Il disagio evolutivo e sociale
Laura Tussi - 04-11-2005
Cenni di osservazione di dinamiche e trasformazioni adolescenziali

DISAGIO EVOLUTIVO


L'adolescente vive una profonda trasformazione che interessa soprattutto le sfere della relazione (con se stesso, la famiglia, la scuola, i coetanei, il gruppo, ecc.), dell'identità (abbandono delle identificazioni infantili), dei valori e dei modelli. L'adolescenza è, per definizione, età della crisi, momento in cui si ricerca un nuovo equilibrio per far fronte alla rottura degli assetti precedenti. Il cammino verso l'identità, infatti, non è privo di ostacoli e, spesso, è accompagnato da difficoltà e disorientamento che vengono vissuti come disagio e, se non superati, danno luogo a disadattamento e devianza. Una profonda conflittualità vive l'adolescente costantemente impegnato a decidersi tra opposte alternative: narcisismo e correlazione, distruttività e creatività, conformismo e individualizzazione, irrazionalità e ragione. Alternative che richiedono tempo e sofferenza per essere risolte. Il disagio adolescenziale, allora, non è da considerarsi come un indicatore da interpretare in senso patologico, ma come un elemento costitutivo dell'età stessa. Per questa ragione si parla innanzitutto di disagio evolutivo. Il ragazzo avverte il carico dei difficili compiti evolutivi che deve affrontare durante il suo naturale processo di transizione verso l'età adulta e, nello stesso tempo, si rende conto di quanto inadeguati siano gli strumenti a sua disposizione per affrontare la complessità e le contraddizioni della vita quotidiana. Come un acrobata l'adolescente vive nell'insicurezza sperimentando situazioni di rischio. Non è difficile elencare una serie di percezioni, emozioni, sentimenti, valutazioni, bisogni e domande che nascondono una sofferenza sommersa, ma non per questo meno autentica e sincera.... Spesso il disagio è nascosto, mimetizzato, è difficile riconoscerlo perché troppo deboli sono i sintomi. In questi casi esso viene gestito dal singolo con una sofferenza tutta 'privata' e silenziosa. Altre volte, invece, il disagio è visibile nella frizione con i sistemi di appartenenza, e viene gestito all'interno della realtà in cui si evidenzia. Quando poi esplode il disagio si manifesta attraverso gesti eclatanti che tante volte finiscono per riempire le cronache dei giornali. In quest'ultimo caso ci troviamo di fronte ad una situazione di grave sofferenza interiore che sfocia inesorabilmente in drammatico comportamento deviante. Aggressività, dominanza, passività, autoesclusione, disimpegno, insubordinazione, rifiuto di ogni limite, insoddisfazione, non sono soltanto sintomi che rivelano un grave malessere di fondo ma essi hanno il valore di un segnale lanciato, magari inconsciamente, dagli adolescenti al mondo degli adulti, una richiesta di aiuto che non può essere disattesa. Sono tanti i ragazzi che hanno paura di crescere e non sanno guardare con serenità al proprio futuro.

DISAGIO SOCIALE

Spesso le varie agenzie educative non solo sono incapaci ad assolvere ai propri compiti, ma addirittura non riescono a comprendere la complessità di questa particolare età. Allora il disagio soggettivo-evolutivo viene amplificandosi dando luogo, in tal modo, ad un disagio sociale. Una la somma di inadempienze, ritardi, tradimenti di cui i giovani sono stati l'oggetto privilegiato negli ultimi anni. La società con le sue agenzie educative, purtroppo, continua a mostrare la propria incapacità nel saper cogliere il vero volto di un disagio così diffuso. Senza un suo ruolo sociale preciso (non è più un bambino, ma non è ancora adulto), continuamente diviso tra una famiglia che delega il proprio compito educativo ad altri e una scuola che spesso è essa stessa causa di disagio, l'adolescente si ritrova da solo e con pochi strumenti ad affrontare ostacoli e difficoltà che, se superati, conducono alla maturità. Tutto ciò in un contesto sociale condizionante e massificante in cui i mass-media impongono falsi modelli vincenti. Il ragazzo che non ce la fa ad essere 'primo' capisce che non gli è riconosciuto il diritto di sbagliare. Sono tanti, purtroppo, i ragazzi che all'interno delle stesse agenzie educative vivono la realtà dell'emarginazione. Sacrificati a contenuti e programmi che poco hanno a che fare con il loro vissuto, tanti adolescenti, svalorizzati e abbandonati a se stessi, consumano male il loro tempo. E' così che le tradizionali agenzie educative incrementano il disagio.

RUOLO DEL GRUPPO E DEL TEMPO LIBERO

La famiglia, la scuola, i gruppi istituzionalizzati, anche quando riescono a cogliere l'esistenza del problema, spesso si mostrano incapaci di gestirlo, anzi in taluni casi lo amplificano con esiti molto negativi. Il tempo libero e l'informalità diventano allora il tempo e lo spazio in cui il disadattamento e la devianza adolescenziale emergono in tutta la loro drammaticità. Il gruppo degli amici del bar o del muretto può trasformarsi in un 'luogo' dove forte è il condizionamento per lo sviluppo della persona. Molti adolescenti ammettono una pressione di gruppo sulla loro persona per cui sono costretti ad adattarsi assumendo atteggiamenti imposti dagli altri. La pressione di gruppo piega i soggetti più fragili accentuandone la consapevolezza della propria debole identità. E' proprio nel gruppo che il disagio assume maggiore visibilità attraverso quei rituali che sono tipici della così diffusa cultura dello 'sballo' e che rappresentano la reazione degli adolescenti al loro disadattamento. Da recenti indagini i giovani che ogni settimana frequentano le discoteche sono circa il 70% della popolazione giovanile. Molti tra di essi consumano ecstasy, la pasticca superstimolante che permette di reggere 6 ore continue di ballo abbattendo ogni fatica fisica e psicologica e ogni freno inibitore. Con l'ecstasy nuovi soggetti sono entrati a far parte del mondo della droga. Sono ragazzi che non si piacciono così come sono e che hanno voglia di trasformarsi. Pensano di non essere adeguati e, quindi, di non essere accettati nel gruppo per cui cercano di modificarsi. Con l'ecstasy in brevissimo tempo hanno la sensazione di avere maggiori capacità, più potenza e più sicurezza. Qualche pasticca in più e arrivano allo sballo. Si tratta di una vera e propria fuga da se stessi e da quegli ambienti 'educativi' che non hanno permesso loro di essere protagonisti. Una fuga con una corsa folle verso il nulla al di là di ogni limite come quelle del sabato sera in automobile in cui tanti adolescenti perdono la vita. Agli educatori è demandato il compito di affrontare il disagio adolescenziale con un atteggiamento di grande apertura mentale necessario non solo per comprendere appieno i travagliati percorsi che accompagnano il cambiamento, ma anche per sperimentare la propria capacità di sapersi mettere all'occorrenza in discussione non arroccandosi dietro posizioni metodologiche apparentemente valide sempre e in ogni ambiente. Purtroppo si riflette poco sul disagio che vivono gli adolescenti e, spesso, gli educatori riescono a coglierlo solo quando i ragazzi mostrano distacco da quanto viene loro proposto in termini educativi. Solo, cioè, quando il ragazzo "non ci sta" l'educatore capisce che il suo progetto educativo non raggiunge i reali bisogni dell'adolescente. Il disagio dell'adolescente diventa, quindi, causa del disagio dell'educatore.
Per quest'ultimo si aprono due strade, due modi diversi di intervenire:
- rifiutarsi di mettersi in crisi e di rivedere la propria proposta educativa,
- ripensare il proprio intervento educativo ristrutturandolo e adeguandolo all'ambiente in cui è chiamato ad operare.

LE DUE VIE

1.
Nel primo caso l'educatore lascia le cose come stanno e avvia un processo di selezione e di distinzione tra soggetti 'normali' e soggetti 'devianti' con conseguente colpevolizzazione ed esclusione di questi ultimi dai processi educativi. L'adolescente subisce, così, una emarginazione che pone le premesse di una possibile devianza. Se l'educatore sceglie questa strada vuol dire che egli interpreta il disagio come un sintomo da riferirsi esclusivamente al singolo e non da collegarsi con l'ambiente ed il sistema educativo. E', in altri termini, un problema che non riguarda tutti. Per questa ragione l'educatore non è disponibile a ripensare la propria azione educativa modificando gli assetti relazionali da lui stabiliti. Si legittimano in tal modo gli interventi speciali per soggetti particolari.

2. Se l'educatore, invece, pensa che il disagio espresso da alcuni soggetti non sia un problema da scaricare esclusivamente sul singolo bensì da interpretare come problema di tutti, come problema del 'sistema ambiente educativo', allora ha scelto una seconda strada, quella, cioè, che lo sollecita ad una rivisitazione del proprio intervento educativo. Il disagio, in tal modo, diventa per gli educatori lo stimolo a forgiarsi strumenti educativi adatti alla reintegrazione 'dell'altro', di colui che viene considerato 'particolare'. Reintegrazione che potrà avvenire solo se si accetta l'idea che non c'è un soggetto da piegare ad un determinato equilibrio, quanto un ambiente fatto di tante persone diverse che devono modificare il loro assetto comunicativo. Un invito, dunque, a ripensarsi. Una sollecitazione a verificare se è proprio la stessa comunità educativa a creare disagio attraverso atteggiamenti rigidi e selettivi che non tengono conto dei tempi e delle ragioni dei più deboli. Il disagio diventa, così, per gli educatori una importante opportunità per incontrare e ascoltare 'l'altro', con i suoi bisogni e le sue aspettative, con i suoi gesti-simbolo e le sue 'parole non dette': un vero esodo verso gli ultimi, una scelta educativa che ribadisce la scelta per i più poveri.

EDUCARE CON CUORE

Educare è un vero atto d'amore, un affare del cuore, un continuo donarsi, un generare alla vita. L'insegnamento del padre del sistema preventivo ha ancora più senso in una società che si occupa poco dei giovani, che non sa offrire loro l'idea del futuro e che, quindi, limita fortemente gli spazi alla speranza. "Vivi oggi e non pensare a domani" sembra essere lo slogan dei tanti giovani 'colpevoli' di essere nati in un tempo in cui tutto si consuma velocemente, dagli oggetti ai sentimenti, dalle esperienze alla propria vita. Ma alla fine ciò che rimane è soltanto solitudine e confusione: solitudine che i giovani tentano di superare inserendosi nel 'branco'; confusione che disorienta il ragazzo e lo fa brancolare nel buio, nel dubbio, nella paura, nella depressione; confusione, ancora, che non gli lascia cogliere la gioia che scaturisce da una vita vissuta all'insegna di valori autentici.

INSEGNARE A VIVERE

Gli adolescenti hanno bisogno soprattutto di stimoli e sostegno per giungere alla definizione di sè. Solo una responsabile azione educativa favorisce nell'adolescente la formazione di una propria coscienza autonoma capace di osteggiare le pressioni della cultura della trasgressione. Una sana autonomia si ottiene, infatti, se il ragazzo viene stimolato a rivestire nella famiglia e nella società un ruolo attivo e responsabile. Se c'è sempre chi, imponendo la propria volontà, decide per lui, non lo si sostiene nel cammino verso la formazione della propria identità. L'adolescente deve essere incentivato nei processi decisionali se si vuole che si lanci nella vita con sicurezza e libertà. Altrimenti avremo persone 'schiacciate', incapaci di decidere e costretti senza alternative a subire ed eseguire la volontà degli altri. E ciò che più è peggio, avremo individui incapaci di elaborare un progetto di sè e di vita sufficientemente autonomo.
Ad atteggiamenti autoritari, che non lasciano spazio al ragionamento e quindi al dialogo, si contrappongono, ma con uguale esito, atteggiamenti di eccessiva comprensione e di 'copertura' che disorientano l'adolescente. Non sono, infatti, casi isolati e sporadici quelli che hanno per protagonisti ragazzi di 'buona famiglia' che, abbandonandosi ad atti vandalici e di teppismo, trovano nei genitori dei difensori che liquidano le loro bravate con l'espressione "sono solo ragazzate". Se è bene che i genitori facciano sentire ai figli affetto e appoggio a prescindere da quello che hanno commesso, non è giustificabile coprirli diventandone in tal modo complici. Probabilmente in essi affiorano profondi sensi di colpa derivanti dalla consapevolezza di non aver seguito abbastanza i figli che, perciò, sono cresciuti senza una guida. I genitori, insomma, ammettono, con tali atteggiamenti, di aver mancato nel ruolo di educatori e, difendendo ingiustamente i propri figli, cercano di assolvere anche se stessi.
Questa società ha bisogno di veri padri e vere madri, di insegnanti motivati e di umili animatori, di educatori, insomma, che con amore e donazione sappiano far capire quanto è più gustosa e più bella una vita costruita sull'amore, sulla giustizia, sulla onestà, sul rispetto reciproco, sulla verità... E quando un ragazzo ha imparato a gustare le cose più belle e dense di valore, non solo distoglierà la sua attenzione dalle cose vuote, ma avrà imparato a dare un senso più vero alla propria esistenza, predisponendosi, nello stesso tempo, all'incontro con la trascendenza.

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