Un problema di speranza
Fuoriregistro - 09-11-2005
Guerra, raccontano a scuola gli insegnanti francesi che raggiungono la città dall'hinterland "embrasé". Paura, immagini che sconvolgono, parole a cui molti non sono abituati qui in Occidente. Coprifuoco si dice e non lo si sopporta. Qualcuno racconta del compagno magrebino discriminato sul lavoro, qualcun altro si interroga sul "perché anche noi", mentre ricorda la scuola materna distrutta. Mai stati tanti giornali aperti sul tavolo delle salles de maîtres. Uno in particolare attira l'attenzione. A parlare è un ragazzo, ed è a loro che gli sguardi si rivolgono, in questi giorni. A loro che, pur non condividendo le violenze, ne comprendono le radici. Ne proponiamo la traduzione

Mustapha S.
Studente a Bobigny (Seine-Saint-Denis)

Come spiegare il malessere che esiste in banlieue a qualcuno che non ci sta e che non può conoscere le condizioni di vita e le difficoltà sociali che incontra la gente laggiù, che si tratti di trovare un impiego, un corso di formazione o anche solo di continuare gli studi superiori?
E' la stessa difficoltà che io sto attualmente sperimentando; ma invece di considerare le ragioni per le quali una parte di giovani è pronta a tutto per disperazione, ecco che le persone reagiscono sostenendo che sono i giovani a non essere pronti per il dialogo, che sono troppo esasperati per essere avvicinati... peccato che a tutto questo bisognava pensarci prima e non lasciare che le nostre periferie arrivassero al degrado che oggi tocchiamo, non lasciare che migliaia di giovani errassero senza un futuro, senza una vera prospettiva per la loro vita; tutto questo ha fatto sì che una minoranza di giovani non si integrasse nell'attuale società, ma, abbandonata al destino dell'arrangiarsi da sola, desse vita ad un commercio parallelo fondato su traffici di ogni genere.
Qualcuno si è domandato perché la cannabis fa tanta presa sui giovani, e non solo quelli degli agglomerati urbani, ma su tutti i giovani francesi?
Perché la nostra gioventù ha perso la speranza. Consuma droghe perché sogna un futuro migliore. Chiede che le venga restituito il diritto e la voglia di fare cose, di dar vita a progetti, di realizzare sogni.
Certo ci sono anche migliaia di giovani capaci, in Seine-Saint-Denis, giovani che hanno voglia di fare un sacco di cose in questo dipartimento, ma come dimenticare tutti quelli che non stanno bene, che non hanno riferimenti? La miseria esiste dappertutto, però non si può lasciare che una situazione del genere si trascini senza dare neppure un soffio di vera speranza.
Ma come può aver luogo una ripresa? E in quali condizioni?

da L'Humanité dell'8 novembre 2005

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 da Peacereporter    - 11-11-2005
La rabbia delle banlieues nasce da una sensazione di esclusione, dice il sociologo François Dubet


La rabbia di sentirsi esclusi - a ragione o a torto - da tutto, di sentirsi francesi ma non accettati dagli altri francesi. E il desiderio di sentirsi padroni nel proprio territorio, in un ghetto dove le regole le comandano loro. Per il sociologo francese François Dubet, che da trent'anni studia le banlieues d'oltralpe, le violenze delle ultime settimane si spiegano così. E la situazione non migliorerà nell'immediato futuro.

Professor Dubet, le violenze delle banlieues si sono estese alle periferie di molte città francesi, la situazione sembra essere sfuggita di mano alle istituzioni. Quanto sono radicati i problemi esplosi nelle ultime settimane?

"Da una trentina d'anni, nelle periferie francesi si sono formate delle grandi città, quartieri nei quali si concentrano tutte le difficoltà sociali: disoccupazione, povertà, immigrazione. A lungo abitati da operai e impiegati, questi quartieri oggi accolgono gli immigrati e i loro figli. I giovani si trovano di fronte un alto tasso di disoccupazione e di abbandoni scolastici, in mancanza di una presenza forte dei servizi sociali. Questi giovani non sono più definiti dalla cultura tradizionale dei genitori, ma dalla loro appartenenza al quartiere, alle sue bande e al suo territorio. Si definiscono come giovani delle banlieues intrappolati in questi quartieri dalle difficoltà economiche, la disoccupazione e il razzismo".

Qual è l'identità dei figli degli immigrati nei quartieri difficili? Si sentono francesi o guardano al loro paese d'origine?

"Si sentono francesi. Più esattamente, si sentono francesi ma credono che la Francia non li consideri per motivi di razzismo e segregazione. Non si definiscono come stranieri, ma come francesi che la Francia non vuole. Vengono rigettati come "classi pericolose", di delinquenti, e finiscono per considerarsi i "proprietari" dei quartieri tagliati fuori dalla società".

Cosa fanno questi giovani per vivere dunque?

"Formano delle bande più o meno legate all'economia legale e impegnate in una sorta di guerra fredda con la polizia e le altre bande. In questo senso, si sono formati dei ghetti urbani. La presenza della polizia è percepita come una provocazione e, ad ogni incidente, possono scatenarsi dei disordini nei quali i giovani attaccano la polizia, distruggono gli edifici pubblici, assaltano gli autobus...questo processo dura da più di vent'anni e si manifesta a scadenze regolari senza che nessuno lo controlli: né i gruppi religiosi, né i gruppi politici".

E' colpa anche dello Stato?

"Ci sono delle responsabilità storiche delle istituzioni, certo. Tuttavia non bisogna credere che questi quartieri siano abbandonati dai servizi sociali e dallo Stato. Si può dire che la Francia stia conoscendo un'evoluzione simile a quella degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, e che le politiche urbane non aiutino certo a frenarla in modo efficace. Oggi, questi disordini sono rinforzati dai propositi provocatori del ministro dell'interno Nicolas Sarkozy, che parla di "pulire le periferie con il karscher" (un apparecchio per pulire i pavimenti, ndr) e che descrive i giovani delle banlieues barbari e selvaggi. Dall'altra parte si crea una solidarietà dei giovani dei ghetti contro la polizia e tutti i simboli dell'ordine sociale".

Esiste un problema di integralismo islamico in questi quartieri, o la possibilità che in futuro l'integralismo metta radici come una speranza per cambiare le cose?

"Si sta sviluppando un islamismo radicale, ma non sta avendo un ruolo nei disordini. Per alcuni, il suo successo deriva dal fatto che offre ai giovani un'illusione di ordine morale. Ma questo movimento resta estremamente minoritario".

Esiste un pregiudizio della polizia contro i giovani immigrati o figli di immigrati? Potrebbe spiegare, o almeno esacerbare, la rabbia dei giovani?

"La polizia può avere dei comportamenti razzisti, ma al di là di questi, simbolizza l'esclusione dei giovani e dunque contro di essa si cristallizza tutta la collera e la violenza dei giovani, che la vedono come uno specchio della società".

Che conseguenze avranno queste violenze sulla società francese?

"Questi disordini indicano che che la struttura sociale e urbana in Francia ha intrapreso una lunga trasformazione. A fianco delle classi medie e dei lavoratori regolari, esiste un altro mondo sociale che mescola un'identità etnica e una di esclusione in un sentimento di rabbia che esplode con questi disordini".

C'è dialogo tra i francesi delle città e queste comunità di periferia? O sono due mondi a parte?

"Sono due mondi sempre più separati, e queste violenze non contribuiranno di certo ad avvicinarli".