Sassolini
Emanuela Cerutti - 13-04-2002
Ci sarà chi porterà il suo sassolino davanti alla Sinagoga di Roma, ma non "nella marcia dell'Israel's day...un altro giorno, prima o dopo, da solo, senza clamore."
Un "sassolino del ricordo" di un unico dolore, di un' unica feroce incapacità a perseguire sentieri di giustizia e di pace.
La prima volta che li ho visti, tutti quei sassi, sulle tombe di cimiteri inondati dal sole, ho avuto un moto di ribellione, come se la freddezza della morte ritornasse acida dentro l'immobilità della pietra.
Poi ne ho osservato la disposizione, in file, o mucchi, o accostamenti casuali, le forme e le dimensioni.
E mi sono soffermata a pensare a codici antichi, a storie che parevano disegnarsi, e che ogni nuovo sasso avrebbe potuto modificare.
Da allora mi capita di raccoglierne, nei luoghi in cui la memoria si fa più viva, e di regalarne al presente, quando più dura e più difficile si fa la lotta per un'esistenza degna di questo nome.


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www.internazionale.it

Secondo il rapporto, pubblicato il 28 febbraio, almeno 67 persone, tra operatori stranieri e locali, e caschi blu delle Nazioni Unite in missione in Sierra Leone, Liberia e Guinea sono sotto inchiesta per aver abusato di minori. Il fenomeno non è nuovo. Molte volte negli ultimi anni l'esigenza di contenere violenze e abusi nei campi di accoglienza ha portato alla pubblicazione di rapporti e inchieste sull'eccessiva vulnerabilità di donne e bambini accolti nei campi.
Nell'agosto del 2000 dopo la scoperta di un caso di pedofilia in un campo profughi in Etiopia, l'organizzazione non governativa francese Terre des Hommes ha adottato un "Codice di condotta delle organizzazioni che si occupano di bambini in paesi stranieri". Nello stesso sito dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite è possibile consultare rapporti e richiami sull'argomento pubblicati in anni passati. Non è servito a molto. Questa volta il dato allarmante riguarda il numero delle testimonianze raccolte, oltre 1.500 nei tre paesi, e il numero delle organizzazzioni e degli operatori coinvolti che è destinato a salire. Le dichiarazioni rese da minori che hanno subito violenze rivelano l'esistenza di un sistema di abusi articolato, con corrispondenze precise tra tipo di violenza e compensi. Le pratiche dei peacekeepers dell'Onu, soprattutto quelli in missione in Sierra Leone, sono descritte nei particolari.
Vicino a un campo i militari Onu avevano ufficializzato il sistema di scambio allestendo una "camera dei piaceri" dove appartarsi con i giovanissimi profughi. Solo quando il fenomeno ha raggiunto livelli inaccettabili la comunità si è ribellata allo strapotere degli uomini della Forza di pace. Attraverso la lettura del rapporto si possono individuare i tratti di un sistema - quello dell'impegno umanitario - che è parzialmente corrotto e malfunzionante. Gli episodi sempre più frequenti di abusi spingono a ripensare e riorganizzare il meccanismo di gestione dei campi profughi. Tutti i casi di violenza sono il risultato di una situazione di potere praticamente assoluto in mano ai responsabili dei campi. I profughi sono soggetti deboli fisicamente e psicologicamente, per questo convinti di non potersi ribellare in caso di corruzione e ricatto sessuale.
Chi amministra le razioni alimentari e gli altri aiuti ha un potere praticamente immenso su persone che scappano da violenze e non possono rivolgersi a nessun'altra autorità indipendente né politica né civile sul territorio. Il controllo sull'operato degli uomini delle ong è, per stessa ammissione dei responsabili, pressocché nullo. Spesso la formazione degli operatori umanitari, soprattutto quelli in loco, è insufficiente e inadatta a controllare e gestire l'impatto emotivo che può avere il lavoro in situazioni umane così estreme e particolari. Gestire un potere in un contesto come quello dei campi di accoglienza può verosimilmente minacciare il sitema personale dei valori e delle reazioni emotive.
Le donne impegnate nel lavoro di assistenza ai profughi sono ancora troppo poche e forse una loro presenza più numerosa servirebbe a contenere il fenomeno degli abusi di tipo fisico. Con la pubblicazione del rapporto il tabù su questa realtà sembra infranto e le reazioni ufficiali di molte ong, concordi o indignate, creano il terreno per una riflessione profonda sull'impegno umanitario. Che deve servire anche a valorizzare il lavoro di quanti da anni impiegano il loro tempo e le loro forze per occuparsi dei rifugiati.
(L.Cardile)


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www.globalgang.org.uk


I bambini del villaggio di Kharistan non hanno mai avuto una vera infanzia: le loro case si trovano sulle montagne dell'ovest afgano: bellissimi posti, ma, come ovunque in questo paese, colpiti dalla siccità e dalla guerra. Poco di tutto: scuole, ospedali, elettricità...
E' difficile dare l'idea di quanto dura sia la situazione: avvolti in strati di panni per proteggersi dal freddo, uomini e donne nascondono la loro magrezza, ma non ci vuol molto per accorgersi che non ci sono animali e che il cibo scarseggia.
La gente ha fame e per mangiare vende ciò che ha.
Gholshah, per esempio.

E' una ragazzina di 12 anni, data in moglie per sfamare il resto della famiglia.
"Mio fratello e le mie sorelle avevano fame, non avevamo scelta, ecco perchè il matrimonio: non dissi nulla a mio padre, perchè mia sorella non si reggeva più dalla fame, eravamo disperati"
Gholshah è stata promessa sposa all'età di 10 anni per 6£; quando ne avrà 14 contrarrà matrimonio ed il padre riceverà altre 120 £.
Nessun bambino afgano ha conosciuto qualcosa di diverso dalla guerra e pochi ricordano un tempo in cui non avessero fame.
Quanto tempo, quanti interventi economici, quanta pace ci vorranno prima che ai bambini sia restituito il diritto all' infanzia?

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www.savethechildren.org.uk/eyetoeye


Mi chiamo Mona, ho 11 anni e sei fratelli, comprese due gemelle di 6 anni, Sara e Isra. Mipiace leggere storie e nuotare nel mare. Adoro il pollo grigliato e la spiaggia di Sidone. Vorrei un giorno diventare medico, come mia sorella maggiore, Amina, ed aprire con lei una clinica in Palestina. Lo spero proprio.
Qui nel campo posti belli non ce ne sono: noi palestinesi in Libano non abbiamo la nostra casa, i nostri giochi, la pace e la libertà. Molti dei nostri nonni , prima di essere rifugiati, vivevano in fattorie e coltivavano frutta e verdura di ogni tipo. Oggi, nel campo, non possiamo coltivare nulla, non abbiamo la terra, dobbiamo comprare in negazio tutto quello che mangiamo.
Di solito andiamo a scuola fino a 16 anni, ma non tutti riescono, molti devono lavorare prima.
I media non danno un quadro realistico di quello che siamo, ci descrivono come delle vittime, ma noi vogliamo imparare e lottare per la nostra patria.






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alma2000.unibo.it

…Nella cintura di Torino un ragazzo di 17 anni che frequenta il liceo scientifico viene ferito con un rasoio da quei giovani che confondono l'onore con il sangue ("Sangue e onore" è la sigla dei naziskin dell'Alto Adige), perché omosessuale…In realtà questo studente liceale … semplicemente in classe difendeva Oscar Wilde e André Gide dalle facili ironie sulla vita sessuale dei due grandi scrittori, e nelle sue prove di italiano proponeva tematiche dove protagonisti erano personaggi femminili.
La professoressa… convoca i genitori invitandoli a far visitare il loro figlio da un medico... Cento anni di psicoanalisi e cinquanta di biologia che hanno spiegato che tutti siamo ad un tempo maschili e femminili con un predominio, talvolta naturale, talvolta culturale, di un genere sull’altro, sono rimasti fuori dalla scuola e dalla cultura di quella sollecita professoressa, la quale a sua insaputa ha creato quel terreno di cultura sul quale i giovani nazi possono intervenire senza suscitare troppo sdegno.
Quindi nella nostra scuola non solo ci sono giovani neppure guardati nella loro crescita emotiva, al punto di non essere in grado di veicolare i gesti nelle parole, per cui diventa quasi inevitabile arrivare alla tragedia dell’Istituto magistrale di Sesto San Giovanni con Roberto in carcere e Monica al cimitero, ma nella nostra scuola c’è anche chi… spaccia per «cultura» i suoi pregiudizi.
Robetta da niente, stereotipi di superficialità, riflesso di opinioni correnti che la cultura non ha corretto, e che però creano quel terreno favorevole dove quattro sprovveduti, che di italiano hanno imparato solo due parole: «Sangue e onore», si mettono a giocare con un rasoio contro un loro compagno che già era stato catalogato dal perbenismo imbecille di studenti e professori come «un po’ diverso», «non del tutto a posto», «certo non uno come noi».
E così la figura del diverso nasce come residuo dell’insufficienza culturale, del luogo comune che consente, a chi non ha identità, di trovarla per contrapposizione. Nasce quel falso «Noi»…che non è il «Noi» della solidarietà, il «Noi» che accomuna i diversi, ma il «Noi» che nasce dalla differenza…
…un’identità costruita a buon prezzo come tutte le identità che nascono per esclusione, e non per quel buon lavoro che si dovrebbe fare a scuola, invitando ciascuno alla ricerca e all’accettazione di sé e dell’altro…
Qui cade la barra tra destra e sinistra, e siccome la differenza è culturale, chi si occupa di cultura come i professori che insegnano nelle scuole non la possono ignorare. Se vogliono essere all’altezza del tempo che vivono, piaccia loro o non piaccia, essi devono spiegare che il «prossimo» sarà sempre meno specchio di noi e sempre più «altro», per cui tutti saremo obbligati a fare i conti con la differenza, come un giorno ormai lontano nel tempo, siamo stati costretti a farli con il territorio e la proprietà.
La diversità sarà il terreno su cui far crescere le decisioni etiche, mentre le leggi del territorio si attorciglieranno come i rami secchi di un albero inaridito.
Fine del legalismo e quindi dell’uomo come l’abbiamo conosciuto sotto il rivestimento della comunità omogenea e protetta, e nascita di quell’uomo più difficile da collocare, perché portatore di differenze sessuali, religiose, etniche, in uno spazio che non è garantito neppure dall’aristotelico «cielo delle stelle fisse», perché anche questo cielo è tramontato per noi…
(U.Galimberti)

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