Un'idea sui test
Vittorio Delmoro - 07-01-2006
Stimolata dalla risposta di Letizia Moratti all' articolo di Repubblica del giorno precedente m'è sorta in mente un'idea.
A parte il fatto che alla smentita della ministra fa da contrappunto sulla stessa pagina una lettera di una professoressa intitolata 900 alunni un solo bagno , che da sola dice di più di tanti discorsi e tante statistiche, appare davvero risibile che la Moratti si affanni così tanto a smentire le cifre dell'OCSE con altrettante cifre pro domo sua, quando ha dichiarato fin dall'inizio che la sua riforma serviva appunto per rimediare ai guasti evidenziati proprio dall'OCSE.
Una volta l'OCSE è credibile perché serve allo scopo, un'altra volta non è più credibile perché contraddice lo scopo!
A parte tutto questo, dicevo, la mia attenzione s'è appuntata su quelle percentuali; percentuali di diplomati, di laureati, di stipendi degli insegnanti, di alunni per insegnante, di investimenti sulla scuola... E poi ancora classifiche di merito degli alunni, discipline in cui si eccelle e in cui si declina...
Un mare di cifre... inutili.
Una per tutte? La ministra si fa bella coi risultati dei test INVALSI dello scorso aprile (rendicontati a novembre), ma dimentica (vuole dimenticare) la spada di Damocle che pende su quelle cifre : l'inattendibilità; non solo per il consistente numero di scuole che hanno dichiarato di non aver seguito la procedura, ma soprattutto di quelle che non l'hanno dichiarato ma hanno molto evidentemente aiutato gli alunni nella risoluzione dei test.
Ecco infatti il nocciolo di tutta la questione : i test.
Pare che tutta la politica scolastica internazionale sia basata su questi stramaledetti test, a cominciare dagli accordi di Lisbona; nessuno che si chieda se siano davvero attendibili e cosa in effetti misurino.
Da qui nasce la mia idea : e se li falsificassimo tutti?
Ricordo la mia visita prima del servizio militare, quando mi sottoposero i primi quiz della mia vita; non so come fu, ma quando uscimmo dall'aula, scambiandoci le impressioni, ho scoperto che avevamo tutti quanti adottato la stessa tattica : sbagliarne il più possibile.
E' vero, la nostra era la generazione del ' 68, quella della contestazione giovanile e so già che me lo si imputerà anche in questa occasione, però ho letto che la tattica è stata utilizzata in qualche liceo anche in occasione degli ultimi test INVALSI.
Perché allora non farla diventare una pratica nazionale? Perché non lanciare una campagna per la falsificazione di ogni tipo di test proveniente da istituzioni che poi vogliono utilizzarne i risultati contro di noi?
La domanda infatti è sempre la stessa : le nazioni (le scuole) che risultano più indietro rispetto alle altre ricevono poi maggiori risorse per aumentare il proprio potenziale formativo? O non succede il contrario?
Alla base di queste rilevazioni non sta una giusta idea di uguaglianza e di solidarietà, un progetto di cooperazione per procedere insieme senza troppe sperequazioni; sta invece la riduzione a merce della conoscenza, la privatizzazione dei servizi, compresi quelli educativi, la concorrenza del mercato posta al centro di ogni rapporto.
Perché allora noi educatori, noi portatori di valori del tutto diversi, dovremmo assoggettarci a queste logiche e adeguarci a queste pratiche silenziosamente?
Perché dovremmo accettare di veicolare ai nostri alunni questi test, INVALSI o PISA che siano, considerandoli una specie di parentesi nella nostra quotidianità, un dente da togliersi prima di riprendere con le normali pratiche educative?
Perché addirittura trasformarci in strumenti attivi del mercato che vuole accorpare anche la scuola, allenando i nostri alunni a superare i test mettendoli al centro della nostra didattica?
In un mondo che sta sempre più globalizzando l'economia, la politica, la guerra, ma non i diritti, l'uguaglianza, le opportunità, in un mondo che vuole andare sempre più veloce, incurante di chi resta indietro (vedasi la nostra TAV locale), noi educatori dovremmo riscoprire i valori radicati nella persona che Alex Langer mise al centro della propria breve vita : più lento, più dolce, più profondo .
A questi valori si ispirano i tempi distesi rivendicati dalle maestre del tempo pieno, questi valori ricorrono nell'opposizione allo spezzatino orario offerto dalla Moratti ai genitori, questi valori si intravedono dietro la lotta contro la saturazione delle 18 ore e per una giusta idea di continuità.
Contro questi valori, si pone la personalizzazione morattiana, che mistifica il concetto di persona, traducendolo in individualismo di percorsi, di traguardi, di meriti e demeriti.
E allora rimettiamo in moto la nostra creatività educativa; mettiamo fra i nostri obiettivi didattici anche quello di individuare fra le tre, le quattro, le cinque risposte chiuse dei test (INVALSI, PISA, PIRLS) proprio quella più sbagliata e poi lasciamo ai ragazzi, agli studenti la scelta se mettervi su la loro crocetta (e partecipare quindi al concorso tra chi ne sbaglia di più), oppure fornire credibilità a quei test e segnare la risposta giusta.
Volete vedere che se questa campagna prende un poco piede anche in altri paesi, nessun organismo, nazionale o internazionale, verrà più a romperci con questi stramaledetti test?
Che poi, diciamocelo, non è forse nostro compito educare i nostri alunni al pensiero divergente? Non è forse segno di uguale (se non maggiore) intelligenza individuare la risposta più sbagliata tra cinque in cui una è giusta ma ben quattro sono errate?

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 Alfredo Tifi    - 08-01-2006
Non sono affatto d'accordo a fare di ogni erba un fascio. I test del PISA per i quindicenni sono eccellenti. Leggendoli non mi meraviglio che i nostri allievi italiani falliscano completamente. È vero che è il sistema educativo italiano che li fa fallire. Basato sui contenuti, sulla valutazione penalizzante e sull'illusione, condivisa tra tutti quanti sono coinvolti nel processo formativo: docenti, insegnanti, famiglie, dirigenti, che un certo tipo di sistema formativo produca apprendimenti reali. Insegno ai quindicenni e so qual' è il modello di scuola che essi si aspettano e trovano e in base al quale si comportano.
È di vitale importanza per la scuola una valutazione esterna. Questa deve essere non penalizzante, diagnostica, fatta a distanza di tempo. Nessuno deve temerla, come ora avviene. Non sono graditi i test imposti? bene, allora facciamoceli da soli, scambiamoceli tra colleghi, mettiamoci alla prova tutti e tutti insieme, ma usiamo criteri leali: 1. a distanza di tempo 2. fuori dal contesto.
La maggioranza dei nostri studenti è valutata allo scopo di "mettere voti". Le verifiche rispecchiano quanto memorizzato in procedure ripetitive. Nessuno è mai tenuto a dover scegliere o decider qualcosa (cosa che avviene in tutti i test PISA, basandosi su situazioni reali). I voti si ottengono. Ma senza lalcuna compresione dei concetti di base , senza dover attivare abilità di base di lettura, di problem solving. Nessuno si azzarda mai a tentare di ripetere una verifica non dico l'anno successivo, ma il mese successivo. Perché mai tradire un'accordo implicito che fa comodo a tutti?

Io mediterei prima di buttare tutti i test alle ortiche.