Uomini di scuola, dirigenza e cambiamento di sistema
Pasquale Picone - 29-04-2002
Nella tradizione italiana della scuola si è sedimentato un lessico specifico del settore. Tradizione lunga, che, affondando le radici nel substrato della cultura greca del IV e V secolo a. C., trova in Quintiliano uno dei primi grandi teorizzatori di quella trama, sostanzialmente umanistica, di cui deve essere necessariamente intessuta la professionalità del docente, se vuole essere portatore di un messaggio fecondo. Degno di essere ascoltato.
L’ispirazione, non solo teorica ma anche di prassi operativa, e di incarnazione di valori nei propri comportamenti, trova nel corredo linguistico del settore l’espressione “uomo o donna di scuola”. Per indicare quei docenti, e formatori, che realizzano la dimensione dell’umanesimo scolastico, e della paideia, nei diversi vettori nei quali si estrinsecano i comportamenti formativi. I diversi vettori sono le relazioni verso gli allievi innanzitutto. Poi verso i colleghi. Verso il dirigente. Verso il personale scolastico. Verso i genitori, considerati come i fruitori, insieme agli studenti, del servizio scolastico.
Se poi andassimo ad enucleare concettualmente i comportamenti formativi, dovrei qui, ancora una volta, ribadire l’elenco degli atteggiamenti pedagogici ed antipedagogici che ho già avuto modo di illustrare in diversi corsi di formazione e in altre pubblicazioni. Troveremmo che essi consistono nella capacità del docente e del dirigente di sdrammatizzare, anziché drammatizzare. Di ispirarsi in ogni situazione al bicchiere mezzo pieno, anziché mezzo vuoto, cioè all’ottimismo anziché al pessimismo, alla lamentela e alla critica distruttiva. Di interpretare, elaborare, analizzare e comprendere i comportamenti e i processi del setting scolastico, anziché prenderli alla lettera. Nell’accogliere le occasioni e le opportunità come esperienze di miglioramento e di autoformazione continua, anziché come piccole e meschine lotte di potere, racchiuse da un ristretto orizzonte di individualismo autoreferenziale. Nell’accettazione, anzi nella promozione attiva della critica costruttiva intesa come risorsa, anziché nell’atteggiamento, rigido e superato di lesa maestà, tipico dei caporali di giornata, buoni a condurre i processi di tipo sovietico. Nel promuovere la comunicazione aperta, continua e leale, anziché quello di tendere imboscate che, talvolta, trasformano la scuola in una giungla, e via dicendo.
Ora, nella scuola italiana si assiste, da un paio di anni a questa parte, a dei radicali cambiamenti di sistema. Cambiamenti strutturali, innescati, come abbiamo visto in altre puntate di questa rubrica, da leggi già approvate, come quella sull’autonomia scolastica e l’art. 117 della Costituzione. O in via di approvazione, come la legge sulla riforma degli Organi Collegiali. Un altro cambiamento di sistema, in vigore da un paio di anni, è stata la legge sulla dirigenza scolastica, che ha trasformato i vecchi “presidi” in “dirigenti dello Stato”.. Quest’ultimo rappresenta veramente uno snodo strategico a tutti gli effetti nel rinnovamento del sistema scolastico. Perché tutti sanno che un dirigente può fare il bello e il cattivo tempo all’interno di una istituzione. Rappresenta il fattore determinante del clima e della qualità delle relazioni all’interno della trama organizzativa della scuola. E’ del tutto conseguenziale che la qualità delle relazioni e la natura del clima organizzativo dipenderanno in larghissima parte dalla cultura, dall’esperienza e dalla mentalità del dirigente. Se il dirigente è un “uomo di scuola”, che ha plasmato, nel corso della sua formazione, la sua cultura, esperienza e mentalità sui fondamenti dell’umanesimo, della paideia, allora il clima e la qualità delle relazioni nella scuola che dirige saranno autenticamente formativi. In caso contrario prevarranno atteggiamenti antipedagogici e de-formativi nei diversi vettori nei quali si tessono le relazioni. Dove si svolge la vita della Comunità Formativa. I cambiamenti di sistema non sono dati dalle leggi, ma dalla cultura, dalle mentalità e dai comportamenti. Nel corso di formazione per i docenti neo-immesi in ruolo, gestito a livello centrale dall’INDIRE, ex BDP, in forma multimediale, uno dei corsi ha come tema “La relazione e i conflitti” proprio nei diversi vettori delle relazioni. Il Modulo 4, “Dirigente e insegnanti in conflitto: gestire la conflittualità”, è dedicato all’utilità del conflitto. Questa utilità, viene detto, “servirà a vedere come il conflitto, se analizzato (perché c'è, quale origine ha, quali moventi, dinamiche e obiettivi), messo in primo piano e definito nelle sue forme e manifestazioni, possa riprendere un profilo umano e restituire dignità a persone, ruoli (istituzionalità) e regole: anche dirigente e docenti vedranno l'utilità di lavorare in équipe (team) e, la stessa interpretazione della norma, spesso fonte di disaccordo, sarà elevata ai principi” (http://puntoedu.indire.it/corsi_htm/5/html/0105040101.html, pag. 1).
Molto interessante questo concetto che l’interpretazione della norma, qualora ci sia la cultura di utilizzare il conflitto come occasione di apprendimento, può diventare generatrice di principii e di valori, non trovate? Ma se un dirigente utilizza la norma, ad esempio, per negare sostanzialmente ad un docente l’autorizzazione a svolgere attività di formazione di colleghi presso altre scuole, sta esprimendo una cultura da dirigente o una mentalità da caporale di giornata? Già il fatto che un docente, che ne abbia i titoli, per poter svolgere un’attività di formazione in altra scuola, debba richiedere una autorizzazione, puzza di burocrazia sovietica, con buona pace dei sindacati che l’hanno permesso.
Se un dirigente che, per la stessa lettera e spirito della relativa norma, deve promuovere le risorse umane, si mette invece ad avvilirle e a demotivarle, è in grado di promuovere la qualità del servizio che dirige?

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Margherita    - 05-05-2002
Nella mia esperienza pluridecennale di docente ho conosciuto, ed ho ancora, un dirigente che fa del conflitto con e tra il personale (docenti-docenti, docenti- coll. scolastici, docenti- amministrativi, docenti-dirigente-genitori) una delle armi di gestione dell'istituzione. Secondo il vecchio detto "divide et impera". La funzionalità e lo sviluppo della scuola va a farsi benedire: i docenti si sentono progressivamente demotivati, la realizzazione dei progetti trova ostacoli, la fornitura di strumenti (sussidi, ecc.) viene a mancare. Il risultato è lo scadimento del servizio. La soluzione che ho trovato è questa: dopo venti anni di servizio nella stessa scuola, ho chiesto il passagio ad altra scuola. Margherita

 STEFANO STEFANEL    - 05-05-2002
Spero di non essere un "caporale di giornata" e spero anche di saper dirigere la mia scuola meglio di quanto si dice nell'articolo.

Faccio solo notare una cosa: dall'esterno e anche dall'inteno nonsi riesce a distinguere l'azione di un dirigente incaricato rispetto a quella di un dirigente di ruolo. E questo perché il ruolo dirigenziale è stato "inventato" e non costruito e dunque si basa tutto sulla qualità delle persone (anche di quella "manageriale" che ai docenti non piace per nulla).

La sclerosi dirgenziale di molte scuole nasce dalla mancata formazione di presidi e direttori didattici e soprattutto dalla loro mancata selezione (che non vuol dire licenziamento, ma vuol dire non trasformazione in dirigente).

Tutto questo è ben presente a chi lavora nella scuola. Come è ben presente che basta un insegnante (non licenziabile) incapace che tutto un sistema scolastico batte in testa.

Poi le donne e gli uomini fanno la storia e dunque fanno anche la scuola: ma l'aver trasfromato senza selezionare è un peccato di partenza irrimediabile.

STEFANO STEFANEL
Dirigente incaricato
Istituto comprensico di Pagnacco
Udine

 carmen 'ubimaior'    - 05-05-2002
Purtroppo da qualche anno i dirigenti scolastici (certamente non tutti, ma certamente troppi di loro)
si presentano esplicitamente ai docenti come la loro controparte, portando tra il personale della scuola un clima di conflittualità che non giova a nessuno (se non ad accrescere il loro ego malato di mania di potere); soprattutto questo nuoce alla scuola come istituzione e quindi a quell'utenza che questi neonati dirigenti proclamano a gran voce di voler tutelare: è infatti noto che su una barca, se non si rema tutti nella stessa direzione, certamente non si avanza, e si può pure far naufragio davanti ad una difficoltà più consistente. Inoltre, come se non bastasse, applicano alla grande il già citato 'divide et impera', che poteva servire a tener soggetti i popoli dell'Impero romano, ma certo non è la modalità vincente per stimolare né i dipendenti di una moderna azienda né tantomeno i docenti di un'istituzione scolastica. Credo perciò questo aspetto debba senz'altro esser preso in seria considerazione da coloro cui spetta il giudizio sui dirigenti scolastici, che non hanno avuto il compito di dirigere un lager, ma quello (senz'altro più difficile e delicato) di coordinare il lavoro di un'équipe di professionisti incaricati di formare le nuove generazioni.
Carmen 'ubimaior'

 Fiori Antonella    - 26-05-2002
Sono pefettamente d'accordo con l'articolista, ma ritengo che occorrerebbe da una parte semplificare il cumulo di obblighi burocratici che le istituzioni scolastiche ( di conseguenza i dirigenti) devono quotidianamente ottemperare; dall'altra coltivare attraverso iniziative di formazione un bagaglio "umano" di valori e una percezione chiara del fondamentale ruolo educativo del "contesto" scolastico, patrimonio che non è così scontato trovare nemmeno nei dirigenti scolastici.