Marconi appena attraversavi il portone si sentiva il profumo della limatura di ferro. Ogni lunedì si facevano le otto ore, a mezzogiorno divoravamo l'enorme panino che mamma aveva preparato imbottito di mortadella e provolone piccante, mamma lo incartava in tantissimi fazzoletti di carta, chissà perché. Di professori e di professoresse ce n'erano buoni e canaglie, un po' come ora. C'erano quelli che per noi erano come persone di famiglia e quelli che senza particolare motivo ci incutevano terrore. Ce n'erano anche di quelli che perdevano tempo in classe senza fare nulla. Ma quelli che stimavamo di più erano quelli che in classe ti facevano lavorare sodo e non si risparmiavano loro per primi. I ragazzi erano di modi rustici, lo sono anche ora, tutti figli di operai perché i figli dei dottori, i figli di papà, frequentavano ben altre scuole. Un po' rozzi sì, ma gente in gamba! E il piacere di stare insieme era tanto e ci siamo trovati che eravamo diventati amici davvero mentre giocavamo a "sguincio" contro la lavagna al cambio dell'ora. Per questi motivi quando sono rientrato al Marconi ed ho sentito lo stesso profumo ed il primo ragazzo mi ha chiamato "Professore" ho provato una forte emozione e commozione e negli occhi di quel ragazzo ho rivisto gli occhi miei e di tutti i compagni di un tempo ormai volato via, compagni che ora saranno sposati e avranno i figli e pure se qualcuno di loro ora è laureato, speriamo che continuino a mandare anche i loro figli al Marconi. "/>
Quando andavo io al Marconi...
Pierangelo Indolfi - 22-02-2005
Aqquanne scéve ji o’ Marcone
aqquanne trasive jind o’ portone
Se séndéve u addore de la limature de firre.
Au lunédì se facévene uétt’ore,
a mezzadì nge strafecuavame u cugne c’aveve fatte mamme
chine chine de mortadelle e provolone sckuante
che nge méttéve atturne atturne nu sacche è mizze
de fazzuétte de carte, sacce percé.
Le professure e le p’ssoresse
stévene kidde bbuene e kidde strunze, com’a mo’.
Kidde che jevene come frate e sore pé nnù
e kidde che te facévene tremuà a bbune a bbune.
Stévene pure kidde che in glasse pérdévene u tjimbe
e non facévene nudde.
Ma le megghie jévene kidde che in glasse te facévene fadegà
e se facévene jint o mazz llore pe’ prime.
Le uagnune jévene cozzale com’a mo’,
tutte figghjie d’operaie percé le figghjie de le dotture,
le figghjie de mammine, scévene all’aldre scole.
Cozzale, però insiste!
E u prisce a stà ‘nzime jéve assa’
e nge sime acchiate c’avévame divéntate amisce adavére
sckuanne a sguinge ‘mbacc a la lavagne o’ cange de l’ore.
Pdénne quanne so’ trasute arréte jind o’ Marcone
e so’ sendute u stésse addore e u prime uagnone m’ha chiamate “Proféssore!”
me so’ sckandate e me so’ sckuagghjiate
e jind all’écchie de kudde uagnone so’ viste l’ecchie mi’
e de tutte le kembagne du tjimbe che se n’è sciute, che mo’ s’hanne sp’sate, ténene le figghjie e pure cè qualchédune
mo’ jé dottore, magare a Criste ce mannene pure le figghie lore o’ Marcone.
Quando ero io uno studente del Marconi
appena attraversavi il portone
si sentiva il profumo della limatura di ferro.
Ogni lunedì si facevano le otto ore,
a mezzogiorno divoravamo l'enorme panino che mamma aveva preparato
imbottito di mortadella e provolone piccante,
mamma lo incartava in tantissimi
fazzoletti di carta, chissà perché.
Di professori e di professoresse
ce n'erano buoni e canaglie, un po' come ora.
C'erano quelli che per noi erano come persone di famiglia
e quelli che senza particolare motivo ci incutevano terrore.
Ce n'erano anche di quelli che perdevano tempo in classe
senza fare nulla.
Ma quelli che stimavamo di più erano quelli che in classe ti facevano
lavorare sodo e non si risparmiavano loro per primi.
I ragazzi erano di modi rustici, lo sono anche ora,
tutti figli di operai perché i figli dei dottori,
i figli di papà, frequentavano ben altre scuole.
Un po' rozzi sì, ma gente in gamba!
E il piacere di stare insieme era tanto
e ci siamo trovati che eravamo diventati amici davvero
mentre giocavamo a "sguincio" contro la lavagna al cambio dell'ora.
Per questi motivi quando sono rientrato al Marconi
ed ho sentito lo stesso profumo ed il primo ragazzo
mi ha chiamato "Professore"
ho provato una forte emozione e commozione
e negli occhi di quel ragazzo ho rivisto gli occhi miei
e di tutti i compagni di un tempo ormai volato via,
compagni che ora saranno sposati e avranno i figli e
pure se qualcuno di loro ora è laureato, speriamo che
continuino a mandare anche i loro figli al Marconi.

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Solo un termine ha bisogno di definizione:
"Sguinge" (tradotto in Bari Nuova come sguincio): gioco fra ragazzi, salto sulle spalle di un amico sull'altro e così gli altri finché non si cade tutti. Ci giocavamo veramente al cambio dell'ora. Sotto andavano quelli robusti, naturalmente.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 ilaria ricciotti    - 24-02-2005
Queste emozioni e sensazioni che in molti abbiamo provato,
oggi più che mai ogni giorno viene minacciato.
La scuola sta cambiando il suo vestito,
che prima era nuovo, oggi è ingiallito .
Quello studente ora divenuto professore,
anche se con fatica, sta ancora insegnando con amore.
Molti prof. tuttavia sono delusi, stanchi e amareggiati,
di un modello scolastico che li vede defraudati,
del loro ruolo importante per la società,
e per i cittadini che anche la scuola dovrà formar.