Hanno fatto un deserto e l'hanno chiamato cooperazione
Luigi Piotti - 06-01-2006


È evidente che la rivoluzione italiana, che per quelli a cui
fosse sfuggita è avvenuta negli anni settanta del secolo scorso,
abbia perduto.
Non si potrebbe spiegare altrimenti la situazione attuale della scuola
che fu la culla di quel grande movimento popolare. Non perdura nessun dato acquisito di quegli anni, la carogna dell'antiautoritarismo e del protagonismo sociale affiorata nel sessantotto è riseppellita in profondità sotto le palate dei decreti delegati della scuola ('74) e della legge sull'autonomia scolastica ('99) e ogni rischio di infezione è ormai scongiurato.

Non c'è nessun dopoguerra

Ci troviamo a vivere oggi nella scuola italiana una realtà fittizia, una pacificazione al bromuro, dalla battaglia di Valle Giulia ('68), in cui per la prima volta le forze dell'ordine inviate dal governo a reprimere l'occupazione dell'università romana furono sconfitte degli studenti, siamo stati catapultati nelle mattine uggiose e annoiate di questa nuova realtà chiamata cooperazione.
"Non c'è nessun dopoguerra", la pace la fanno i vincitori e senza sentimenti gentili per gli sconfitti che volevano la loro morte. La cooperazione offerta dalle istituzioni scolastiche grassa di parole come democrazia, comunità scolastica, libertà, responsabilità, componenti studentesche è una presa per il culo dal momento in cui si basa sulla sistematica repressione di ogni soggettivismo studentesco.
Il filosofo francese Jean Baudrillard direbbe, forse con più pacatezza, che questa nuova realtà scolastica è la perfezione dell'assassinio della realtà: non c'è spazio per l'alterità, per la coscienza della diversità ontologica, nella cooperazione scolastica ci si sorride tutti compiaciuti della "paralisi della critica", detta anche morte sociale.
Un insegnante non è differente da uno studente solo per età e reddito, ma perché uno decide e l'altro obbedisce, uno ha la ragione l'altro la pagella, uno è il mondo morto e l'altro il suo potenziale superamento.

Vigili del vuoto

Nell'ottica di questa pacificazione vengono a formarsi le diverse sovrastrutture necessarie al mantenimento del passato e alla repressione del futuro.
Una nuova realtà pretende nuovi paradigmi come quello dell'istituto spacciato per comunità scolastica omogenea e appunto cooperante, ma espressione di un solo potere e di un solo gruppo di potere ben lontano da una gestione sociale e partecipata. Come lo stato nell'analisi marxiana, l'istituto "è un produttore di astrazioni in ragione stessa della finzione unitaria (o del consenso) che deve imporre alla società [...], è la forma in cui gli individui di una classe dominante fanno valere i loro interessi" *.
Gli interessi nello specifico sono dettati dalle necessità estetico-commerciali a cui gli istituti debbono oggi rispondere: per raccogliere il maggior numero di iscritti devono apparire come le migliori ostetriche che possano far nascere i rampolli della città al fantastico mondo del lavoro; così è un vanto offrire un ambiente asettico, ordinato e disciplinato in cui i figli possano pensare solo al felice conseguimento del titolo di studi senza essere distratti da robacce tipo la coscienza politica.
Una nuova realtà pretende una nuova lingua, una neolingua come in "1984" di George Orwell, dalla quale venga espulso ogni riferimento all'alterità, conflitto, eversione, così da creare con la forza del discorso una lineare logica che porti alla pacifica realtà dell'unico, illogica perché senza storia, senza pregnanza semantica.
Araldi di questa neolingua sono i fantascientifici siti di istituto, le sinuose e minatorie "circolari della presidenza" e gli umili, piccoli, innocenti giornalini di istituto che, senza pretese, portando alto il vessillo della pretesa apoliticità, corroborano la grande menzogna della cooperazione.
All'Arnaldo (liceo classico di Brescia), hanno da poco adottato un giornalino d'istituto con tanto di commissione di censura - detta "di garanzia" con ovvia licenza stilistica -: invito tutti a seguire le disavventure della libera espressione in quei lidi, non solo perché Araldo (il neonato giornalino d'istituto) è più stomachevole di molti altri stampati del genere, ma perché lì, al liceo ginnasio Arnaldo, hanno avuto la fortuna di avere un morto recente: scintilla, appena seppellito e la terra è così fresca che basterà poco per scoprire il delitto.
Una nuova realtà pretende nuove forze dell'ordine, ma ci dispiace: quelle sono rimaste le stesse di prima del sessantotto. È così che la bocciatura non ha eguali come strumento di repressione e i docenti restano (per la grande maggioranza) quel "corpo speciale di armati" preposto allo scarto delle realtà esuberanti per garantire solo prodotti monotoni e omologati, ma molto disciplinati e civili. (cfr S. Cortese, scintilla n.2/2005 pag. 6).
Rettifico: finalmente con la riforma Moratti arriveranno i tanto attesi nuovi strumenti di disciplinamento dei corpi e delle menti. Perfetti e senza scampo, perché scientifica manipolazione di cervelli che porterà ad amare la schiavitù che impone proprio come descritto da Aldous Huxley in "Brave new world revisited", sono composti da tutta quella retorica sulla "valorizzazione delle inclinazioni personali" e dalla "periodica autoverifica del portfolio delle competenze". Mi spiego: non riesci in matematica? non farla, non riesci in inglese? non farlo, renditi conto che "non sei portato" e fai altro, non puoi mica capire tutto bello-che-sei.
Questo è evoluzionismo sociale! È un becero sfruttamento del senso di inadeguatezza che questa scuola provoca al fine di eludere le responsabilità di promozione sociale della scuola e giustificare l'esclusione di membri della società dalla vita del paese (cfr. M. Pati, scintilla n.2/2005 pag. 4 e 5).
Ecco la nuova realtà scolastica: una situazione ideologica, scollata dalla coscienza dell'identità ontologica delle realtà che la compongono che sopporta l'esserci delle persone solo in funzione del suo stesso mantenimento, una società a una dimensione che sopporta qualsiasi carnevale a patto della morte di ogni critica verso il proprio spirito**.

Prendere posto e prendere posizione

Eppure il '68, come ogni rivoluzione, non nacque dal niente, sicuramente, assieme alle mille concause che scatenarono quella forza viva di contraddizione, ci fu un manipolo di docenti che seppe riconoscere la vera natura della scuola repubblicana non molto differente da quella fascista che avevano frequentato loro. Persone che intesero la loro professione come un suicidio istituzionale utile nella misura in cui lo studente potesse emanciparsi rendendo infine inutile il professore stesso.
Questi docenti erano idealisti che, seguendo le proprie convinzioni, agivano in contraddizione con l'istituzione in cui lavoravano. Cresciuti nella società autoritaria fascista, attivi nella Resistenza, non erano certo disposti ad asservirsi a un'istituzione che insegnava la disciplina supina piuttosto che la partecipazione critica. La loro doveva essere una scuola sostanzialmente antifascista e non solo formalmente repubblicana, la loro scuola era un continuo esercizio di critica e pratica politica cosciente del mondo che sta fuori dal portone, non indifferente perché serva di nessuno che potesse limitarne il raggio d'azione. Così, pensando nei termini di promozione sociale espressi nell'articolo 3 della Costituzione italiana, la scuola non può essere un ambiente asettico per il felice conseguimento di un titolo, ma il luogo dove ci si appropria della autonomia di giudizio e consapevolezza critica che porta a intendere la cultura in modo responsabile e non estetico, come presa di posizione ***.
La cultura è eversiva per sua stessa natura, è per questo che nelle nostre scuole non se ne trova.


* La filosofia di Marx, E. Balibar, Manifestolibri 1994 p. 67.
** cfr L'uomo a una dimensione, H. Marcuse, Einaudi 1967.
*** Anche La gioia del pensare, vari, Fondazione Calzari Trebeschi.



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