La mezzaluna fertile
Giuseppe Aragno - 14-01-2006
Un incubo non è. Non è l'angoscia senza nome che ti prende nel sonno, ti ossessiona, ti incalza sino al terrore folle di un momento estremo, quando in soccorso, sulla soglia della follia, giunge il risveglio.
Un incubo non è: non riesco a svegliarmi.
In un sonno lucido e agitato - impossibile dire se sia giorno o notte - mi scorre davanti un verminaio da basso impero: tutto ciò ch'è accaduto in un lampo tra l'onta presunta e il marciume accertato dell'Unipol, dopo il silenzio caduto sui ponti violati a Bagdad, in Mesopotamia.
Impossibile dire se sia giorno o sia notte, ma è un mare di fango untuoso, d'olio, di sangue, di sabbia e petrolio, che si è mosso di là, dalla "mezzaluna fertile", da dove l'uomo riconobbe se stesso e fu la storia, da dove una rinnovata barbarie è giunta ad assolvere oltraggi sanguinosi, urlati in lingua italiana: "si muove, annichiliscilo, Luca".
Un urlo che ha un'eco lontana, luttuosa e sommessa: "adesso vi mostro come muore un italiano".
Un incubo non è: non riesco a svegliarmi, mentre si afferma la nuova legge morale e una luce caravaggesca si fa strada, nell'ombra del sonno che agghiaccia, e disvela il verminaio che unisce gente dei più diversi colori. E' la nuova solidarietà, una pietra angolare, da cui ricomincia la storia, è la torre di Babele che ha trovato finalmente la sua lingua: è l'italiano.
Mi scorre davanti - incubo senza risveglio, oscena putrescina, bava di vermi intrecciati che mi incatena nel sonno - la nuova storia. Ed ecco, il primo martire muore, come un uomo che non doveva morire. Non doveva, giunge a giurare accorato Pietro Sansonetti, direttore comunista di "Liberazione" - e ai giovani che verranno, se mai giovani ancora poi verranno, tramanda il nuovo mito: «Un uomo bendato, messo in ginocchio, ammanettato e preparato a morire. L'ombra nera di una pistola che si staglia sul muro e annuncia l'esecuzione immediata. Quella voce, flebile, educata, però dignitosa, fiera, che chiede al boia di levare la benda, poi, pacatamente, scandisce sette parole: "Adesso vi mostro come muore un italiano"». ["Liberazione", 10-01-2006].
E' un ribollire magmatico di purulenza, un fiume tossico di materia decomposta che mi corre innanzi, torbido di una solidarietà contro natura.
E' Gianfranco Fini a far eco al comunista: ecco un eroe, sostiene, un milite della nuova libertà.. Dopo il filmato che mostra l'esecuzione e fa sentire la sua ultima frase rivolta ai carnefici "vi faccio vedere come muore un italiano", il vicepresidente del Consiglio accusa: "si dovrebbero vergognare coloro che dissero che era un mercenario e un guerrafondaio".
Nell'incubo incomposto, nel quale l'eroe muore più e più volte, il mercenario è un crociato e dal liquame che assedia il mio sonno violato la nuova civiltà solleva finalmente il suo vessillo: la storia nuova nasce da una fogna, eppure è lotta di democrazia. Nell'incubo senza risveglio l'eroe fu mercenario e pacifista, vittima e carnefice, colpevole e innocente. Invano la ragione si rivolta. Tra le rive del Tigri e dell'Eufrate, tra i fiumi della storia, nella culla dell'umanità ridotta ad un tragico cimitero, depurato col napalm, illuminato con fosforo, ornato dalla gloria di Abu Grhaib, nasce la ragione nuova. In nome suo, all'inedita coppia Sansonetti-Fini, un comunista ed un ex fascista, si associa Veltroni, ex comunista, uno dei tanti che dal Pci fu stipendiato e rinnega il suo passato: Veltroni, sindaco di Roma. Reduce, gli occhi cerchiati parlano per lui, dalla veglia di preghiera per Sharon, l'eroe antico che a Sabra ed a Shatila ha preannunziato il nuovo, il sindaco pentito illumina d'amore la lava di sporcizia che si stende implacabile nel sonno martoriato e non si tira indietro: "si porti, egli comanda, all'attenzione della prossima riunione della Commissione Toponomastica del Comune di Roma la proposta di intitolare una strada della capitale all'ostaggio italiano ucciso in Iraq il 14 aprile del 2004". [10 gen. - Adnkronos].
Ormai è una gara - si scrivono pagine della storia nuova - ed Enzo Fragalà, deputato di Alleanza Nazionale, ritiene giusto domandare a Ciampi una medaglia d'oro al valore civile.
Come sempre avviene in un incubo infernale è un crescendo: tutti, non so bene perché, ora mi chiedono un voto. Corre il fiume di fango, nella scalata alla "Unipol" sono tutti padroni e tutti servi, tutti non hanno un programma, ma tutti governeranno in nome di principi diversi e contrapposti: chi guardando a destra e chi a sinistra. Mentre il fango si vena di sangue, tutti trovano giusto il carcere che uccide Milosevic processato a vita - e nessuno processa D'Alema per la Serbia - tutti trovano giusto che gli aggressori processino l'aggredito e nessuno chiederà mai conto dei milioni di iracheni uccisi da Clinton e da Bush padre e figlio; ci sarà in futuro un giorno della memoria per il nazibuscismo, ma ora tutti danno a Saddam la colpa per l'Iraq assediato, affamato, torturato e bombardato col fosforo. Tutti insieme stanno appresso a Mimum, eterno direttore di telegiornali, al quale - l'incubo non ha fine - interessa tornare "su quelle parole", su quel "vi faccio vedere come muore un italiano"; su quell'eroe che ha restituito l'orgoglio agli italiani. Allineato, il comunista Sansonetti arricchisce l'onda di liquame con nobili e dovuti concetti degli incubi di sinistra: non so, non posso sapere - egli scrive - se l'eroe "fosse un fascista, come si è detto. Non mi interessa molto. So che al momento supremo del passaggio dalla vita alla morte, in quegli ultimi attimi tremendi, nei quali - credo - tutti i misteri dell'esistenza ci scorrono angosciosi nella mente e sconquassano i nostri sentimenti "l'eroe" si è comportato in modo esemplare. Merita grande rispetto, e ha diritto al ricordo dolente di tutti noi". Ma il rispetto non basta. Sansonetti vuole l'equiparazione. Non mi sveglio: è un incubo senza fine. Rispetto - scrive il comunista - "come ne hanno diritto il nostro collega Enzo Baldoni, che fu ucciso forse dagli stessi terroristi che avevano ucciso" l'eroe "e Nicola Calipari, ammazzato dai soldati americani mentre col suo corpo faceva scudo a Giuliana Sgrena". Tutti insieme, certo, perché l'eroe, "come più di duemila americani, come centinaia di inglesi, come alcuni polacchi, coreani, giapponesi, tedeschi, francesi, come quasi duecentomila iracheni - è una vittima di questa guerra" ["Liberazione", 10-01-2006].
Tutti uguali. Le vittime e il carnefice.
Un sonno sempre più agitato, un fiume sempre più limaccioso, un veleno sempre più tossico. E nell'ombra due spettri: Baldoni disarmato, che porta aiuto agli aggrediti, e un eroe armato sino ai denti che fa la guerra senza un divisa e senza una bandiera. La guerra contro chi? Per chi? In nome di chi e di cosa? Due spettri perfettamente uguali. Partigiani e ragazzi di Salò. Tutti, anche questi. E uguali tra loro. Perfettamente uguali.Come per cenno convenuto, è un "" da coro greco: cupo, tragico e corale: "come Enzo, come Nicola" .
Perfettamente uguali.
La ferocia dilaniante che mi agghiaccia nel terrore ha un limite in se stessa: sulla soglia della follia ecco, improvviso il risveglio.
Era solo un incubo allora: mi sono svegliato.
Mi sono svegliato.
Tempo però n'è passato se "Il Manifesto" non accenna all'eroe. Quanto tempo? Che importa?
Mi acquieto.
L'editoriale è della Rossanda. "Bel colpo" fa il titolo. Sorrido: finalmente sveglio.
Fatto fuori l'eroe, l'antica giornalista - ce ne sono ancora mi dico - mette i piedi per terra e torna all'Unipol: perché tanto scandalo per Fassino e D'Alema? In fondo lo sanno tutti: "i diesse si vogliono clintoniani e lo scandalizzato Ulivo sostiene ardentemente la proprietà, finanziaria compresa". E allora? Vuoi vedere, si chiede la Rossanda, che "la ex sinistra deve stare nello stesso universo ma non competere? Se no perde l'anima? Gliene è stata chiesta una larghissima parte. L'ha data. Fino a prova contraria non bara".
Non bara? Sobbalzo: ma allora non mi sono svegliato!
E' peggio, molto peggio di un incubo. Non è possibile, non può essere, io sto ancora dormendo. Che domande si fa la Rossanda! "A che mira dunque tanto starnazzare? A non disturbare qualche manovratore? A favorire la Margherita nella coalizione? A rischio - conclude - di far rivincere Berlusconi?" [Rossana Rossanda, Bel Colpo, "Il Manifesto", 12-1-2006].
Sarebbe una iattura, mi dico, mentre controllo il polso. E come la mettiamo con la storia nuova? Se vincono Prodi, D'Alema e Rutelli, noi passiamo da Bush a Clinton, Blair ce lo teniamo, ma facciamo certamente la repubblica nuova, la terza, quella di Bolkestein. Senza disoccupati e piena di piazze: piazza Quattrocchi.
Avremo un solo problema: sapere se dormiamo o siamo svegli.

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 Emanuela Cerutti    - 15-01-2006
La sensazione di profondo disagio che la tua lucida ed implacabile denuncia lascia, un disagio che corrisponde ad una perdita di confini in fondo, come se le comuni certezze non ci fossero più e tutto stesse in un indifferenziato magma, trova conferma in un altro articolo del Manifesto, datato 14 gennaio.
La firma è di Antonio Tabucchi. Lo riporto per intero, nonostante la lunghezza, perchè occorre saper ascoltare. Occorre proprio saper distinguere, nel magma, linee che parlano. Ed occorre, credo, non avere troppa paura dei ragionamenti: affrontarli, decostruendo e ricomponendo, perchè la conoscenza, se questa è l'etichetta della nuova società, sappia ancora fare omaggio all'intelligenza, precipua dote umana, e non solo all'opportunismo, di qualunque colore sia. Grazie a te e a quelli che questa strada percorrono.

Alò Salò alalà
Ai primi dell'anno, per fare gli auguri all'Italia è approdata al Senato una legge voluta dalla destra e firmata dal senatore di Alleanza nazionale Riccardo Pedrizzi che equipara partigiani e repubblichini, perché considerati «militari belligeranti». Per ora quella proposta è stata bocciata, ma questo fatto positivo non cambia la gravità del disegno. Naturalmente sarebbero stati compresi nell'equiparazione anche i sopravvissuti delle famigerate bande Koch e Carità, e altre bandette assassine e torturatrici che davano una mano ai nazisti nei loro eccidi al di sotto della linea gotica. Dalla sinistra ferita, specie molti esponenti Ds, si sono levate esclamazioni di indignazione. L'Italia è un paese privo di coerenza politica, visto che questa legge non è altro che la logica conclusione di un percorso iniziato qualche anno fa proprio da un esponente Ds, l'onorevole Luciano Violante. A lui si deve, in un incontro con l'onorevole Fini il conio del gentile sintagma «ragazzi di Salò» per denominare i militi repubblichini. Se si abbassa l'età, le responsabilità diminuiscono, e poco importa se molti dei saloini, soprattutto i caporioni, erano vecchi fascisti incarogniti come il maresciallo Graziani.
Inoltre la parola «ragazzi» è portatrice di tenerezza e di affetto: si dice dei calciatori della nazionale, dei militari italiani in Iraq al seguito di Bush.
Con questo lessico che richiama sempre alla mente la mamma e che ha qualcosa di giocoso (perché i ragazzi giocano, anche «I ragazzi della via Paal» facevano la guerra fra di loro, ma era una guerra per gioco) l'Italia ha giocato tanto nel secolo scorso. Pensate, «i nostri ragazzi» andarono in Libia, in Abissinia, in Albania, tentarono di spezzare le reni alla Grecia sul bagnasciuga, e altre missioni di questo tipo. Eventualmente in Abissinia e in Libia fu lanciato qualche gas asfissiante, fu bombardata Tripoli, furono usati i lanciafiamme nei villaggi con capanne di paglia, ma questo faceva parte del gioco. E poi erano ragazzi. Insomma per il suo irrefrenabile spirito giovanilistico che tutto il mondo ci invidia l'Italia non ha da chiedere scusa a nessuno, e infatti non l'ha mai fatto. E dunque non deve chiedere scusa neanche a quella parte dell'Italia che i repubblichini, a fianco dei nazisti invasori, deturparono con eccidi osceni. Anche perché, le torture, i rastrellamenti, i massacri, le complicità con le Ss venivano da un profondo ideale che i «ragazzi» nutrivano, e un ideale, si sa è pur sempre un ideale.
Per capire bene l'ideale dei repubblichini bisogna pensare che essi fecero quelle scelte «credendo di servire ugualmente l'onore della propria patria».
Questo ribilanciamento dell'ideale repubblichino viene dalle alte parole del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il quale, il 14 ottobre 2001, durante una cerimonia sulla resistenza, in un paese vicino a Bologna, pronunciò solennemente le seguenti parole che il protocollo del Quirinale mi fece allora pervenire via fax: «Abbiamo sempre presente, nel nostro operare quotidiano, l'importanza del valore dell'unità d'Italia. Questa unità che sentiamo essenziale per noi, quell'unità che oggi, a mezzo secolo di distanza, dobbiamo pur dirlo, era il sentimento che animò molti dei giovani che allora fecero scelte diverse e che le fecero credendo di servire ugualmente l'onore della propria Patria».
In quell'occasione pubblicai su Le monde un articolo dove dicevo che Ciampi aveva «pronunciato parole improponibili per una Repubblica nata dall'antifascismo». Il Corriere della Sera, dove allora scrivevo si rifiutò di tradurlo. La Stampa che ha un accordo con Le Monde, anche. Mi rivolsi all'Unità. Me lo pubblicò Furio Colombo («L'italia alla deriva», il 21 ottobre 2001). Il giorno seguente l'onorevole Piero Fassino interveniva con un articolo sdegnato nei miei confronti. Come avevo osato contraddire l'alto concetto di Carlo Azeglio Ciampi? Forse che il nostro paese non aveva bisogno di unità e non di ulteriori lacerazioni che tanto male ci avevano fatto nel passato? E poi, ribadiva Fassino, anche quello dei repubblichini era un ideale, seppur sbagliato. Ecco: si trattava di ragazzi che avevano «sbagliato». In buona fede.
Ah, la buona fede! Ma il mondo è pieno di buona fede, lo è sempre stato.
Quando l'inquisizione mandava gli «eretici» sul rogo, lo faceva in buona fede e per la buona fede, quella vera. E quanto ai «ragazzi» delle Ss che commettevano eccidi nel nostro paese, quanto agli addetti ai forni crematori, molti dei quali volontari, non lo facevano forse in buona fede? Il loro, in fondo, non era un ideale? È vero, quell'ideale prevedeva un ripulisti dalla faccia della terra di razze considerate inferiori, soprattutto gli ebrei e voleva la dominazione assoluta della razza ariana (che fra l'altro come sappiamo è un fenotipo inesistente). Ma non si può negare che fosse un ideale.
Io credo che in un'Europa unita come la nostra il governo italiano dovrebbe unire i suoi sforzi a quelli di analoghi equiparatori di altri paesi affinché i loro «militari belligeranti» godano dello stesso statuto di coloro che combatterono per l'altro ideale. Il ministro degli esteri Fini dovrebbe avere la forza di chiedere al Parlamento europeo al suo omologo tedesco e francese il riconoscimento di aver lottato per un ideale ai militi delle Ss, ai membri della Gestapo e ai miliziani di Vichy. Fare questa riabilitazione da soli sembra un autismo insensato in un'Europa dei diritti. Sempre per seguire la logica, le stesse persone dovrebbero riconoscere che anche i piloti di Al Quaeda che si sono infilati nelle torri gemelle erano «ragazzi» che avevano un loro ideale, anche se sbagliato. Così come sempre per un ideale, seppure sbagliato alcuni «ragazzi» palestinesi entrano negli autobus con una cintura di tritolo sotto la giacca. La logica impone che se si parte dalla A si deve arrivare alla lettera Z. Perciò, se si riconosce un ideale, che si abbia il coraggio di andare fino in fondo. In questo modo, probabilmente gli equiparatori riusciranno a stabilire quell'armonia e quella pace la cui assenza lacera oggi sciaguratamente il mondo.
Dunque, del tutto contraddittorie, paiono oggi le lamentazioni di quella sinistra che dopo aver riconosciuto l'uguaglianza degli ideali si vorrebbe fermare lì, rifiutandosi incongruamente di accettare le conseguenze pratiche di tale principio. Se però tali equiparatori avessero dei dubbi nel venire al sodo, allora si leggano Primo Levi, Walter Benjamin, Anna Harent, Habermas e altri storici e filosofi della storia. Cioè, si facciano una cultura, anche minima, anche elementare, siano essi segretari o presidenti, onorevoli o onorevolissimi, sottosegretari o portavoce. Perché si ha l'impressione che la loro formazione sia avvenuta piuttosto sui testi di Oriana Fallaci e Giampaolo Pansa. È tardi, si sa, e l'università versa nelle condizioni che sappiamo.
Ma esistono ancora ottime scuole serali, scuole per anziani che vogliono imparare cosa significa un'affermazione che tocca la storia di una nazione e le sue ferite più profonde.
Antonio Tabucchi