tam tam |  software libero  |
La nostra risposta alla grande domanda
Lidia Merucci e Pancrazio Cipriani - 10-12-2005
E' vero, siamo vivi.
Sopravvissuti all'era del niente ed entrati nell'era dell'incognito informatizzato. IO e Pancrazio abbiamo vissuto la nostra infanzia con qualche anno di differenza l'uno dall'altra, ma sicuramente diversa dall'oggi.
Io Lidia, ricordo le lunghe serate invernali passate vicino al camino in casa di zii a raccontare storie e leggende del passato, a prendere del tè caldo con biscotti presi da grandi scatole di cartone ( che somigliavano quasi ai moderni pacchi famiglia ! ). Rivedo le panche in legno, le mie nonne , i giochi inventati con la mia amica...ne sento ancora l'odore, di quelle serate. Ricordo le merende che mi dava "zia Peppa": era pane bagnato con acqua spolverato di zucchero e a volte un pezzetto di cioccolato, quello portato dalla Svizzera. Mio padre aveva una cinquecento gialla, macchina piccola ma per me tanto grande. Dietro ci stavamo io e i miei fratelli, larghi, si litigava fra noi per sedersi vicino al finestrino, a volte riuscivamo anche ad addormentarci. La bici l'abbiamo avuta quando frequentavo la prima media. Era blu e non sapevamo neanche salirci sopra, non riuscivamo a tenerci in equilibrio.
Io Pancrazio, invece ricordo le mie serate invernali dentro al bar; non certo a giocare a carte perché a noi ragazzi era proibito giocare, anzi ad una certa ora si doveva andare a dormire. Questo però non valeva per me, io potevo restare fino a tardi o anche fino alla chiusura del locale, perchè avevo un compito ben preciso da svolgere. Quando a qualcuno finivano le sigarette mentre stava giocando, non potendo andare a comprarle perché non poteva abbandonare il gioco, mi chiamava e mandava me. In questo consisteva il mio compito: andare a comprare le sigarette al "sale e tabacchi", ( così si chiamava la "bottega" che vendeva il monopolio di stato). Io naturalmente, anche se pioveva o faceva freddo, ero sempre pronto a partire, mi dicevano la qualità e la quantità di sigarette che dovevo comprare, (allora si vendevano anche sfuse e costavano circa 7 o 8 lire l'una), mi davano i soldi e via di corsa. Questo era un servizio che facevo tante volte durante la serata e abbastanza spesso capitava che con il resto mi davano la mancia, così a fine serata riuscivo a guadagnare anche 40 o 50 lire che per un ragazzo dell'epoca era una bella cifra. Cifra questa che non spendevo a comprare giocattoli (non se ne trovavano tanti e era un lusso che pochi potevo permettersi), ma che davo a mia madre che metteva da parte per il giovedì quando mi portava al mercato per comprarmi le scarpe nuove: di quelle ne consumavo veramente tante.
Io Lidia, durante il giorno stavo con altre bambine a giocare su un'aia,senza avere grandi 'cucine' ci attrezzavamo per cucinare. I miei genitori mi responsabilizzavano molto,anche perché ero la prima di tre figli! Venivo chiamata dai miei genitori per rientrare a casa "con l'urlo" ovvero con il mio nome strillato oppure con un fischio. Non avevamo il telefono in casa , in paese ce n'era solo uno in un piccolo negozio. Il televisore era in bianco e nero, guardavo Heidi...e tutto andava bene. Oggi però tutto è diverso. Computer, videogiochi, telefonini....ci tolgono spazi vitali per la famiglia. Eppure sono sempre più diffusi...i telefonini fin dalla più tenera età. Con una telefonata riusciamo a parlare con persone che abitano anche solo a pochi metri da noi, evitando così il contatto umano. Sono convinta che tutto questo porti tutti sempre più verso la solitudine. Mi piacerebbe far vivere ai miei figli una sola serata come le mie vissute...chissà come la prenderebbero!
Io Pancrazio, invece il giorno non avevo molto tempo per giocare perché dovevo aiutare mia madre a fare servizi in casa, oppure in alcuni periodi dell'anno, quando uscivo da scuola, la raggiungevo nei campi. Mi piaceva tantissimo correre in mezzo ai campi a primavera, quando tutto all'improvviso diventava verde e in fiore. Osservavo le gemme degli alberi da frutto che giorno dopo giorno si gonfiavano sempre più e poi esplodevano trasformandolo in un enorme fungo fiorito e profumato e poi ancora dopo qualche giorno vedere i petali cadere giù a modo di nevicata. Ero orgoglioso della mia capacità di saper salire e scendere da alberi anche molto alti, questo mi dava sicurezza e fiducia in me stesso ed era motivo di vanto nei confronti dei miei coetanei. Quando poi si avvicinava la sera e quindi l'ora di tornare a casa (a piedi), allora andavo a cercare i fiori più belli e profumati da portare il giorno dopo alla maestra che li avrebbe messi sulla cattedra in un vaso di vetro. Come si può capire già, i pochi anni che separano la mia infanzia da quella di Lidia, fanno la differenza, perché, per esempio, mia madre non mi doveva responsabilizzare. perché si cresceva in un contesto che ti portava di per sé ad essere responsabile.
Io Lidia, a volte penso di essere diventata grande troppo in fretta, a volte si ha fretta di crescere e,magari qualcuno che ti ascolta esaudisce il tuo desiderio... poi ti accorgi di come il tempo è passato e vorresti fermarlo, riportarlo indietro ma.... Ho gustato le cose dell'infanzia e credo di rendermene conto soltanto adesso, ritrovandole nel profondo me. Io non ritengo che la mia infanzia sia stata un "sopravvivere": è stato un vivere, un momento di crescita che mi ha portato oggi ad essere quella che sono. E' importante crescere accarezzati dai ricordi, soprattutto quelli che fanno sorridere, oppure quelli ancora più belli che riempiono gli occhi di lacrime. L'importante è essere consapevoli e riconoscenti verso chi ci ha guidati e aiutati nella crescita, a volte anche a stento, ma pur sempre con dignità. Vorrei che i miei figli apprezzassero di più le cose che hanno, che riuscissero a guardare dentro alle persone e non solo alle apparenze, ma come fare a farglielo capire? Come può immaginare oggi un bambino un gioco senza giocattoli, fare merenda senza merendine, usare abiti dimessi, ad avere delle serate semplici... Mi piacerebbe insegnare ai miei figli ad essere forti, ad affrontare la vita con coraggio. Spero che il tempo possa darmi ragione.
Io Pancrazio, non spero più nella ragione del tempo e non spero neanche che chi mi circonda mi dia ragione, anzi pensandoci bene non sono interessato affatto che qualcunolo faccia; io sono interessato solo alla ragione delle cose giuste, alla ragione dei fatti giusti. Se le cose e i fatti vanno nel verso giusto senza il mio intervento allora sì che sono soddisfatto; ma questa non è ragione, questa è la consapevolezza di aver seminato e coltivato bene. Il ciclo del lavoro dei campi dura un anno, se va male si può sperare nel prossimo anno; nel ciclo della vita il prossimo anno è rappresentato dai figli ma quella è un'altra vita e a noi non ci riguarda.

discussione chiusa  condividi pdf

 Anna Pizzuti    - 09-12-2005
Un venerdì pomeriggio di qualche settimana fa, dovevo far esercitare gli alunni delle mie classi serali all’uso della piattaforma on line che stiamo preparando per integrare il corso in presenza, con la formazione a distanza.
Cercavo uno stimolo per far scrivere un testo da inviare poi – nella forma di compito – sul sito.
Apro la posta e trovo uno di quei messaggi che spesso ti arrivano da sconosciuti, da catene di cui non sai di far parte. Il titolo: La grande domanda. Questa recuperata sul web è una versione senza le gif colorate ed animate che erano nella mia mail, e che ho riprodotto nell’esercitazione, per divertirli.
Tutti – come era facile supporre dall’argomento – hanno gradito lo stimolo ed hanno risposto ed i loro testi sono sulla nostra piattaforma, raccolti in una “antologia” che la piattaforma consente di creare.
Lidia e Pancrazio si sono presi più tempo, perché – complice la mancanza di un pc per tutti, nella nostra aula di informatica – avevano iniziato a scrivere insieme, ed insieme hanno voluto terminare, costruendo il loro testo a due voci.

L’esperienza della formazione a distanza sta riempiendo di sé questo mio ultimo anno di insegnamento.
Ci sono arrivata per caso. Il preside premeva, visti i problemi di frequenza che crea un corso per adulti, ma io mi rifiutavo di trasferire, su un pc, meccanicamente , documenti e materiali da far riprodurre e studiare a casa. L’avrei considerata, anzi, una sconfitta, questa presenza assenza dei corsisti a scuola.
Mi sono quindi messa a cercare qualcosa, senza nemmeno sapere bene cosa, visto che, fino a quel momento la mia unica esperienza di formazione (o de/formazione) a distanza era stata quella dei corsi Indire. Sono così arrivata, per caso, su una sperimentazione di formazione a distanza condotta da “La Sapienza” di Roma. Un invito a provarci, a misurarsi, rivolto ai docenti di quella università. Con una certa improntitudine ho chiesto se potevo provarci anche io ed il prof. Paolo Renzi, che segue la sperimentazione, mi ha “accolto”.
Ho così scoperto le mille funzioni della piattaforma open source Moodle, la sua flessibilità, gli strumenti di guida, di “accompagnamento” che offre a me che preparo le attività ed ai corsisti che le svolgono.
I corsisti, ovvero la scommessa che ha incuriosito e coinvolto anche il professor Renzi: il punto di incontro tra uno strumento che appare ancora “sofisticato” ed una realtà difficile, frammentata e frammentaria nel rapporto con la conoscenza, diversa e dis/equilibrata nelle motivazioni, che vanno dalla ricerca di un titolo di studio qualsiasi per migliorare o rendere più sicura la posizione lavorativa, alla speranza di potere, con questo titolo di studio, fare qualcosa della propria vita, passando anche attraverso un bisogno tutto personale di riscatto, per non parlare della necessità, in qualche caso, di vera propria fuga in o da se stessi.

Non ho, sulle tematiche generali, sui problemi che pone la formazione a distanza, una preparazione teorica; confesso di non essermene mai interessata.
Quella che sto facendo, è un’esperienza di insegnamento.
La sua validità la misuro dalle occasioni che crea e che non sono solo quelle che consentono di risolvere i problemi di tutti i giorni: l’alunno che si assenta per due mesi, ma non vuole interrompere e il rapporto con la scuola, l’alunna che non può essere presente il giorno di una verifica.

Le occasioni come quella che si sono inventata Lidia e Pancrazio, che hanno usato la rete per scrivere insieme, queste sì, mi interessano. O le discussioni che facciamo - o che fanno i corsisti - su come impostare un lavoro, il modo in cui lo “proviamo” insieme. La soddisfazione di Riccardo che porta in classe giornali antichi, cartoline dalle trincee, foto, che ha collezionato quando lavorava a svuotare cantine di palazzi e che vede i suoi tesori messi a disposizione di tutti su quello che chiamano “il nostro sito”. Per non parlare di come li vedo – o meglio LE vedo, perché la maggioranza è costituita da signore che mai avrebbero pensato di entrare in contatto con un pc - aprirsi ad un mondo, mentre si impadroniscono di uno strumento.

Alcuni, certo, sono diffidenti. L’ho letto nei loro commenti al racconto di Asimov “Chissà come si divertivano” che sono andata a rispolverare proprio per conoscere – indirettamente – le loro sensazioni sull’esperienza che viene proposta. “Voglio imparare con gli insegnanti” hanno scritto, temendo quasi un abbandono, oppure “Ho conosciuto ora le mie compagne di classe, mi piace stare con loro”.

Io stessa a volte mi freno, sentendomi quasi un ragno che vuole intrappolarli in una qualche rete, ma quando apro le mie aule e trovo dei compiti svolti o seguo i percorsi delle loro curiosità nelle attività o nei materiali che metto a disposizione, sento che quel concetto di ri/mediazione, che ho portato con me dall’unico seminario sulla formazione a distanza a cui ho partecipato, sta acquistando, per i miei alunni e per me, una consistenza felice.