Per riflettere insieme
Giovanni Ruggiero - 03-04-2002
Il modo migliore per onorare Marco Biagi
pubblicato sull'Osservatorio dell'economia del quotidiano Il Giornale dell'Umbria

Il barbaro e tragico assassinio di Marco Biagi si inserisce nel segno di continuità storica che il terrorismo ha tentato di tracciare da oltre un trentennio in questo Paese. Per sconfiggere tale disegno criminale occorre continuare a coltivare la tolleranza ed il rispetto delle altrui posizioni a cominciare dal riaffermare pacatamente le ragioni dell’una come dell’altra parte.
Anche sui punti più spinosi come quello attuale rappresentato dell’art.18. Da questo Osservatorio economico siamo tornati più volte a scrivere di tale questione. Oggi ci preme, nel ricordo dei tanti che hanno pagato con la vita la difesa delle loro idee, rilanciare una possibile chiave di lettura.
Da sempre, il vivere economico prima di quello sociale si esplica con mutamenti degli equilibri nel campo delle risorse, nel senso di una loro progressiva crescita o in quello di una loro diversa allocazione tra i fattori della produzione. Nei Paesi più sviluppati ciò non si identifica più con la lotta per la sopravvivenza ma si pone come risposta alla questione della ripartizione del “sovrappiù”, quell’accrescimento della ricchezza sopravvissuta alla reintegrazione dei mezzi di produzione impiegati. Nella storia anche più recente del sistema capitalistico, il salario, remunerazione dei possessori della sola forza lavoro, è stato mantenuto ad un livello appena sufficiente ad assicurare la sussistenza e la riproduzione dei lavoratori. Ogni tentativo di rivendicare più dignità e diritti si è scontrato contro il licenziamento arbitrario dell’imprenditore. Dalle lotte sono nate le organizzazioni di tutela economica dei lavoratori che, all’affermarsi di condizioni interne ed internazionali più favorevoli (il sogno kennediano, la distensione krusceviana e l’enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII), partendo dalla limitazione della giornata lavorativa ad otto ore, hanno sviluppato rivendicazioni miranti via via ad ottenere migliori condizioni di lavoro, igieniche e di sicurezza, fino a porre con forza l’attenzione sulla ripartizione più equa del sovrappiù. Il salario ha conteso, così, al profitto parte di quella sopravvenienza rimanente dopo la reintegrazione e la remunerazione dei fattori della produzione, cosicché, da un trentennio la remunerazione del fattore lavoro è sempre meno coincisa con il livello di sussistenza e di riproduzione del lavoro stesso. Questo ha permesso di educare la prole a rompere gli schemi delle caste sociali e ad inserirsi pienamente nella società ai più alti livelli, quei livelli che prima spettavano per cooptazione e che ora uno Stato protagonista della stagione del Welfare, di fronte agli ostacoli posti dalle condizioni iniziali di ineguaglianza sociale ed economica, ha contribuito a rimuovere. La scuola per tutti e di tutti, la cura specialistica gratuita anche a chi non poteva permettersela, la progressività dell’imposizione fiscale, più accentuata sui redditi più alti, furono altri tasselli dell’evoluzione nel cammino di un nuovo modello di democrazia, più avanzato dl precedente.
Occorreva però normativizzare, cioè rendere per tutti duraturi quei diritti acquisiti, strappati dopo un lungo e decennale braccio di ferro con la controparte. Nacque così lo Statuto dei lavoratori, di cui l’art.18 ne rappresenta l’essenza, la chiave interpretativa, caduta la quale l’intero testo rimane un vuoto simulacro alla memoria storica.
Si confermavano, però, gli squilibri dell’economia reale che una politica di deficit spending e di intervento statale a favore delle imprese, condita con svalutazioni ricorrenti, hanno tentato di mascherare e di rimandare sine die. Qualcuno ricorderà le polemiche con cui Craxi e De Michelis, negli anni ‘80 rimproverarono l’ingeneroso atteggiamento degli industriali che con una mano pretendevano, allora come oggi, rimodulazioni nella ripartizione del sovrappiù (scala mobile, controllo più accentuato sulle tutele sanitarie, controllo sugli sprechi e sulla inefficienza dell’amministrazione pubblica) più accentuate di quelle proposte da quei governi, mentre con l’altra ritiravano gli ingenti aiuti pubblici per mantenere la loro competitività. La svendita dell’Alfa Romeo è un esempio per tutti. Ne seguiranno negli anni tanti altri.
Il problema del sovrappiù non è solo un corno della tradizionale disputa tra le parti sociali, è anche un segno della crescita di un sistema e di una intera economia. L’ingresso in Europa e la progressiva affermazione di un sistema di liberalizzazione dei mercati su scala globale hanno riproposto con forza la necessità di uniformare legislazioni e scelte economiche per giungere alla omogeneità dei prodotti e all’unicità del prezzo. In un tale mercato sopravvive solo chi è in grado di mettere in campo più risorse dei suoi “competitors”, in termini di novità dei prodotti e di costi del lavoro sempre più bassi.
Occorre, cioè che il saggio del profitto rimanga costante o si accresca, per permettere la liberazione di risorse agli investimenti tecnologici e al rapido spostamento di mezzi e di produzioni in altri mercati o su altri prodotti. Si sa che la produttività del lavoro (reddito medio prodotto da ogni lavoratore) e l’intensità di capitale (l’entità di capitale con cui ogni lavoratore mediamente opera nel processo di produzione) sono ormai i termini e i dati che più di altri oggi comportano la “Ricchezza delle Nazioni” o la loro “infelicità”. Se l’aumento della produttività crea una ricchezza la cui variazione positiva verrà distribuita equamente tra salario e profitto, l’impresa avrà fatto salva la pace aziendale, ma non sarà in grado di liberare maggiori risorse per incrementare quel coefficiente di capitale in grado di assicurarle la sopravvivenza nella competizione del mercato. Se un certo incremento del coefficiente di capitale deve bilanciarsi necessariamente con un costante saggio di profitto o con un suo incremento, occorre che il salario cresca ad un ritmo minore della crescita della produttività del lavoro. Questo è possibile solo se la libertà d’ingresso sul mercato è accompagnata dalla stessa libertà di espellere il lavoratore quando le condizioni economiche lo ritengono necessario o quando l’imprenditore cambia strategia. Così facendo l’impresa raggiunge più obiettivi: mina la sindacalizzazione, riduce le pretese del salario nella ripartizione del sovrappiù, abbatte rapidamente il costo del lavoro. Tutto quello che è impedito dalla presenza dell’art.18 dello Statuto. Occorre tuttavia poter dare alle nostre imprese un nuovo sistema di relazioni sindacali, ma nel ricordo di Marco Biagi, nel senso espresso dalle sue stesse parole: cioè, “senza negare la specificità del modello sociale europeo, volto a contemperare l’efficienza con la giustizia e la coesione sociale”. E’ questo il modo migliore per onorarlo.

Giovanni Ruggiero

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 Caelli Dario    - 07-04-2002
Esatto. Non va eliminato l'articolo 18, ma riformato togliendo il reintegro automatico, ma ponendo possibilità diverse, disciplinate chiaramente, talora più favorevoli al lavoratore in mobilità. L'indennizzo congruo, la possibilità di reintegro stabilita dal giudice (modello tedesco), efficaci ammortizzatori sociali (Olanda, Francia, Spagna...), e per ultima una mentalità più aperta al cambiamento.
Ma quest'ultima c'è già da parte dei milioni di italiani che non sono dipendenti con rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Le nuove forme di lavoro temporaneo, i liberi professionisti, i coollaboratori esterni ecc... Nello stesso tempo bisogna pensare a delle tuteleper queste figure, quelle che oggi assorbono l'80% della mobilità del mondo del lavoro insieme ad una strutturazione per piccole aziende (sotto i 15 operai) che viene utilizzata per smembrare un'azienda di 150 operai in 10 ragioni sociali.