettualità. Sostenere tutti i progetti che favoriscono l’integrazione, per vicinanza e non per separazione. Dobbiamo ad esempio chiederci quanto sia necessario insegnare l’italiano a chi non lo conosce. E poi c’è il grande tema dei comportamenti e delle mentalità. Problema che si accentua quando – come nel caso dell’Islam - la religione abbraccia completamente la vita sociale di una persona. Ma, anche questa diversità non va certo affrontata con le modalità con cui lo si è fatto con la scuola di Via Quaranta a Milano.
Certo, non bisogna arrivare a costruire le scuole esattamente come ce le chiedono, ma occorre offrire loro un progetto inclusivo, qualcosa in cui si sentono riconosciuti.
Esempi in Italia già ci sono. Ci sono molte scuole che offrono supporto linguistico, attività comuni. Che fanno un grande lavoro interculturale, di riconoscimento, appunto, delle diversità e delle similitudini tra culture. C’erano i mediatori linguistici, il cui ruolo era essenziale ad una maggiore comprensione tra soggetti appartenenti a differenti culture. La Moratti con la sua riforma ha pensato di eliminarli.

I dati di alcune ricerche riportati nel testo mostrano scenari del sistema scolastico italiano su cui è inevitabile porsi degli interrogativi. A 9 anni, i nostri studenti sono al nono posto per capacità di lettura in una graduatoria dove sono presenti ben 35 paesi europei ed extraeuropei. In un’altra ricerca, che misura - in studenti di 15 anni di 40 paesi - la capacità matematica, la capacità scientifica, la comprensione di un testo scritto e la capacità di soluzione di problemi, l’Italia si posiziona in tutte le categorie più o meno tra il 27esimo posto e il 30esimo. In tutte le graduatorie primeggiano la Corea del sud, Honk hong e la Finlandia. Cosa sostanzialmente differenzia i sistemi scolastici di questi paesi dal nostro?
È una domanda a cui non è facile rispondere. Noi abbiamo inserito nel testo ricerche diverse che presentano degli interrogativi differenti e che vogliono indicare delle tendenze. Non si possono quindi assumere come il metro di giudizio sulla scuola.
Primo problema. Sicuramente nel nostro paese abbiamo una forte carenza da un punto di vista matematico. Anche se sembrano esserci alcuni segnali di miglioramento. Bisogna chiedersi non solo come quei tre paesi siano sempre i primi, ma anche come mai siano agli ultimi posti non solo l’Italia, ma tanti altri paesi fra cui gli Stati Uniti d’America.
Le spiegazioni sono molte e rimandano al contesto culturale, a quella che ci si è abituati a chiamare educazione informale. Nel caso della Finlandia, abbiamo un numero di biblioteche molto superiore a quello italiano e di qualunque altro paese. C’è la cultura dell’accesso alla conoscenza. La Cina sta crescendo. Complessivamente, si sa da sempre che i bambini cinesi eccellono in matematica. Gli Stati Uniti sono molto preoccupati della propria insufficienza matematica rispetto ai bambini cinesi.
Gli stimoli familiari sono fondamentali. Nei paesi asiatici, come Corea e Cina, è fortemente radicata la convinzione che andare bene a scuola significhi avere una sicura affermazione nella vita. Da noi, nei paesi occidentali, non è più così. I messaggi che la cultura occidentale invia ai propri ragazzi non sempre conferiscono all’istruzione e alla scuola questo potere. Sono quindi in un certo senso demotivanti.

Ancora sui dati. In Italia, le ore d’insegnamento - alle elementari, medie e superiori – sono molto al di sopra della media europea. Il rapporto alunni/docenti nel nostro paese è il più basso d’Europa. Questi due elementi insieme dovrebbero favorire lo sviluppo di un’eccellente formazione. Perché allora i risultati delle ricerche dei nostri ragazzi sono tanto deludenti?
I nostri risultati vanno valutati complessivamente. Non si può dimenticare che la scuola italiana ha fatto uno sforzo notevole per accompagnare il progresso sociale, economico che abbiamo avuto in questi anni. Non dobbiamo dimenticare che il numero di diplomati sta crescendo.
Chiaramente, il numero delle ore passate a scuola non è determinante per avere migliori risultati. Da noi, del resto, c’è sempre stata un po’ la tendenza ad aggiungere materie, contenuti. Sommare al nuovo il vecchio, senza eliminare mai nulla. Sono convinta del fatto che, sicuramente, contano le ore passate a scuola, ma bisogna capire anche cosa si sta facendo. Effettivamente, in certi casi i ragazzi stanno troppo tempo a scuola, come negli istituti tecnici industriali dove trascorrono anche 40 ore settimanali. Quindi, credo che noi dobbiamo – basandoci sulle esperienze in corso - cercare di disegnare un percorso che non sia più così rigido e che non pensi che la qualità sia legata al numero di ore, perché così non è. Dobbiamo, però chiederci come pensare di utilizzare al meglio gli insegnanti sapendo che sono una risorsa. C’è una grande differenza tra un insegnante dotato di strumenti didattici e uno che non può contare su nulla. Occorre motivare gli stessi insegnanti a svolgere nel migliore dei modi il proprio lavoro. Per questo, per alzare il livello della qualità sono necessari investimenti da parte dello Stato.

Un’ultima domanda. Oltre a un investimento cospicuo sulla formazione scolastica dei propri ragazzi, sull’Università e sulla ricerca, quali priorità dovrebbe avere un eventuale governo dell’Unione?
Una delle priorità è sicuramente l’edilizia scolastica, non solo per la sicurezza, ma anche per la qualità della scuola. Poi, penso che vista la crescita demografica che attendiamo, gli oltre 100.000 insegnanti precari dovrebbero passare – almeno per il 70% - da contratti a tempo determinato a quelli a tempo indeterminato. A questo occorre aggiungere, senza dubbio, una maggiore autonomia della scuola.
Poi, un grande progetto che cerchi di superare una volta per tutte la dicotomia tra “scuola dei fabbri e scuola dei dottori” con la grande prospettiva di caricare la parte iniziale del percorso scolastico di una grande valenza sociale. In quel momento il cittadino deve ricevere la massima dose di cultura per avere le basi per affrontare la complessità che ci pone di fronte oggi la società della conoscenza.
Pensare, quindi all’obbligo fino ai 18 anni. Tutti devono raggiungere il diploma.

Angelo Notarnicola

 Pierangelo    - 07-02-2006
Lunedì 13 febbraio, alle ore 18.00,
presso il Cafè Deco, largo Adua, Bari
la Casa Editrice Melampo e il Cidi di Bari
presentano

"Prima di tutto la scuola"
di Chiara Acciarini e Alba Sasso

Ne parlano con le autrici:
Bice Mezzina
Corrado Petrocelli
Mena Trizio
Nichi Vendola

coordina:
Lino Patruno