Per non capire
Marino Bocchi - 28-04-2002
"Un giovane, che è stato espulso dall'università e vive in condizioni di estrema indigenza,suggestionato, per leggerezza e instabilità di concezioni, da alcune strane idee "non concrete" che sono nell'aria, si è improvvisamente risolto a uscire dalla sua brutta situazione. Ha deciso di uccidere una vecchia che presta denaro a usura [...]".
(Da una lettera di Dostoevskij a M. N. Katkov del settembre 1865)

"- Ehi tu, fermo! -
Il contadino si arresta come colpito da una fucilata. Ha già capito che, per lui, la giornata può finire male.
- In ginocchio, chiedi scusa! -
Il contadino ha anche lui il sangue bollente. È facile averlo a vent'anni.
Non ci sta, non vuole starci. Accenna a una reazione. È un attimo: il bruno diciottenne, svelto come un furetto, estrae la pistola e gli esplode alcuni colpi contro, ferendolo in due punti. Non vuole ucciderlo: desidera solo, davanti a tutto il paese, dargli una lezione. Ha ricevuto uno sgarbo, non ha ottenuto quel che chiedeva, pretende di essere risarcito. Il rifiuto è una sfida al suo prestigio. Non può essere tollerato. Tutti devono sapere, tutti devono vedere. Nessuno può fargliela impunemente".

(Giulio Salerno, Fuori margine, Testimonianze di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi, Einaudi, 2001, pag.15)

Nel giugno 1835 un giovane contadino normanno, Pierre Rivière, sgozza una sorella, un fratello e la madre per «liberare» il padre dalle persecuzioni della moglie. Perché?.............
"Perché leggere - o rileggere - Pierre Rivière? Innanzitutto la memoria di Pierre Rivière rappresenta un documento straordinario, narrativamente seduttivo. È una storia appassionante che può essere letta come un racconto, come la trama di un film... e ritrova oggi, ancor piú che trent'anni fa, un significato pienamente e inconsapevolmente eversivo.
Queste pagine sono di un'attualità sconcertante..., mirabili per chiarezza e suggestione, tracciano la parabola di un incubo che la modernità, l'agiatezza, il progresso sociale non sono riusciti a fugare. L'incubo che la natura segreta della nostra stessa identità, la consistenza piú scura della nostra ombra, possa inspiegabilmente riaffacciarsi intatta, come quella dell'uomo di migliaia di anni fa".

(Paolo Crepet, Pierre Rivière fra noi, introduzione a "Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello", a cura di Michel Foucault, Einaudi 2000)

Io non credo che Raskolnikov, o il giovane guappo e Pierre Rivière sapessero il motivo per cui avrebbero ucciso o ferito.
Ne' lo sapeva il liceale di Erfurt nel momento in cui usciva di casa col "volto mascherato di un diciannovenne vestito di nero come un ninja, i guerrieri giapponesi dei videogiochi" (Repubblica, 27 aprile).
Ne' lo sapevano Ismail, Yusef e Anwar quando decisero di sfidare con le loro fionde i fucili israeliani dopo aver discettato in classe sulla rifrazione della luce in un prisma.
A differenza del kamikaze di Erfurt i piccoli kamikaze di Gaza City erano degli studenti modello, noi li chiameremmo i secchioni.
Eppure andarono per uccidere e per essere uccisi.
Nessuno storico, di destra o di sinistra, riuscira' mai a convincermi che tra il bambino palestinese che scaglia la sua fionda contro il carro armato e il ragazzo tedesco che uccide in un liceo della Turingia, sia decisiva la differenza di contesto.
Io credo invece che se un giovane uccide per potere poi uccidersi o essere ucciso, lo faccia per dimostrare di esistere, in Palestina come in Germania, nell'Islam come nell'occidente cristiano.
Io credo che, per non capire, si debba tornare a Raskolnikov o a Pierre Rivière.
E lasciare le comode categorie di analisi di chi vuole spiegare a chi ha bisogno di essere consolato e rassicurato.
A chi ha bisogno di capire.

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