A Don Giussani
Gianni Mereghetti - 22-02-2005
In questo momento di grande dolore, in cui ci si trova più direttamente davanti al mistero della vita, mi piace ricordare don Giussani con la gratitudine di chi oggi lo riconosce più profondamente padre. Padre, perchè in forza del suo amore appassionato a Cristo mi ha generato alla vita.
E’ per questo che nel dolore per la sua morte sento vere le parole con cui Milosz conclude il Miguel Manara: “Adesso sono in mezzo ai vivi come il ramo nudo il cui secco rumore fa paura al vento della sera. Ma il mio cuore è gioioso come il nido che ricorda e come la terra che spera sotto la neve. perché so che tutto è dove deve essere e va dove deve andare: al luogo assegnato da una sapienza che (il Cielo ne sia lodato!) non è la nostra.”
Dolore e gioia sono così miracolosamente uniti, per quello cui don Giussani ci ha educati, a riconoscere che il fatto cristiano risponde pienamente all’umano. E’ per questo che il dolore è sì profondo, ma non genera smarrimento, perché le lacrime di cui è intriso sono asciugate dalla tenerezza infinita di Cristo.

22 febbraio

Una lacrima nel buio della notte,
come quella di Maria
ai piedi della croce,
una lacrima nel solco del mondo
e impetuosa sgorga
la vittoria di suo Figlio.

Nel tempo
il suo amore appassionato,
totale l’offerta della vita
e lo sguardo di Cristo
fino agli estremi confini della terra.


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 Anna Di Gennaro Melchiorri    - 23-02-2005
Dal Giornale del 23.02.2005

Questo è l’articolo che non avrei mai voluto scrivere. Capita di dover buttar giù con le lacrime e non con l’inchiostro, alla rinfusa, le parole e i pensieri: quando muore un padre. Non lacrime per te, carissimo don Gius, che oggi sei nella felicità totale, accanto a quell’Amico e Padre e Creatore che ci hai fatto conoscere e ci hai insegnato ad amare, con forza virile e appassionata: a noi, migliaia di naufraghi di una generazione sola e confusa o disperata. Non per te che hai terminato la tua corsa così come l’hai vissuta, quando per noi interpretavi Leopardi e la VII di Beethoven, con il cuore in fiamme, gridando al mondo che il senso della vita e di tutte le cose è Lui, Gesù, Dio fatto uomo. Non per te che oggi sei stato accolto e abbracciato nel Mondo nuovo e definitivo dalla "ragazza di Nazaret", la Regina umile e materna che veglia su ciascuno di noi (come ci incanta la sua tenerezza che ci hai fatto scoprire).

Ma lacrime per me, per noi, per il nostro tempo. Alla fine è sempre su di sé che si piange. Guardo i volti dei miei figli e penso che non sarebbero mai esistiti senza di te, senza la storia di amicizia che da te è nata e a un certo punto ha raccolto e salvato anche me e la ragazza che sarebbe diventata mia moglie, come tante altre barchette che nella giovinezza vagavano alla deriva. C’è un intero popolo, specie della mia generazione, che oggi guardando i propri figli pensa questo. E pensa che non potranno più incontrare e ascoltare quell’uomo coraggioso e appassionato, figlio della Brianza cattolica, che ha reso ardente la nostra giovinezza.

Ha acceso i cuori, ha illuminato le strade cupe di una gioventù incenerita dall’ideologia e divorata dalle sabbie del Nulla, ha fatto fiorire il cuore e l’intelligenza, ha fatto irrompere nelle nostre esistenze la bellezza di Gesù Cristo, proprio come nel quadro di Caravaggio che tanto Giussani amava, "La vocazione di Matteo", dove Gesù, insieme a un raggio di sole, irrompe nella buia vita di Matteo e lo chiama per nome e lui – stupito di sentirsi guardato e amato – si chiede col gesto della mano: "io? Hai chiamato proprio me?" (lui che sapeva di non meritarlo, che conduceva una vita squallida).

E’ quella la prima volta che un uomo dice veramente "io". Non si può dimenticare quel giorno. Io avevo diciotto anni quando incontrai due dei "suoi", Andrea e Dado. Straordinari, affascinante la loro umanità, contagiosa la loro passione per la vita, per tutto ciò che è umano. Il giorno dopo c’era un tronco di quercia abbattuto su cui si poteva star seduti, una strada di campo, tigli in fiore davanti a me e il vento caldo che soffiava carezzando l’erba alta. Passai il pomeriggio a leggere avidamente quelle pagine. Era così entusiasmante scoprire lì la personalità umana di Gesù.

Non so quante volte ho riletto quelle parole di Giussani che Lo descrivevano nei fatti del Vangelo: "una presenza straordinaria", "il dominatore della natura" (addirittura Gesù comanda alla tempesta e alla morte), "Egli ci conosce e ci comprende", "il Signore della parola" ("di fronte a Lui tutti gli avversari erano impotenti"), "il Pastore buono" ("la gente potente, capace di scandagliare la nostra psiche, la gente che ci parla dalle cattedre, è così difficilmente buona! Lui invece… ‘Prese un bimbo e se lo pose sulle ginocchia’… Dio è buono perché ci salva"),.

Nessuno mai me l’aveva fatto conoscere e incontrare così. Mi sembrava di aver sempre desiderato di incontrare uno così ed essergli amico. Un antico padre – Dionigi l’Areopagita - si chiedeva: "chi potrà mai parlare dell’amore all’uomo proprio di Cristo, traboccante di pace?". Il mio tempo ha avuto questa immensa fortuna, di avere uomini toccati dalla grazia nei cui volti, nel cui accento, nella cui umanità ci si accorge della presenza vera e potente di Gesù, per noi qui e ora. Penso, insieme con don Giussani, alla straordinaria persona di Giovanni Paolo II, penso a Madre Teresa. Dei giganti. Vere icone di Cristo, di un’umanità redenta, libera, vera.

Mi dicevano degli amici che nei giorni scorsi, come tutte le comunità di CL, anche i ciellini di Napoli si sono trovati a pregare insieme per don Giussani. L’hanno fatto nella cappella di San Gennaro e pare che alla fine il sacerdote si sia accorto, con qualche meraviglia, che il sangue del santo si era liquefatto. Non conosco i particolari. In ogni caso la speciale predilezione di Dio per quest’uomo, per questo sacerdote lombardo, era evidente. E non è un caso che la sua morte sia avvenuta nel giorno in cui la Chiesa celebra "La Cattedra di Pietro".

Negli anni Settanta in cui la Chiesa era terribilmente sballottata dalla tempesta, dalla contestazione, dall’autodemolizione (come diceva Paolo VI), don Giussani ha portato migliaia di giovani, prima ostili o lontani, ad amare appassionatamente la Chiesa, in tutti i suoi aspetti, anche i più umani e poveri, a testimoniare la sua bellezza e specialmente ad amare e seguire il Vicario di Cristo in terra. Del resto, il Papa della mia generazione, Giovanni Paolo II, non è possibile non amarlo e ammirarlo anche personalmente (perfino il mondo è colpito dalla sua grandezza umana).

Oggi centinaia di quei ragazzi, un tempo lontani, che attraverso don Giussani hanno scoperto una fede impetuosa e l’hanno testimoniata in anni difficili nella scuole, nelle università, si sono sparsi nel mondo, dalle bidonville brasiliane, alle steppe della Siberia, dai grattacieli di New York alle terre insanguinate del centroafrica dove hanno fondato ospedali, missioni, scuole, dove spesso rischiano la vita per far conoscere Cristo "fino agli estremi confini della terra". In queste ore tutti – lo so – ricordano con le lacrime agli occhi le ultime vigorose parole di Giussani che incitavano i cristiani a non vergognarsi mai di Cristo.

E’ commovente per me anche un ricordo personale: quando l’ho sentito per l’ultima volta. Era il 20 novembre del 2002. Era sera, stavo nello studio di Excalibur con Giancarlo Giojelli e Pietro Piccinini. E’ suonato il telefono: non me l’aspettavo, mi passarono don Giussani. Io da alcuni giorni ero entrato nell’occhio del ciclone, da tutte le parti – sui giornali - mi arrivavano colpi per aver "osato" parlare della Madonna (e della fede di milioni di persone) in un programma di informazione di prima serata.

Dall’altro capo del telefono quella sera sentii la sua voce familiare, fioca com’era da anni, affaticata, ma sempre piena di passione, di forza e autenticità: "Sono con te" mi disse "ti sono vicino. Hai tutta la mia stima e la mia simpatia". Poi aggiunse: "Sii certo di quello che dici perché è tutto vero…è tutto vero". Qui la sua voce fu sopraffatta dalla commozione. Il giorno dopo mi fece arrivare le altre parole che avrebbe voluto dirmi: "il problema non è se Dio esiste o no, ma se Dio si è fatto uomo o no. E la Madonna è la strada…".

Dicevo delle lacrime. Sono lacrime per una generazione, quella dei nostri figli, nei prossimi anni, che – penso fra me – non potrà più incontrare un testimone così. Ma Cristo resta. "Credo che non potrei più vivere se non lo sentissi più parlare". Quante volte Giussani ci ha ripetuto queste parole di Charles Moeller su Gesù. Anche questa morte è per la vita, per chi ha seguito e amato don Giussani. Se non c’è più un padre, ci saranno migliaia di figli pronti a dire ciò che hanno visto, udito, toccato con mano. A testimoniare che la vita ha un senso, anche quella che ritiene di essere insignificante: è grande e preziosa. Un giorno del 1940, nelle sofferenze della guerra e di una terribile malattia della figlia, Emmanuel Mounier scriveva nel suo Diario: "E’ molto bello essere cristiani per la forza e la gioia che l’essere cristiani dà al cuore, la trasfigurazione dell’amore, dell’amicizia, delle ore, della morte".

Sì, anche per sorella morte sale la lode a Dio.

Antonio Socci



 Pierangelo    - 24-02-2005
Riporto da Repubblica del 24.2.2005

IL CASO
Oggi i funerali al Duomo di Milano, ci sarà anche Berlusconi. In migliaia alla camera ardente


Don Giussani senza miracoli

È morto un uomo storico, hegelianamente storico, uno dei protagonisti di un passaggio importante della storia del nostro Paese, ma non è morto il cappellano d´Italia, il padre spirituale di tutti noi.
In Italia c´è l´abitudine di distogliere lo sguardo dagli occhi della morte. Sempre, davanti a un morto, si parla d´altro, mai di lui. Nel caso di don Giussani, la morte ha transustanziato la realtà viva.
E così da finissimo politico combattente, da ispirato pastore d´anime, da coltissimo organizzatore di potere, da reclutatore di talenti, don Giussani è diventato un candidato alla santità, il nuovo patrono che, a destra e a sinistra, laici e religiosi, fedeli e infedeli, deformano nell´ultimo doveroso saluto. Ma don Giussani, profondo e sincero, pedagogo e amorevole, era e rimane il leader di una minoranza antimoderna.
E, se fosse davvero severo e misericordioso, generoso e giusto, come lo immaginava lui, Dio, dopo averlo accolto in Paradiso e fatto accomodare alla sua destra, già adesso starebbe chiedendogli conto anche delle lucrose attività della sua Compagnia delle Opere, di quel gran fumo di clericalismo simoniaco, di presunte truffe, di denunzie, di scandali e di processi penali che ha accompagnato il miracolo economico di don Giussani, dalle mense scolastiche di Roma alla Cascina San Bernardo di Milano, dai parcheggi ai cibi precotti e avariati, sino all´affaraccio di Oil for Food e al ruolo di Formigoni, sino alle suggestioni letterarie del Codice da Vinci.
Certamente il Dio che immaginiamo noi laici, così diverso dal raggio di sole caravaggesco che tanto gli piaceva, il Dio che non è sole di tragedia ma dolcezza privata, non senzazioni trionfali e scoppi di luce ma atmosfere rarefatte e solidarietà intellettuali, non esplosioni ma implosioni, il Dio che si nasconde e non si mostra, certamente questo Dio perdonerebbe l´appoggio spirituale che lui, così onesto, diede alla peggiore Dc, quella romana delle tangenti, e quella della Sicilia complice della mafia, allo squalo Sbardella e al contiguo Salvo Lima.
Secondo noi, Dio si è già messo a conversare con lui, non della Madonna dantesca e neppure del Cristo leopardiano, perché di quelli c´era già tutto sui giornali italiani di ieri, ma di quell´estremismo all´incontrario che rappresentò e continua a rappresentare Comunione e liberazione, versione cattolica integralista della rivolta generazionale di sinistra. Fu l´altra faccia del sessantotto, quel che lo rende chiaramente comprensibile, estremismo contro estremismo, Jaca Book contro Feltrinelli e Savelli, Rocco Buttiglione contro Franco Fortini, i cori dell´Antoniano contro l´anarchico ferroviere di Guccini, e anche, se permettete, Cristo contro Cristo. Al nostro Cristo infatti, che era confusamente costruito su una ideologia di liberazione guerrigliera e di preti operai, loro opponevano un Cristo da Torquemada. E non è vero che la nostra era ideologia e la loro era devozione. Il nostro Cristo era vivo almeno quanto il loro.
Sicuramente il nostro Cristo era ideologia, ma anche quello di don Giussani era ideologia. Ecco: ideologia contro ideologia, specchio rovesciato di tutto quel mal di vivere e di quel disadattamento in cui nessuno voleva stare, emigrando a salti e a piroette nelle paranoie politiche o religiose, nelle milizie combattenti per il proletariato o per Dio.
Ieri, solo su La Croix, che è il giornale ufficiale della Chiesa cattolica in Francia, come lo è Avvenire in Italia, di don Giussani è stato scritto nel titolone che "incarnò l´integralismo".
E´ vero infatti che don Giussani si batteva contro la scristianizzazione dell´Italia e della stessa Chiesa, ma chi ha stabilito che il Cristo è quello di don Giussani? Quale visione di Fatima ha rivelato che il Cristo è un militante politico, un editore, un industriale, un prete filosofo, un fustigatore, un moralista, un sessuofobo, un classificatore di peccati? Eppure i seguaci italiani di don Giussani ancora nella camera ardente raccontavano e scrivevano di miracoli, e del sangue di San Gennaro che si è liquefatto per lui. I pur bravi e simpatici giornalisti Antonio Socci e Renato Farina addirittura preannunciano altri miracoli "nei prossimi giorni". E si capisce subito che gli epigoni di don Giussani non solo non gli somigliano, ma sono tutti dentro quel cliché di svettante bigottismo che Totò parodiava espressionisticamente con un segno della croce che era strabuzzio d´occhi, compunzione immusonita, agitazione di braccia, la mano con le dita strette a becco che convulsamente correva dalla fronte alle spalle... Per Totò il bigottismo era il rovescio della religione che per contrappasso poteva essere rappresentato solo parodisticamente. Tutto questo parlare di miracoli, di sangue e sanguinaccio, di lacrime usate al posto dell´inchiostro, è di nuovo estremismo, spettacolo sciita, pasqua santa da processione paganeggiante, è ancora quell´estremismo al contrario di cui in fondo la nostra generazione ha saputo liberarsi mentre loro, che si credono "salvati", ancora non ci riescono.
Noi piangiamo in privato e non lo raccontiamo a nessuno, non abbiamo bisogno di prefiche per gridare il dolore. E abbiamo tutti i nostri padri spirituali, e spesso li cambiamo perché anche i padri invecchiano: oggi Musil e domani Colletti, ieri Feyerabend e l´altro ieri Marx, e ancora il cattolico Manzoni e il radicale Sciascia, don Milani e Bobbio, Gassman e Montanelli, Calvino e Papa Giovanni. E da Gramsci siamo arrivati sino a De Felice... Mai però ci siamo inventati miracoli. Noi non ci attarantoliamo. E rispettiamo anche don Giussani perché rispettiamo la storia, senza miracoli e senza monumenti, rispettiamo l´uomo che tante volte da avversario ci ha dato da pensare, ci ha offerto provocazioni su cui riflettere e, con i suoi estremismi, ci ha fatto pure sorridere. I suoi epigoni invece banalizzano lui e annoiano noi.

FRANCESCO MERLO

 Pierangelo    - 24-02-2005
da l'Unità online - 22.02.2005

S'ode a destra

La Provvidenza
di Bruno Ugolini

L’abbiamo sentito con le nostre orecchie nel corso del telegiornale. Era attorniato dalla solita folla di microfoni e giornalisti. Gli chiedevano un commento sulla morte di Don Giussani il fondatore di Comunione e Liberazione. Lui, senza batter ciglio, ha pronunciato le fatidiche parole: “Mi ripeteva sempre di considerarmi l'uomo della Provvidenza per l'Italia”.

Di chi stiamo parlando? Del nostro presidente del Consiglio, naturalmente. E immaginiamo che adesso tutti vadano sfogliando manuali di storia per vedere se qualcun altro abbia mai pronunciato un simile epitaffio, non dedicato ad un illustre defunto ma a sè medesimo. Chi altri fu in grado di autodefinirsi uomo della Provvidenza in Italia? Forse Alcide De Gasperi, forse Palmiro Togliatti, forse Sandro Pertini, forse Camillo Benso Conte di Cavour? Nessuno di costoro: tutti personaggi di serie B rispetto a chi ci governa oggi.

Eppure qualcuno fu gloriato da quel nomignolo festoso. Era il Cavalier Benito Mussolini. Che però era più modesto dell’attuale Cavaliere. Infatti non fu lui ad adottare siffatta definizione. Era stato un papa, Pio XI, (ancora vivo, non morto come don Giussani) a dichiarare “Forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare”. Parole ben più caute rispetto a quelle usate oggi e che in ogni caso avevano suscitato le rampogne di Benedetto Croce…

Forse, però, bisognerebbe prenderlo sul serio. Lo consigliamo agli operai di Terni, a quelli della Fiat, ai tessili, ai metalmeccanici, a tutti quelli che aspettano un nuovo contratto di lavoro, ai tanti giovani atipici che saltano da un contrattino all’altro. A quelli che vorrebbero veder davvero finita la guerra in Iraq. Prendetelo in parola. Andate sotto le finestre di palazzo Chigi ad aspettare la Provvidenza, il nuovo miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Perlomeno l’uomo della Provvidenza potrebbe consegnare loro tanti orologi d’oro da 414.000,00 Euro.

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E da Repubblica del 23.2.2005

L´AMACA
di MICHELE SERRA

Dell'eredità spirituale e politica di don Giussani, anima-guida di Comunione e Liberazione, si discuterà a lungo. Ma bisognerà prima chiedere il permesso al nostro impagabile premier, che a modo suo, e pur non risultando particolarmente incline alla riflessione spirituale, ha ipotecato vita e opere di quel grande prete rivelando che don Giussani lo considerava «l´uomo della Provvidenza per l´Italia». Fossimo bruschi, e non lo siamo, diremmo che Berlusconi, con una sola frase, ha fatto salsicce di uno di più densi percorsi religiosi del Novecento. Più cortesemente, ci limitiamo a osservare che in ogni funerale c´è sempre qualcuno che, per eccesso di commozione, per esuberanza sentimentale, si appressa alla salma più di quanto i parenti e gli operatori delle pompe funebri vorrebbero.
Gli amici ciellini (ai quali vanno le nostre sentite ma discrete condoglianze), che avranno il compito di onorare e celebrare il loro amatissimo padre, ora si trovano di fronte a un´inattesa e ulteriore questione teologica: è vero o non è vero che, secondo don Giussani, l´esito bimillenario del percorso cristiano era Berlusconi a Palazzo Chigi? E in quali concilii (Nicea? Trento? Cortina d´Ampezzo?) vennero gettate le basi ecclesiali che conducono, epifanicamente, a Berlusconi uomo della Provvidenza?

 Prof. Salvatore Obinu    - 27-02-2005
Io di don Giussani non condivido niente. E sì che l'ho letto attentamente. E ho visto al lavoro chi se ne diceva figlio.
Né il cattolicesimo "muscolare". Né i pastiches tra fede e affari; né la prosa infarcita di un gergo esoterico e ben poco logico; né gli insulti gratuiti - fatti dai "Suoi" - a un uomo come Giuseppe Lazzati, che santo lo era davvero (se non altro per la pazienza di aver sopportato quel che i ciellini gli facevano in Cattolica, a Milano).
Non mi piaceva, né mi piace la sua educazione all'ubbidienza "perinde ac cadaver"; non mi piace il suo "noi", che è l'unica cosa peggiore dell'"io".
Certo, nella Chiesa di Dio c'è posto per tutti. Ma la santità di don Giussani, personalmente, mi ispira poco e niente.
E' stato un sessantottino alla rovescia.
Intollerante lui, come intolleranti erano quelli.
Trovo di meglio a cui ispirarmi.
Francesco d'Assisi, del Cristo, mi dice, molto meglio, cose migliori.

Salvatore Obinu