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Grande schermo
Fuoriregistro - 19-03-2005
Alla luce del sole

Un film di Roberto Faenza

Da libertaegiustizia.it che invita alla proiezione del 21 marzo alle ore 20 in v. Milazzo 9 al cinema Anteo di Milano , sala 400. Seguirà un dibattito con Umberto Eco, Sandra Bonsanti, Vincenzo Consolo, Roberto Faenza, Roberto Escobar e Leo Sisti, coordinato da David Sassoli

“Imputato, dica alla Corte perché l’avete fatto”.
“Quel prete prendeva i ragazzi dalla strada, ci martellava con la sua parola, ci rompeva le scatole”.
Era un uomo solo, disarmato.
Per fermarlo lo chiamarono padre, perché era un sacerdote.
L’assassino, 28 anni, 13 omicidi alle spalle, teneva in pugno una pistola col silenziatore. Un altro, mentendo, disse: “È una rapina”.
L’uomo disse solo tre parole: “Me lo aspettavo”.
Sorrise, come faceva sempre con tutti.
E fu l’ultimo dei suoi sorrisi.
Chiamato nel 1990 dal vescovo di Palermo a occuparsi della parrocchia di un quartiere alle porte della città, Brancaccio, in meno di due anni riesce a costruire un Centro di accoglienza e coadiuvato da un gruppetto di volontari, giorno dopo giorno raccoglie dalla strada e dalla perdizione decine di piccoli innocenti.
Presto capisce che per incidere in quel tessuto disgregato bisogna fare e dare di più. Significava scontrarsi contro l’inerzia e l’incomprensione della burocrazia locale: per avere una rete fognaria, una scuola, un distretto sanitario, tutte cose che a Brancaccio mancano da sempre.
Inevitabilmente il suo percorso lo porta a entrare in conflitto con gli interessi del potere mafioso, che da decenni domina la vita quotidiana del quartiere.
Sono gli anni delle stragi di Capaci e di via d’Amelio, dove nello spazio di pochi mesi perdono la vita i giudici Falcone e Borsellino insieme a tanti altri.
Proprio gli stessi clan che organizzano le stragi si trovano di fronte quel prete indomabile, quel parroco che insegna ai ragazzi a credere in un mondo diverso, a non sottostare alla sopraffazione.
Lo avvertono: bruciano le case dei suoi collaboratori, incendiano la chiesa; lo minacciano, cercano di fare il vuoto attorno a lui, ma la sua fede non cede alle intimidazioni.
E allora per toglierlo di mezzo non resta che la strada della viltà estrema.
Questa, è la storia di don Giuseppe Puglisi, ricostruita dopo dieci anni di ricerche, testimonianze, confidenze.
Fu assassinato il 15 settembre 1993, il giorno del suo compleanno, perché sottraendo i bambini alla strada, li sottraeva al reclutamento dei boss, che nel rione di Brancaccio, dove era nato, hanno creato da tempo immemorabile un vero e proprio vivaio di manovalanza criminale.
Ma se don Puglisi fu giudicato da Cosa Nostra una fastidiosa presenza della quale liberarsi brutalmente, il suo assassinio fu in realtà l’epilogo di una lunga catena di incomprensioni e silenzi da parte di troppi, persino degli intellettuali “schierati”, abituati a esaltare gli eroi di cartapesta e a dimenticare gli umili che lavorano in silenzio.
Questa storia si potrebbe definire un caso di forzata solitudine.
La solitudine dell’uomo che lotta per i suoi ideali, determinato sino al sacrificio.
“L’uomo che sparava dritto”, lo chiamavano i suoi parrocchiani, tanto alieno al compromesso era il suo credo.
“Non sono un eroe”, diceva di sé, ben sapendo che per la sua attività era stato condannato a morte.
Ai bambini, al tentativo di offrire loro la possibilità di crescere in un mondo migliore, ha dedicato la sua vita don Puglisi, per gli amici e i seguaci soltanto Pino, oggi in cammino verso il processo di beatificazione in quanto martire: citato più volte dal Papa, additato ad esempio da un numero crescente di giovani, credenti e non credenti.
Dal suo insegnamento, emerge una ineguagliabile lezione d’amore per la giustizia e la non violenza, insieme a un forte messaggio pedagogico.
Ma non sono solo questi i motivi che possono spingere un regista a realizzare un film su una materia tanto incandescente.
C’è, in fondo, il desiderio di portare alla platea più vasta possibile e non solo italiana la conoscenza di una vicenda che ci coinvolge tutti. Per un desiderio forse impossibile di risarcimento abbiamo scelto di raccontarla.
Perché raccontare l’impossibile è la forza e insieme la grande sfida del cinema.


E' "The Take", l'ultimo film di Avi Lewis e Naomi Klein, da giovedì nelle sale italiane

"Occupare, resistere, produrre": il No (logo) dell'Argentina

Francesca Caprini da Aprile online

Lui è il giornalista-katerpillar canadese che negli ultimi tre anni ha collezionato qualcosa come cinquecento ore di presenze nelle trasmissioni del suo Paese.
Lei è Naomi Klein. Che non ha bisogno di molte presentazioni, essendo il suo best seller "No Logo" il caso politico-letterario del decennio.
Formano una coppia artisticamente inossidabile - sono anche marito e moglie - e hanno insieme scritto e prodotto il docufilm "The Take", spaccato sulle recenti esperienze di autogestione da parte degli operai di alcune fabbriche argentine, nei nostri cinema da giovedì 18 marzo.
Proprio giovedì - e proprio per promuovere la loro ultima fatica, presentata anche alla 61° Mostra del Cinema di Venezia - Lewis&Klein hanno incontrato la gente di Roma.
"E' spettacolare trovarci qui con voi, oggi". Avi Lewis saluta così la sala gremita della Feltrinelli di Piazza Colonna, dove giunge con lieve ritardo - poco male: ci fanno vedere qualche immagine di The Take in anteprima - e con moglie Naomi, insieme a Domenico Procacci della Fandango, che in Italia distribuisce i film.
Dietro le sue spalle scivola il "Buongiorno, questa è l'Argentina" che è la frase ad effetto con cui inizia il lungometraggio. Seguono scatti desolati di grandi strutture metalliche abbandonate, qualche frammento di vecchi filmini propagandistici di un made in Argentina by Peron. L'abbronzato viso dell'ex presidente Menem intento a giocare a golf si stempera nella fabbrica nuda e vuota che comincia a prendere vita: un ritmico scricchiolare di strutture un po' alla "Dancer in the Dark" ne sancisce la resurrezione e fa da colonna sonora al coraggio operaio.
"The Take", letteralmente la presa, racconta infatti di questo: 2001, sobborghi di Buenos Aires. Trenta lavoratori disperati e disoccupati si organizzano, entrano nella loro fabbrica inattiva, tirano fuori zaini e materassini per passare lì la notte e rifiutano di andarsene. Vogliono riavviare le macchine ferme, alla fine hanno la meglio.
Facciamo in tempo a carpire ancora qualche fotogramma di operai con le fionde in mano, operai col fazzoletto in mano (piangono), operai coi figli in braccio (ridono), quando il sorriso largo di Lewis prende il sopravvento sul maxischermo e l'incontro finalmente ha inizio.
"Qui in Italia abbiamo visto due mondi completamente diversi", dice il regista. "Al Palazzo del Cinema di Venezia, dove la proiezione è cominciata puntuale ed erano tutti seduti. Alla global-beach, la sera, dove la proiezione è iniziata in anticipo e c'erano mille persone sdraiate sulla sabbia. Ed oggi qua. Forse la vera Italia non l'abbiamo ancora vista". Un po' di vera Italia stanno per vederla: si alza dalla sala un signore che racconta di essere un economista, di aver lavorato per anni alla Banca d'Italia e presso Il Fondo Monetario Internazionale, di essere stato licenziato e perseguitato da quest'ultimo e di aver risolto la grave impasse in cui la sua esistenza era incappata, votandosi alla poesia, al sogno, alla pura e bella utopia. Perfetto: è pane per la coppia più militante del mondo - occidentale - d'oggi: "Quello che avviene in Argentina è un miracolo: è l'alternativa concreta alla crisi della democrazia, la lotta spontanea al neoliberismo che in ogni parte del pianeta sta prendendo vita in modi e forme diverse", rispondono entrambi all'unisono. Retorica no-global? Forse, per alcuni. Per altri, musica per le orecchie. Come alcuni devoti di San Precario presenti in sala: "Vi portiamo il saluto del Santo e cogliamo l'occasione per chiedere pubblicamente il ritiro delle denunce per rapina plurima che pendono contro di noi, dopo l'esproprio dei libri di qualche mese fa".
L'appoggio è totale: "Le esperienze italiane di San Precario dimostrano che le idee viaggiano", dice la Klein. "E' successo anche in Francia, dove degli operai si sono riappropriati di una fabbrica di pasta che era fallita", gli fa eco il marito. "Ed è successo in Argentina, con la fabbrica della Zanon di cui raccontiamo nel documentario, rimessa in moto dai lavoratori. Oggi conta oltre 400 persone e la funziona perché ha l'appoggio totale e indistinto di tutta la comunità. Pur essendo in una provincia governata dal centrodestra. Pur dovendo subire le angherie e le intimidazioni mafiose della polizia locale".
"In The Take si dimostra l'assoluta centralità della democrazia, che è l'unica ideologia che questi operai hanno e che è in continua evoluzione: in alcune fabbriche si erano dati uno stipendio uguale per tutti. Poi hanno pensato di dare di più a chi aveva famiglia: sono sempre state decisioni collettive". Delizioso.
Si parla anche della dittatura economica che FMI ha continuato a ricattare l'Argentina ben oltre la fine della dittatura vera e propria. Di Wolfowitz appena insediato alla Banca Mondiale -"Almeno si sono tolti la maschera", sbotta la Klein - della guerra che trova il suo fertile terreno nel neoliberismo selvaggio". Che insieme al marito, ripete instancabile: "Ricordatevi che The Take e No Logo sono prodotti possibili solo perché ci siete voi a sostenerci!". Ok, ci fidiamo. Perché no, in fondo?



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