Che cosa possiamo fare noi?
Vincenzo Andraous - 30-04-2002
A scuola un’altra volta.
Più classi da incontrare, ma con una sola percezione: c’è una distanza siderale tra l’apprendere nozioni trasmesse dai docenti e l’impatto con il reale intorno. C’è davvero distanza tra i ragazzi in fila per tre, e le problematiche più aspre, che compongono le assenze, i vuoti, i disagi del sociale dilagante.
Sono andato a incontrare i giovani di un istituto superiore, giovani con gli occhi lucidi di chi disconosce, ma intende prendere parte al gioco intenso di questa vita.
Giovani che domani saranno assistenti sociali, studenti dell’ultimo anno, con cui ho parlato e discusso di disagio, trasgressione, devianza, di carcere e di comunità.
Giovani che nel bel mezzo dell’incontro mi hanno chiesto: cosa possiamo fare noi? Sono rimasto colpito da questa domanda, non solo perché a porla erano le future figure di riferimento per studiare tempi e modi di un intervento di prevenzione e di un programma educativo. Sono rimasto sorpreso dalle affermazioni di alcuni genitori, che hanno espresso la liceità e legittimità di questa domanda, a tal punto da appropriarsene essi stessi.
In un contesto così complesso come quello del disagio, non sempre è facile operare, perché dove questo si espande e corrode, quasi niente è legato da un rapporto causa-effetto, quasi mai esiste una spiegazione lineare: infatti, l’uomo, la persona, l’essere, non è un accadimento meccanico.
Mentre alle parole si accompagnavano dati, statistiche, percentuali, mi sono reso conto, di quanto fosse relativo confermare con i numeri, una scelta di politica criminale, lo sbilanciamento tra repressione e prevenzione, tra punizione e rieducazione.
Mi sono reso conto che su un principio universale, non esiste veramente mediazione, cioè la centralità della persona, della sua dignità, della sua responsabilità di esistere e vivere nel rispetto di se stesso e degli altri.
Proprio per questa premessa inscindibile da qualsiasi costrutto intellettuale, ho sentito il peso del mio bagaglio esperienziale, del mio stesso vissuto per quanto inenarrabile per difetto.
La dialettica barocca, figlia di una didattica troppo composta, lascia il campo aperto alle durezze di ciò che ci impaurisce, allora dalle babygang, si corre alla pena di morte, alla richiesta di giustizia, e poco importa, se questa passa da una legge del taglione, che possiede solo la gratificazione del momento.
Mi accorgo che non c’è informazione, non c’è conoscenza, né attenzione sensibile. Non c’è informazione sulla pena né sul carcere, se non quella che regalano i films o i romanzi.
Non c’è conoscenza di un carcere che non migliora l’uomo detenuto.
Non c’è attenzione sensibile che non è un sentimento di pietismo per chi offende, né accompagnamento accudente nei riguardi di chi è offeso.
Si rafforza in me la convinzione dell’importanza di un messaggio mediatico che non sposti l’attenzione da un’altra parte, o peggio induca a deleterie ipnosi collettive.
Prevenzione non è una convinzione astratta ma un’operazione che va condotta senza tentennamenti, significando che essa non è strumento basato esclusivamente sul fattore “forza”, ma sul fattore “consenso”, consenso alle regole del vivere civile.
“Educare alla non superficialità, affinché l’intera società si senta corresponsabile nella prevenzione dei reati”.
Occorre diventare protagonisti attivi di questa vita, a tal punto da assumere in prima persona il ruolo di agente sociale, ciò per tentare di spostare l’asse di coordinamento sociale, basata per lo più su un’accettazione di illegalità diffusa.
E’ in questo sentire, e nella lettura evangelica, e del vivere con la propria umanità, che può esserci il superamento della difficoltà ad accorciare le distanze, e forse perdonare.
Infatti la logica del perdono, può nascere; “non nell’inerzia di acconsentire di scendere sullo stesso piano di chi mi ha fatto del male”, ma deve tradursi anche in istituti giuridici.
Una società “tiene” se riesce a interiorizzare qualcosa, ecco l’importanza del consenso delle regole.
Pasolini ci ha parlato di forza della ragione, di risposte della ragione con le idee e con i sentimenti.
Io nella mia piccolezza, in questa aula gremita di tanti “domani” a consolidare ruoli e competenze, penso che l’eventuale aiuto da affiancare al disagio in cui è piegato l’altro, sta nella mano tesa e aperta di chi nella propria coerenza non desiste mai di credere in una comunità che cambia mentalità, dove tutte le forze e le Istituzioni non possono più fingere di non vedere la svolta di un più ampio processo di mutamento sociale.

Vincenzo Andraous
Carcere di Pavia e
tutor Comunità Casa del Giovane
Aprile 2002

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