Verso un codice professionale degli insegnanti
Gilda Firenze - 19-03-2002
Nella giornata di venerdì 15 marzo si è svolto a Firenze il Convegno “ETICA e SCUOLA. Verso un codice professionale degli insegnanti” .
Dopo il saluto del dottor Piero Certosi, vicepresidente e assessore alla Pubblica istruzione della Provincia di Firenze, che patrocinava il Convegno, ha introdotto i lavori il Coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti Alessandro Ameli, che ha sottolineato l’importanza di questo momento di approfondimento e di dibattito, pur non nascondendo la preoccupazione che nell’attuale governo, che ha istituito una Commissione per la stesura di un Codice deontologico, ci possa essere la tentazione di puntare in realtà a un testo di tipo disciplinare che finisca per limitare, anziché garantire, la libertà dei docenti; un pericolo che consiglia la massima vigilanza da parte della Gilda.
Giorgio Ragazzini, coordinatore del Gruppo di lavoro della Gilda che ha redatto una bozza di Codice etico degli insegnanti, nel suo intervento (Etica professionale e problemi aperti nella scuola italiana) ha proposto a titolo esemplificativo tre temi riguardo ai quali è di grande importanza una riflessione sull’etica professionale: la crisi dell’autorità dei docenti, la valutazione degli allievi e il rapporto tra colleghi.
Dopo aver ricordato che la parola “autorità” deriva dal verbo latino “augère”, “far crescere”, si è chiesto: “Che cosa ha da dire su questo l’etica professionale? Innanzitutto ci deve far riflettere che l’esercizio dell’autorità” (sia pure rivisitata alla luce dei mutamenti sociali e culturali) non è qualcosa a cui si può rinunciare per un malinteso antiautoritarismo, ma “una precisa responsabilità che la collettività ci affida; e che quindi tutta la comunità scolastica deve coerentemente sostenere i docenti in questa assunzione di ruolo”.
Quanto alla valutazione degli allievi, Ragazzini ha sostenuto che i docenti, negli ultimi decenni, sono stati indotti da un malinteso garantismo (fomentato anche dalla pedagogia ministeriale) a promuovere anche chi non è in realtà abbastanza preparato. E questo denuncia lo smarrimento di una nozione essenziale: che cioè i docenti sono responsabili prima di tutto nei confronti della collettività, la quale, come si legge nella premessa alla bozza di Codice etico della Gilda, “affida alla scuola il compito di trasmettere alle nuove generazioni il suo patrimonio culturale”. “Nei discorsi e nei documenti sulla scuola – ha proseguito il Coordinatore del gruppo di lavoro – si mette molto l’accento sul singolo individuo e sul suo diritto di trovare la propria strada, ma poco sul fatto che i futuri diplomati dovranno un giorno assumere compiti e responsabilità nel mondo degli adulti”. In realtà le esigenze del singolo non sono in conflitto con quelle della società, perché i cittadini di domani hanno bisogno di una scuola rigorosa, proprio in quanto attenta alla loro formazione culturale.
Infine Ragazzini ha sottolineato che, per diventare autentici professionisti, è necessario che i docenti escano dal loro tradizionale isolamento all’interno delle scuole (soprattutto nelle medie e nelle superiori), per costruire, in analogia con il mondo scientifico, una “comunità professionale” strutturata in modo da favorire l’interscambio delle esperienze. È questo il senso del punto 1.2 della proposta di Codice etico, secondo il quale il docente “mette a disposizione dei colleghi, con spirito di ricerca, le proprie competenze culturali e le proprie esperienze didattiche”.
Nella prima delle due relazioni principali della mattinata, Etica e professionismo nell’insegnamento, Gian Paolo Prandstraller, ordinario di sociologia nell’Università di Bologna e noto studioso delle professioni, ha innanzitutto delineato lo sfondo storico in cui si colloca il tema della “questione docente”; e cioè quella società post-industriale, in cui hanno assunto una crescente importanza i “lavoratori della conoscenza” (knowledge workers secondo la terminologia anglosassone) e la loro conseguente valorizzazione sociale. Il grandioso sviluppo della scienza e della tecnica ha reso il capitale, in un certo senso, dipendente da questi portatori di conoscenze specifiche indispensabili allo sviluppo economico. Ecco perché i “professionisti” vengono tanto meglio retribuiti quanto più la società o il sistema delle imprese è consapevole di aver bisogno di loro. In questo quadro si pone il problema degli insegnanti.
Gli elementi che definiscono una professione sono fondamentalmente tre: l’esistenza di una competenza specifica dedotta da un corpus di sapere teorico, generalmente trasmesso dalle facoltà universitarie; l’autonomia professionale (le professioni “non ricevono ordini”, appunto perché sono le sole depositarie delle conoscenze necessarie per prendere decisioni); l’etica, i cui principi sono raccolti proprio nei codici, che le professioni si sono sempre date e non hanno mai ricevuto dall’alto. E l’etica costituisce per una professione un enorme strumento di legittimazione sociale.
Ma quale tipo di scuola è appropriato per una società post-industriale? Mentre prima la scuola aveva una prevalente funzione di socializzazione (nel senso di indurre negli allievi un adattamento alle norme e alla mentalità esistenti), oggi deve avere come obbiettivo soprattutto la formazione, che include non solo le conoscenze, ma anche capacità di scelta e di orientamento. Questo modifica radicalmente il rapporto tra l’insegnante e l’allievo, che diventa in definitiva un servizio alla persona, come quello fornito da altre professioni qualificate.
E, in analogia con le altre professioni, non c’è motivo per cui prima o poi non si crei anche l’ordine degli insegnanti, anche se c’è chi vorrebbe abolire gli ordini (ma in tal caso ci vorrebbero associazioni professionali altrettanto forti). Da prendere in considerazione, fra le soluzioni per “gestire” l’autonomia e vigilare sul rispetto dell’etica professionale, l’esperienza dei General Councils del Regno Unito, di cui fa parte una maggioranza di eletti dal corpo professionale (in genere i 3/4), affiancata da rappresentanti designati dal Parlamento, dalle Università e da altri enti.
Infine Prandstraller ha toccato brevemente tre altri punti: il rapporto con i colleghi, riguardo al quale è di grande importanza lo sviluppo dell’associazionismo; la valutazione delle scuole; il rapporto attivo con il mondo esterno o, come comunemente si dice, con il “territorio”.
È stata poi la volta di Salvatore Veca, studioso di filosofia morale e Preside della facoltà di scienze politiche dell’Università di Pavia, che è intervenuto sul tema Etica professionale ed etica pubblica, focalizzando l’attenzione su alcuni nodi problematici.
Dopo aver operato una distinzione tra etiche generali (valide per chiunque) ed etiche applicate o settoriali, delle quali fanno parte quelle professionali, Veca ha affermato che diventa tanto più importante darsi un codice etico, quanto maggiore è l’onere che ci si assume nei confronti dei destinatari e della società che dà un mandato a una determinata professione. Ad esempio, in un’epoca che vede l’erosione dell’autorità (un fenomeno molto evidente, oltre che nella scuola, all’interno della famiglia), è importante individuare le ragioni per esercitare, appunto, autorità e autorevolezza. Un’altra funzione è quella di contribuire a creare un’identità di ceto, cioè un insieme di valori in cui riconoscersi come appartenenti a una medesima categoria professionale.
Qual è dunque il rapporto tra etica pubblica ed etica professionale? La prima è costituita da alcuni valori condivisi, all’interno di una comunità, fra persone che divergono in molte altre cose. Ed è ancora condivisa oggi, un’idea di scuola? Perché se non vi è condivisione a livello di sfondo, è difficile condividere un’etica professionale.
Vi è poi, ha proseguito lo studioso, un livello individuale da prendere in considerazione quando si parla di questo tema, quello che entra in gioco nelle frequentazioni ordinarie, nel rapporto con gli altri. Cosa vuol dire qui “etica”? Possiamo definirla come “l’insieme delle risposte giuste che noi diamo al fatto che ci siano altri intorno a noi e nel mondo”. In alcuni rapporti, come quello tra maestro e allievo, c’è un’ulteriore complicazione di cui tener conto: l’asimmetria. Non siamo, cioè, in una relazione tra pari. E tra le illusioni patetiche della cultura antiautoritaria c’è stata appunto quella di cancellare l’asimmetria: il padre che diventa amico del figlio, l’insegnante amico dell’allievo. Ma c’è asimmetria anche tra medico e paziente e in genere tra il professionista e le persone che a lui si affidano.
Va in ogni modo considerato il carattere complesso delle nostre “risposte”. Ci più “strati” nell’etica. Prendendo in esame, in questa occasione primi due, Veca li ha definiti “etica del rispetto” e “etica della sensibilità di risposta all’altro”. La prima si esprime nel linguaggio dei diritti e regola in modo impersonale il mio rapporto con chiunque, in quanto persona, senza discriminazioni di alcun genere (religione, condizione sociale, sesso, opinioni politiche e via dicendo); il secondo strato è invece di carattere personale e si concretizza nell’attenzione all’altro, alle sue esigenze in quanto è quella persona particolare, fino alla capacità di “catturare le sue domande inespresse”.
Non avendo potuto essere presente, la sottosegretaria On. Valentina Aprea ha incaricato di rappresentarla il professor Carlo Cerofolini, docente di chimica nelle scuole medie superiori e membro della Commissione ministeriale sul Codice deontologico, che si è riunita tre volte. Quest’ultima non ha certo il compito – ha sostenuto Cerofolini – di preparare una clava per colpire gli insegnanti, ma di elaborare delle linee, delle proposte da sottoporre ai docenti. Ovviamente chi mancasse in modo molto grave ai propri doveri ne dovrà rispondere; d’altra parte esistono già leggi a cui fare riferimento, oltre, naturalmente, ai principi indicati dalla Costituzione italiana, per esempio nell’articolo 28.
Nel pomeriggio si è svolta la prevista tavola rotonda dal titolo Proposte e motivazioni di un codice etico-deontologico degli insegnanti, presieduta da Sergio Casprini, coordinatore provinciale della Gilda di Firenze.
Carla Xodo, docente di Pedagogia all’Università di Padova, oltre che membro della medesima Commissione ministeriale, ha affermato che la questione dell’etica professionale emerge spontaneamente e ha un particolare rilievo per un lavoro che consiste nell’educare e nell’istruire. L’insegnante è chiamato non soltanto a un comportamento etico, ma anche – e questo accresce la sua responsabilità – a promuoverlo nell’allievo. È quindi necessaria un’attenta considerazione sia dei cambiamenti che delle permanenze nel suo ruolo, quale si è venuto modificando negli ultimi decenni.
La questione docente in Italia è complessa, basti pensare che stiamo dibattendo ancora sulla formazione iniziale (uno degli elementi essenziali per definire una professione). Quella dell’insegnante, inoltre, non è mai stata una libera professione, e si è anzi venuta sviluppando in modo prevalentemente esecutivo. La stessa idea di libertà di insegnamento è stata vissuta più in modo difensivo che creativo. Le nuove esigenze poste alla scuola – flessibilità, progettualità, autovalutazione – spingono in direzione di una “ricostruzione” della figura professionale del docente e, insieme ad essa, a un recupero della dimensione etica, in cui si intreccino vecchie e imprescindibili ragioni accanto alle nuove, legate ai cambiamenti che riguardano l’istruzione.
Il Coordinatore nazionale del sindacato Unicobas, Stefano D’Errico, il cui intervento si è aggiunto a quelli previsti da tempo, si è detto nettamente favorevole all’istituzione dell’ordine professionale come strumento di riscatto degli insegnanti e ha contestato la stessa ragion d’essere della Commissione ministeriale che sta lavorando sulla deontologia professionale.
Ha poi preso la parola Omer Bonezzi, presidente dell’associazione professionale Proteo Faresapere (area Cgil), che da molto tempo si occupa di deontologia professionale e su questo tema ha promosso numerosi convegni. Bonezzi si è detto favorevole a un codice, ma non alla costituzione di un ordine professionale. L’esperienza delle altre professioni, innanzitutto, non pare molto incoraggiante, a cominciare dai rapporti verso terzi: i medici sono attualmente impegnati in contenziosi per 5000 miliardi di lire, i giornalisti per 8.000. Nell’attuale contingenza politica, poi, la richiesta dell’ordine è un grave errore, perché apre le porte alla privatizzazione ulteriore dell’istruzione e del rapporto di lavoro, con la possibile precarizzazione dei docenti. È invece opportuno rifarsi al modello del Consiglio Superiore della Magistratura, recuperando quei poteri che via via sono stati sottratti al vecchio Consiglio Nazionale della Pubblica istruzione; il quale, pur non essendo particolarmente forte, aveva comunque competenze importanti in ordine al reclutamento (preparazione degli elenchi degli esaminatori da sorteggiare in occasione dei concorsi), ai ricorsi per i trasferimenti, e altro ancora. Nel progetto di riforma si chiamerà Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione e dovrebbe essergli attribuito – secondo il Presidente di Proteo – il compito di redigere un Codice deontologico, in quanto organismo universale, cioè eletto da tutti i docenti, un po’ come il British Council.
A rappresentare la Gilda su questo tema era stata invitata Rosa Bonalumi della Gilda di Bergamo, che ha partecipato all’elaborazione dell’ipotesi di Codice etico su incarico della Direzione Nazionale. Rifacendosi alla storia della Gilda, nata proprio per rivendicare il carattere essenzialmente professionistico dell’insegnamento, ha sottolineato la necessità di una maggiore consapevolezza, all’interno dell’Associazione, riguardo all’etica professionale in generale e alla funzione di un codice etico in particolare. Si tratta ora di decidere, di prendere una posizione chiara in merito; altrimenti anche un convegno interessante come questo serve a poco. Discutere e approvare un codice valido per i propri associati, renderlo noto come assunzione di responsabilità in proprio, come presa di posizione contro la pretesa di calare dall’alto un testo o quanto meno di pilotare un’accettazione da parte degli insegnanti costituirebbe un gesto politico molto importante. Con questo non si risolve tutto, ma sarebbe sbagliato, una volta chiuso il Convegno, tornare a un atteggiamento difensivo.
Durante il dibattito più di un intervento ha ribadito una valutazione radicalmente negativa in merito all’istituzione della Commissione ministeriale sul Codice deontologico: indipendentemente da quello che emergerà, si tratta di un fondamentale errore di metodo, dato che a nessuna professione sono state dettate e nemmeno suggerite le norme a cui si dovrebbe ispirare il suo esercizio. E più di un docente ne ha chiesto lo scioglimento o le dimissioni ai suoi membri come unico esito possibile. Tanto che il professor Cerofolini ha voluto ribadire la sua assicurazione che non ci sono intenzioni autoritarie all’origine di questa iniziativa.
Il Convegno di Firenze si è chiuso addirittura oltre l’orario previsto, con un bilancio molto interessante sia sul piano della riflessione che su quello delle indicazioni politiche.


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