Nota a margine
Emanuela Cerutti - 26-02-2005
Il prossimo 18 marzo, venerdì, in Italia, sciopereranno per l’intera giornata i lavoratori della scuola, dell’università, della ricerca e dell’Enea, dell’alta formazione artistica e musicale. Lo stesso giorno sciopereranno tutti i lavoratori pubblici.
Al centro delle rivendicazioni la richiesta dell’immediata apertura delle trattative contrattuali, la lotta alla precarizzazione, la difesa degli organici, il giudizio pesantemente negativo contro i provvedimenti del Ministro Moratti e del Governo.


Il prossimo 19 marzo, sabato, a Bruxelles, avrà luogo una grande giornata di lotta, in occasione del secondo anniversario della guerra all'Iraq e alla vigilia del vertice europeo sulle politiche sociali... Crescono le perplessità e le mobilitazioni contro la bozza di direttiva europea sulla liberalizzazione dei servizi, attualmente al vaglio di più commissioni del Parlamento Europeo e che dovrebbe essere discussa in aula entro giugno.

Lo scorso 2 febbraio, martedì, a Roma, in un clima decisamente cambiato si è svolto l’annunciato incontro tra la delegazione di parte pubblica (MAE – MIUR) e la delegazione di parte sindacale (FLC Cgil, Cisl Scuola, UIL Scuola e SNALS). L’inversione di tendenza, registrata in occasione dell’incontro informale del 22 dicembre u.s. con il nuovo capo dell’Ufficio IV, almeno dai risultati raggiunti sembra essere confermata con la sottoscrizione di un protocollo d’intesa sulle relazioni sindacali e sui tempi di attuazione delle stesse relativo a quel ventaglio di argomenti che, nei mesi passati, era stato oggetto di scontro e di rottura tra le parti.

Ad allargare la rottura aveva contribuito certamente il famoso (per gli addetti al lavoro estero) Articolo 1 quater della legge 257/2000: una leggina omnibus, stile caravanserraglio, in cui tra disposizioni in materia di imposte sui mutui, termini per imprese danneggiate dagli eventi alluvionali del 1994, disciplina tributaria concernente taluni fondi immobiliari, ed un'Autorizzazione al commissario straordinario dell'associazione italiana della Croce Rossa, si nascondeva un messaggio per il Personale in servizio all'estero presso talune istituzioni scolastiche:

- 1. Il personale docente e il personale ausiliario, tecnico e amministrativo (ATA) di ruolo in servizio all'estero alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto presso le istituzioni scolastiche diverse dalle scuole europee e presso i lettorati di italiano, in servizio all'11 dicembre 1996, beneficiario della fase transitoria di cui all'articolo 9, comma 3, del contratto collettivo nazionale di lavoro per il personale delle scuole italiane all'estero del 14 settembre 2001, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 281 del 3 dicembre 2001, che non abbia superato i dodici anni di servizio entro il 31 agosto 2005 nelle sopracitate istituzioni puo', a domanda, completare senza soluzione di continuita' il periodo massimo di quindici anni di servizio all’estero. -

E si nascondeva bene, se tra la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del 19 ottobre e le prime doverose dichiarazioni pubbliche dei sindacati dovevano passare quasi 2 mesi. Il piccolo comma apre in realtà la pesante e farraginosa porta del comparto estero, nel quale regole e controregole sembrano rispondere unicamente a logiche di interesse più individuale che collettivo.

Ma tant'è, la serratura è scattata e chi vuole può dare un'occhiata. Quello che non vorrei io è che si ripetesse lo stesso giochino per un altro evento, molto più interessante dal punto di vista dei principi che muovono a manifestare fuori e dentro il territorio metropolitano.

Mi riferisco al Disegno di legge di riforma della 153/71, legge che per ora si occupa di iniziative scolastiche, di assistenza scolastica e di formazione e perfezionamento professionali da attuare all'estero a favore dei lavoratori italiani e loro congiunti.

In tale bozza di riforma, pubblicata sul sito Uil il 12 dicembre 2004, si prevede che il personale docente impegnato nei Corsi di lingua e cultura italiana (generalmente integrati od inseriti nella realtà scolastica o territoriale locale) venga assunto in loco con contratto di diritto privato dagli enti gestori delle attività linguistico-culturali e formative sulla base della normativa locale. Il personale docente di ruolo verrà gradualmente destinato, nell’arco di un triennio ed a partire dall’anno scolastico successivo all’entrata in vigore della legge rivisitata, alle Istituzioni scolastiche (propriamente patrie) ed ai lettorati italiani all’estero (riassorbimento comunque non fluido, visto anche l'avvicinarsi dei nuovi reclutamenti...)

Venti di privatizzazione, si diceva un tempo, che non vanno bene a prescindere dai paralleli. La stessa Uil riporta un comunicato unitario in cui viene ribadita l'importanza del mantenimento e potenziamento dell’intervento statale per la diffusione della lingua e cultura italiana volte all’utenza italiana e straniera, all’interno di un processo di integrazione multilinguistica e multiculturale, mediante l’utilizzo di personale della scuola di ruolo, altamente qualificato e dotato di strumenti professionali idonei alle funzioni richieste all’estero, al fine di garantire adeguati standards di qualità del servizio e favorire proficui rapporti di collaborazione e cooperazione con le Autorità scolastiche locali delle varie realtà estere.

Pochi giorni prima, a Roma, si era riunita la IV Commissione Tematica Scuola e cultura, del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, organismo Mae impegnato in attento esame della riforma di cui sopra; tanto attento e specifico che i Sindacati non erano stati accolti, nonostante esplicita richiesta. Lo sono stati in successiva occasione? Lo saranno? Quale attenzione si dimostra a questo settore di scuola italiana che dovrebbe rappresentare un ponte tra istituzioni e culture e troppo spesso rimane un'isola più abbandonata che felice?

Se Galli Della Loggia, ragionando dalle pagine del Corriere sulla recente notizia della bocciatura dell'italiano da parte dell'Unione Europea, doveva ammettere che paghiamo anche errori nostri e citava la svogliataggine, la pigrizia burocratica, la cronica mancanza di stanziamenti agli enti che da decenni interpretano il loro ruolo (come l'Istituto Italiano di Parigi con il quale collabora), mi chiedo quale risposta darebbe oggi il prof. Franco Cambi dell’Università di Firenze, alla domanda che nel luglio 2003 poneva ai docenti in partenza: qual è il progetto scolastico (cultural-formativo) che sta alla base della Scuola italiana?


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Giuseppe Aragno    - 26-02-2005
Nota alla nota

Sabato 19 Febbraio 2005

Nelle riunioni della Ue la nostra lingua sarà esclusa.
Italiani, salviamo l’italiano


di Raffaele Simone

Ormai è sicuro. L’italiano è stato cancellato l’altro giorno dalla lista delle lingue utilizzabili nelle conferenze-stampa dei commissari europei, ad eccezione di quelle del mercoledì, unico giorno in cui è assicurata la traduzione delle lingue di lavoro dell’Unione europea (inglese, francese, tedesco e, fino a ieri, per l’appunto la nostra). Sembrerebbe solo una notizia curiosa, invece è un fatto grave, anche perché la decisione è stata presa (dicono i giornali) al più alto livello: dalla portavoce del presidente dell’Unione, il portoghese José Maria Barroso. In pratica, nelle conferenze stampa, i partecipanti (giornalisti e commissari dell’Ue) non potranno più parlare in italiano, ma dovranno ripiegare su una delle altre lingue ammesse, ossia parlare in una lingua straniera.
Che differenza fa? Chi come me partecipa spesso a congressi scientifici sa bene che la differenza c’è, ed è molto pesante. Quando si deve sostenere una tesi, magari in modo polemico e argomentato, o rispondere a una domanda pericolosa, o difendersi da un’osservazione maliziosa, non c’è nulla di meglio della propria lingua, nella quale si abita e in cui ci si muove senza sforzo. Nei congressi scientifici, dove (piaccia o no) si parla quasi universalmente inglese, i nativi di questa lingua vengono a trovarsi così con un immenso e ingiusto vantaggio comparativo su tutti gli altri: le loro relazioni sono le più ascoltate, le loro argomentazioni le meglio riuscite, le loro discussioni le più brillanti. Quando si tratta di scegliere una linea alternativa a un’altra (una tipica attività della politica), è chiaro che le posizioni espresse nella propria lingua madre vengono formulate meglio e hanno maggiore possibilità di imporsi.
C’è però anche un risvolto politico, ed è molto malinconico. La decisione di Bruxelles significa che l’italiano (la sua cultura, il suo patrimonio, la sua immagine) perde peso in Europa, e che la stessa cosa capita al Paese. I nostri politici, rispondendo alla notizia di ieri, si sono stracciati le vesti denunciando la discriminazione, l’apartheid e altre consimili birbonate. Credo che farebbero meglio a cambiare registro: questa bocciatura dell’italiano non è il frutto della malignità di Barroso, ma della loro indolenza, cioè dell’inesistenza di qualunque politica linguistica italiana, in Italia e fuori.
Chi lancia strali farebbe bene a coprirsi il capo di cenere, come segnalo da tempo su questo giornale. Le lingue non sono il passatempo di letterati noiosi, ma beni culturali e più ancora oggetti politici (ancor più della mozzarella di bufala e dell’uva da tavola). Togliere a un popolo la lingua (come fu fatto nell’Unione Sovietica nei confronti delle popolazioni non-russe) significa impedirgli di esprimersi, di ricordare, di discutere, di elaborare idee nuove. Al contrario, riconoscere ad una lingua il diritto di esser usata nella pienezza delle sue funzioni significa permettere a chi la parla di presentare e difendere le proprie idee. Questi concetti elementari non sono mai sembrati rilevanti ai nostri politici, che sembrano poco sensibili alla dimensione simbolica della loro attività.
Del resto, in ciò somigliano molto agli italiani, che (come ho già notato su queste colonne) sono incredibilmente poco “leali” verso la loro lingua, cioè pronti a rinunciare a dir le cose in italiano per ricorrere (chissà perché) a frammenti raccogliticci di altre lingue. Basta confrontare, per esempio, il gergo informatico francese o spagnolo (interamente adattato in quelle lingue) con quello italiano (penosamente scimmiottato sull’inglese) per cogliere l’enorme differenza. La mia può sembrare una rivendicazione da purista, ma non lo è: è al contrario la diagnosi di una grave fragilità culturale collettiva, di cui oggi paghiamo una nuova rata. Perfino Romano Prodi, quand’era presidente dell’Ue, fu accusato più e più volte di aver rinunciato a parlare italiano (come le regole comunitarie gli avrebbero permesso) per ricorrere al suo inglese, non proprio fluidissimo.
Nel 1764 Voltaire scriveva che l’italiano, «per via delle sue immortali opere del Rinascimento, era in condizione di dominare in Europa», cioè di diventare lingua internazionale dei paesi colti del continente. Oggi, per l’imbelle noncuranza di un intero ceto politico, corre invece il rischio di diventare una lingua da marca di confine.


Dal Messaggero

 Pierangelo    - 26-02-2005
da Repubblica del 26.2.2005

BONSAI

ITALIANO


Forse ce la facciamo. Forse riusciamo a far tornare l´italiano nella Champions League delle lingue. Anche se il nostro premier non ha messo questa issue al top dei cahiers des doléances che il pool dei nostri sherpa sta preparando per l´executive meeting del prossimo weekend, il pressing della task force nazionale lascia sperare in un exploit.
Certo, c´è un certo thrilling, un po´ di suspense. Si cerca - ça va sans dire - un escamotage che porti step by step, senza choc, a un gentlemen´s agreement. D´altra parte, in un think-tank davvero à la page non si può monitorare un press office senza uno speaker italiano, e lo stesso entourage del leader lo ha avvertito, all´ultimo brainstorming, che se non supera questo gap rischia di finire in un cul de sac: lo spettro di una performarce bipartisan che dia vita a un filibustering è tutt´altro che una boutade da cabaret. Per fortuna abbiamo dalla nostra parte tutta la jet-society che sponsorizza il made in Italy e il business management che adora il look davvero cool del nostro design hi-tech. Così abbiamo molte chances che si vada a un embrassons nous. Allora, in onore di mister Dante, si potrà dare un party, o un cocktail, o un dinner (anche al buffet, magari privé).

SEBASTIANO MESSINA