25 aprile
Jole Garuti - 24-04-2002
La celebrazione del 25 aprile risente da sempre del clima politico nazionale. Dopo la seconda guerra mondiale era una questione che riguardava sostanzialmente l’Associazione Nazionale Partigiani, che allora erano ancora tanti, e i partiti della sinistra. I rappresentanti delle Istituzioni partecipavano per dovere, raramente per convinzione. A volte la celebrazione assumeva toni retorici, come era inevitabile dal momento che della Resistenza si parlava solo il 25 aprile e poi, per il resto dell’anno, silenzio. Accadeva anche nelle scuole di ogni ordine e grado, a meno che non ci fosse qualche insegnante così determinato da inventarsi un modo originale per far studiare davvero la Resistenza – e ovviamente il fascismo e l’antifascismo - sotto forma di esercitazioni storiche, di ricerche, di proiezioni di film e documentari, concluse talvolta con viaggi di istruzione in luoghi tristemente famosi. Come Marzabotto, per esempio. Il programma di storia infatti non permetteva di studiare normalmente il Novecento, per il semplice fatto che l’ultimo anno si partiva dal 1815 o, negli istituti tecnici, dal 1848 e si arrivava a mala pena alla prima guerra mondiale. Dopo il 1969, la situazione è ancora peggiorata con la sciagura della scelta delle materie per gli esami di maturità: soltanto coloro che ‘portavano’ storia all’esame, ed erano un’infima minoranza, la studiavano fino alla fine dell’anno, gli altri ovviamente smettevano al mese di aprile, o addirittura molto prima. Questo spiega perché gli studenti italiani non conoscono la storia recente e possono essere abbacinati da qualunque propaganda, a differenza degli studenti di quasi tutti gli altri paesi europei, che l’ultimo anno iniziano lo studio della storia dal 1915 o addirittura dal 1939. Decennale è stata la battaglia dei docenti per riformare i programmi di storia e inserirvi lo studio del Novecento; e ha dell’incredibile il fatto che, quando finalmente con il ministro Berlinguer ci si è riusciti, il clima era decisamente cambiato. Berlusconi era ‘sceso in campo’ e la sinistra era in crisi di trasformazione, una crisi tanto difficile da non riuscire a distinguere tra un passato succube della politica sovietica da criticare e un passato - la resistenza partigiana – di cui essere orgogliosi.
Nel solenne discorso di insediamento alla Presidenza della Camera nel maggio 1996 l’on. Violante, in nome di un suo personale atteggiamento super partes e della pacificazione, che sarebbe divenuta un obiettivo costante del governo di centro sinistra, si era dichiarato rispettoso delle motivazioni che avevano spinto alcuni giovani ad aderire alla Repubblica di Salò. Si scatenò allora nel paese un’ondata di revisionismo volto a presentare la lotta partigiana come una guerra civile, una guerra per bande, anziché una guerra di liberazione dal nazifascismo; le stragi naziste divennero la logica, prevedibile reazione ad attentati dei partigiani, che quindi ne sembravano quasi i responsabili; riemerse alla grande, anche per opera dei media berlusconiani, l’ostilità a tutto ciò che sapeva di comunista (v. Il libro nero del comunismo). E visto che i partigiani erano nella stragrande maggioranza comunisti, per lo meno quelli che erano andati in montagna per convinzione e non solo per paura di essere spediti in un campo di concentramento nazista, l’operazione pseudoculturale sulla Resistenza divenne un utile filone propagandistico per la destra.
La destra exfascista o postfascista (confesso che la differenza fra i due termini mi sembra davvero esigua) ha cominciato al tempo stesso una battaglia sui libri di storia, giudicandoli a seconda di come trattavano l’argomento foibe. E’ significativo che nei decenni precedenti nessun rappresentante del MSI se ne fosse occupato; forse da un lato non osavano, perché lo Stato italiano è strutturalmente antifascista, come recita l’articolo XII delle disposizioni transitorie (ahimé) e finali della Costituzione; d’altro canto avevano la quasi certezza che a scuola non si studiassero il fascismo e l’antifascismo...
Con la riforma Moratti c’è da temere parecchio per quanto riguarda la formazione storica e il senso di cittadinanza dei nostri giovani, ma forse ci aiuterà l’Europa. Giorni fa è accaduta una cosa straordinaria, la visita a Marzabotto del presidente della Repubblica federale tedesca Rau, che ha chiesto perdono ai familiari delle vittime per la strage commessa dalle SS. Lo accompagnava il presidente Ciampi. A Marzabotto c’è un sacrario che raccoglie i resti di parte delle milleottocento vittime della furia nazista, ed è stata creata una Scuola di Pace che Rau ha elogiato affermando - giustamente - che rende Marzabotto un luogo che non divide Italiani e tedeschi. “Nessuno deve dimenticare che ogni generazione deve acuire di nuovo e ininterrottamente lo sguardo per individuare ideologie criminose, piene di disprezzo per la vita umana.” Il coraggio di questo anziano signore, che ha dichiarato di provare “dolore e vergogna” e “orrore” per “gli assassini che indossavano l’uniforme nera” ci fa sperare in una Europa unita e civile.
Altra novità interessante è la ripubblicazione da Einaudi delle Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. Nell’introduzione Gustavo Zagrebelsky polemizza contro la storiografia revisionista che descrive l’identità nazionale come impregnata di ignavia e opportunismo, considerando quindi la Resistenza come una “deviazione” (sic) destinata a spegnersi.
Infine, un aiuto a celebrare la Resistenza l’ha fornito, certo involontariamente, proprio il presidente del Consiglio con le sue illiberali dichiarazioni contro Biagi, Santoro e Luttazzi: grazie a lui, paradossalmente, la memoria della Resistenza è rifiorita spontanea e si sono riannodati i fili.
Quest’anno è perciò facile prevedere che la celebrazione del 25 aprile sarà un evento di massa, come nel 1994. ‘Bella ciao’ è diventata di moda, nel giro di 24 ore l’hanno cantata Michele Santoro a Sciuscià (con il coup de teatre di non pronunciare la parola ‘libertà’), poi il popolo dei girotondi all’Ambra Jovinelli e – leggo, perché ho aderito alla iniziativa dell’OS.TE di non guardare ieri la TV - l’ha canticchiata anche Fiorello. Col risultato che l’ANPI ha protestato, invitando a non “giocare troppo” con Bella ciao, perché se la democrazia è deteriorata, “il regime era un’altra cosa”. E su questo occorre riflettere.

Come evitare allora la retorica e l’uso politico del 25 aprile? Ricordandone ogni giorno il frutto che ha dato vita e regole intelligenti alla nostra democrazia: la Costituzione. Nata dalla Resistenza, essa è un efficace baluardo contro chi vuole subordinare le leggi ai propri interessi e disconosce l’uguaglianza dei diritti e doveri dei cittadini. Ma dobbiamo difenderla più attivamente, conoscerla e farla conoscere, farla amare, adottarla. C’è un sito Internet che si chiama proprio www.adottalacostituzione.it.
E’ anche questo un modo per dare significato e senso concreto alle celebrazioni commemorative del 25 aprile. Tutti insieme, e ognuno per la propria parte, dobbiamo fare in modo che il sacrificio di tanti giovani, che nel 1943 hanno saputo scegliere la parte giusta per cui impegnarsi e le hanno sacrificato la propria giovinezza, continui a essere fonte di democrazia e di libertà per il nostro Paese.
Anche negli anni futuri.



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 Duemila Resistenze    - 27-04-2002
Duemila Resistenze è il nome della manifestazione che si è svolta il 25 aprile 2000 a Felina, in provincia di Reggio Emilia.
Dopo quell'esperienza il gruppo di giovani che ha organizzato l'evento ha deciso di costituirsi in un'associazione, con lo scopo di dare continuità alle idee e forza ai valori che hanno dato vita all'iniziativa del 25 aprile.
L'idea alla base di quell'iniziativa era che la Resistenza non è finita il 25 aprile 1945, ma che in qualche altra forma e in altri luoghi essa esiste ancora...in molti luoghi del mondo e in altre forme...

 Giuseppe Manzoni di Chiosca    - 28-04-2002
Mi sembra proprio che Tu non Ti voglia liberare dagli schemi ideologici e di parte, cioè dalla solita retorica dell' "antifascismo" strumentale: sarebbe invece ora di vedere, finalmente, la guerra civile combattuta in Italia in chiave veramente storica, al di sopra delle parti e al di fuori delle logiche di schieramento, attraverso una seria ricostruzione critica dei fatti.
Cordialmente
Giuseppe Manzoni di Chiosca