breve di cronaca
La prof, donna dell'anno
L'Espresso - 26-03-2002
In pieno ciclone-Berlinguer hanno avuto la mano salda. E hanno rispedito al mittente il cosiddetto "Concorsone", che prevedeva aumenti di stipendio ai docenti più meritevoli. Quando è arrivato l'uragano De Mauro hanno vacillato davanti al riordino dei cicli, ma non si sono lasciate intimidire dall'arrivo dei "curricola" al posto dei programmi. Ora, in piena tempesta Moratti, fanno barra al centro. Manifestano al fianco degli studenti a sostegno della scuola pubblica, ma si dicono disposte al dialogo con donna Letizia. E nel caos più totale, tra riforme e controriforme, Stati generali e scioperi altrettanto generali, garantiscono la continuità dell'insegnamento tra un ministro e l'altro. Traghettano i loro ragazzi dall'infanzia all'adolescenza, dribblando con nonchalance i mille ostacoli del loro lavoro quotidiano: l'aumento del carico di lavoro, la scomparsa (e ricomparsa) repentina di anni di scuola, le critiche feroci dei mass media, le aspettative delle famiglie. In una scuola che sembra cambiare pelle ad ogni istante, avanzano con passo fermo. Con un occhio alla classe e uno alla famiglia.

Sono le professoresse. Un esercito di quasi 600 mila signore per lo più di mezza età, che rappresentano oltre i tre quarti del personale della scuola. Con uno stipendio di poco superiore ai due milioni di lire al mese. E una frustrazione che cresce. Come Mimma Laterza, insegnante di lettere nella Scuola media statale di Paterno Lucano. «Ho lavorato con passione per tanti anni. Ora non vedo l'ora di andarmene. Troppa confusione, troppa approssimazione: sono stanca di sentirmi impotente, inascoltata, quasi una missionaria. Ma chi me lo fa fare?». Già, chi glielo fa fare? Cosa spinge queste donne ad affrontare quasi ogni giorno un'orda di adolescenti fuori controllo ai quali, con infinita pazienza, raccontare l'universo che cambia? Dov'è finito quel luogo comune secondo cui questo è un mestiere comodo: dove si lavora poco e si ha tanto tempo libero? «Forse lo è stato in passato, di certo non lo è più. Oggi fare l'insegnante significa lavorare in rete con i colleghi, programmare sempre nuove attività, occuparsi della formazione, aggiornarsi», racconta Vanna Nucciotti, che insegna Fisica ambientale all'Itis Belluzzi di Bologna.

Fatto sta che nella scuola le donne sono sempre di più: la quasi totalità nella scuola materna (oltre il 99 per cento); poco di meno nella scuola elementare (95 per cento); il triplo dei colleghi maschi nella scuola media. E sempre più ce ne saranno, secondo il rapporto ministeriale sulla "Femminilizzazione nel sistema scolastico": «Nell'anno 1984-85, per ogni docente di sesso maschile erano in servizio 2,21 donne, oggi il rapporto donna-uomo è 3,35. Un incremento del 50 per cento circa, che si registra soprattutto nel Mezzogiorno». E siccome ogni anno entrano nel sistema scolastico più donne di quante lo lascino, è lecito aspettarsi per il futuro un ulteriore incremento della femminilizzazione. Naturalmente il panorama cambia se si considerano i dirigenti scolastici (presidi e direttori). Tra elementari e medie, le donne che tengono le redini della scuola rappresentano il 45 per cento del totale. Più si sale, peggio è: nella scuola secondaria ci sono appena 22 donne per cento presidi. Ma anche qui il rapporto tra maschi e femmine è destinato a cambiare.

Guardiamolo da vicino, allora, questo esercito di "prof". Negli anni Settanta hanno scelto una laurea che le avrebbe portate dritte dritte nelle classi: pedagogia, psicologia, lettere, lingue, più raramente scienze politiche o giurisprudenza, quasi mai ingegneria o matematica. Hanno formato la generazione dei trenta-quarantenni di oggi, quelli che occupano i posti chiave della politica, dell'economia, dell'informazione. Ma ora qualcuna comincia a sentirsi inadatta di fronte a ragazzi che parlano un altro linguaggio, che seguono le regole incomprensibili del branco. Sono donne che hanno dovuto imparare in fretta e a spese loro cos'è Internet, la globalizzazione e le biotecnologie. Combattono quotidianamente con miliardi di telefonini sempre accesi, anche durante i compiti in classe. E guardano con un misto di ammirazione e disappunto le nuove generazioni di insegnanti, quelle ragazze fresche di diploma che non spendono una briciola in più del loro tempo sul lavoro, se non è remunerata. Avranno sbagliato qualcosa? «Negli ultimi anni il lavoro degli insegnanti è profondamente mutato. Non sono più impiegati o burocrati del sapere, ma ricercatori, sperimentatori, intellettuali. Ma senza riconoscimento sociale del loro nuovo ruolo», spiega Sofia Toselli, vicepresidente del Cidi, il Centro di iniziativa democratica degli insegnanti. Ora il ministro Moratti ci sta mettendo del suo, proponendo l'abolizione dell'ultimo anno della scuola superiore, la separazione tra i licei e le scuole professionali, l'introduzione della formazione extrascolastica affidata alle famiglie e, dulcis in fundo, il taglio in Finanziaria al cosiddetto "organico funzionale". In pratica si riducono drasticamente le risorse per le attività previste dalla legge sull'autonomia.

E a questo punto tra le prof la confusione è alle stelle. C'è troppo divario tra le aspettative della società e le risorse messe a disposizione dalla politica. Troppa distanza tra l'istruzione di massa propugnata negli anni passati e la cultura della managerialità di donna Letizia. «Fino a oggi, noi insegnanti abbiamo garantito le pari opportunità tra i ragazzi all'interno della scuola», dice Paola Petrillo, prof d'italiano alla media San Paolo di Perugia: «Ora dovremo dire ai genitori quali ragazzi sono adatti per proseguire gli studi, e quali devono andare a lavorare».

Qualcuno le rimprovera di essere resistenti a qualunque tipo di cambiamento. «È vero, dovremmo imparare a essere più elastiche. A patto di porre al centro lo studente. Una vera riforma dovrebbe partire da qui, dai valori che si vogliono trasmettere, senza pregiudiziali partitiche. Ma sembra impossibile», ammette Rosanna Daga, docente di Filosofia al Giulio Cesare di Roma. E sembra impossibile anche capire cosa voglia il nuovo ministro. «Ci sentiamo prese in giro: da una parte ci si dice che siamo il motore della società, dall'altra nessuno prevede investimenti seri, né sulle strutture né sul personale», aggiunge Silvia Scoppini, professoressa di lettere alla Amleto Livi di Milano. «È il caos. E io sono stanca. Rischiamo di tornare a essere semplici esecutori di formule magiche, senza contenuti», dice Giovanna Micciché, che insegna allo Scientifico Pitagora di Rende (Cosenza). È stufa anche Stefania Bussolari, insegnante di Italiano alla media Pestalozzi di Torvaianica (Roma). Una scuola di frontiera in un'area disagiata, dove il livello di scolarizzazione è bassissimo e i temi, quando va bene, sono lunghi venti righe. «Io mi sento una professionista, e invece mi si chiede di essere mamma, baby sitter, assistente sociale».

«Ci dicono che vogliono fare una scuola sul modello americano? Dal canto mio», aggiunge Laura Negro, professoressa di Biologia al liceo scientifico Cattaneo di Torino «sarebbe già tanto se equiparassimo i nostri livelli a quelli europei. E magari anche gli stipendi».

hanno collaborato Chiara Longo Bifano e Davide Vecchi





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 Furini Simonetta    - 06-04-2002
Per forza siamo tutte donne!!! Quale maschietto riuscirebbe a "mantenere" una famiglia con i nostri miseri stipendi!!! O meglio, la manterrebbe alla soglia del livello di povertà!! Così, visto che la maggior parte di noi quarantenni, seguendo i consigli di mamma, abbiamo deciso di formarci una famiglia, viviamo quasi alle "spalle" dei nostri mariti i quali, poveretti, non riescono però a capire il motivo per cui noi passiamo le nostre giornate a scuola, trascuriamo la famiglia ma portiamo sempre a casa il solito"obolo" che, pur cambiando i Ministri, rimane SEMPRE DESOLATAMENTE LO STESSO!!!
Firmato
Una prof che FORSE spera ancora in un cambiamento!!!