Aspettando la riscrittura del decreto
Anna Pizzuti - 17-02-2005
Oggi, per effetto dell’ ambigua riforma del titolo V della Costituzione, le Regioni hanno un ruolo molto delicato; difatti con la scelta della competenza legislativa "concorrente" rischiano di essere coinvolti nell’ambito delle scelte di politica scolastica nazionale e di diventare strumenti subalterni di tali politiche; di conseguenza se la politica nazionale è, come nel caso della legge della Moratti, una politica eversiva, le Regioni non possono avallarla, ma al contrario devono contrastarla con tutti i mezzi. ” Scrive così Corrado Mauceri, in un suo intervento di pochi giorni fa.

Ed è da tempo che, riflettendo non solo sul decreto, ma anche e soprattutto su come fare per bloccarne l’iter e disinnescarlo, mi sto ponendo domande sul ruolo delle regioni in questa vicenda. Un ruolo autonomo, che affronti il problema nella sua interezza e non solo parzialmente, come accade per la legge regionale dell’Emilia e Romagna o per quella della Campania.
Battaglia di retroguardia? Ammissione che alla “divisione ” si arriverà comunque? Spero proprio di no, perchè l’intenzione è un’altra e nasce dall’esperienza di ciò che si è fatto e si sta facendo per contrastare l’applicazione del decreto sul primo ciclo.
Come in quel caso occorre accompagnare la lotta politica, la contrapposizione di fondo ad una riorganizzazione della scuola superiore funzionale al disegno neo o vetero liberista di questa maggioranza, con il maggior numero di azioni di contrasto su tutti i piani, a partire da quello della costituzionalità del decreto, proprio rispetto al nuovo Titolo V. Che assegna alle regioni l’istruzione e la formazione professionale, non solo la formazione professionale.
E’ lecito quindi, a mio avviso, guardare con molta attenzione al modo in cui esse si muoveranno ed anche chiedere un conto preventivo ai partiti del centrosinistra prima del voto.

Cominciamo, intanto ad esaminare il documento comune prodotto giorni fa dalla regione Campania e dalla regione Calabria, o meglio dal Coordinamento interregionale istruzione della prima e dal Coordinamento interregionale formazione della seconda e della differenza, purtroppo, dobbiamo tenere conto.
Nel testo, però, viene sostenuta la necessità di salvaguardare l’unitarietà del sistema educativo , il che potrebbe risultare significativo.
Altrettanto significative, se interpreto bene, mi sembrano queste ulteriori prese di posizione:
Il Capo III andrebbe interamente riscritto limitandosi a individuare i contenuti dei LEP senza entrare nel merito degli standard minimi, che andranno definiti con successivi provvedimenti e intese.
I livelli essenziali delle prestazioni, così come definiti dalla Corte costituzionale in alcune recenti pronunce, concernono tutte le norme necessarie per assicurare a tutti, sull’intero territorio nazionale, il godimento di prestazioni garantite, come contenuto essenziale di tali diritti.
Lo Stato interviene quindi per uniformare il livello di prestazione a garanzia di taluni diritti sociali del cittadino. Nell’ambito dell’istruzione possono essere individuati alcuni diritti sociali da assicurare (diritto allo studio, diritto alla formazione durante tutto l’arco della vita etc….).
Tuttavia, lo schema di decreto in oggetto qualifica come livelli essenziali delle prestazioni non solo gli ambiti relativi ad assicurare un livello uniforme di godimento di prestazioni dei diritti sociali, ma anche elementi di definizione, a livello organizzativo, del sistema di formazione e istruzione professionale .
Pertanto, si vincolano i legislatori regionali, estendendo oltre misura la competenza trasversale statale derivante dall’art. 117 lett m) della Cost.., non permettendo uno sviluppo locale del settore della formazione e dell’istruzione professionale nel quale le Regioni vantano peraltro una competenza esclusiva.


Il documento è molto lungo, toccca molte questioni e, sicuramente, non bastano i passaggi che ho riportato a sostenere la mia ipotesi/speranza che anche dalle regioni possa partire la “disdetta" costituzionale del decreto, basata sulla totale identificabilità del capo III con la formazione professionale, e quindi su una interpretazione del tutto inadeguata del Titolo V.
Non bastano perché anche in questa presa di posizione, come in tutte le altre osservazioni e denunce espresse dalla maggioranza in questi giorni, viene ripetuto il richiamo allo spirito della legge 53, che non sarebbe stato rispettato dal decreto.

Come se la legge non prevedesse, all’articolo 2, licei quinquennali, divisi in indirizzi, con la prospettiva unica dell’università, non della professionalità e percorsi quadriennali per il conseguimento di qualifiche.
E come se fosse possibile credere alle petizioni di principio sulla unitarietà dei sistemi in essa contenute.
Quale sia la differenza di fondo tra la legge ed il decreto e cosa ci si potesse aspettare di diverso da queste premesse, mi riesce piuttosto difficile da comprendere.

Comunque da molte parti si dà per certo che il decreto verrà riscritto. Ora, a parte la natura surreale del comportamento di riformatori che impiegano mesi e mesi a tirare fuori una riforma e la rinnegano tutta, in blocco, dopo poche settimane, non mi sembra che le basi sulle quali il già scritto verrà riscritto siano molto chiare.
Ho letto più volte, sul sito dell’associazione diesse , l’intervento che dà per certa la riscrittura, per familiarizzare con lo scenario che si prospetta – campus? filiere? - una volta dimessa l’attuale bozza, ma non ci sono riuscita. Soprattutto la conclusione mi sembra difficile da dirimere.
L’obiettivo è una norma che non tocchi la gestione delle scuole e permetta a ciascuna di aprire i corsi più adeguati alla sua vocazione e alle necessità del territorio (un ITIS ad esempio – ma anche un IPSIA, o un liceo - potrebbe avere un percorso di liceo tecnologico secondo le norme dettate dallo Stato e un percorso di istruzione e formazione secondo quelle dettate dalle Regioni, rimanendo un Istituto tecnico statale). Quindi è inutile scagliarsi contro un decreto che è ancora in fieri; inoltre, la posta in palio è molto diversa da quella sventolata. Al posto del tanto paventato: “passeremo alle regioni?” meglio allora il più rassicurante quesito: “avremo finalmente un sistema flessibile, capace di orientare e seguire i ragazzi, all’interno di una data filiera, da un percorso a un altro più adeguato allo sviluppo delle sue capacità?” Chi confonde le acque lo fa perché vuole che, ancora una volta, nulla cambi.

Bene, a me sembra che nemmeno questa proposta cambi qualcosa rispetto all’esistente, anche perché vorrei sapere cosa impedisce oggi ad un ragazzo di essere seguito orientato e riorientato, come si dice, per scegliere il percorso più adeguato alle proprie, aspettative, capacità o difficoltà.

E comunque, se campus deve essere, ci voglio anche il prato, e gli aceri che in autunno lasciano cadere le loro foglie rosse, che diventano tappeto scricchiolante sul quale passeggiare, possibilmente al tramonto.




interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Guglielmo Albarella    - 21-02-2005
Mi chiamo Guglielmo Albarella ed insegno Pedagogia-Psicologia_sociologia nel Liceo Pedagogico-Artistico "G. Pascoli" di Bolzano, in riferimento all'articolo di Anna Pizzuti vorrei solo specificare che in una Provincia Autonoma a Statuto Speciale come la nostra le autorità politiche ed istituzionali di CentroSinistra invece di approfittare dell'autonomia di cui godiamo e prendere tempo di fronte ad una riforma morattiana pasticciata e di cui ufficialmente non condividevano l'impianto, di fatto per oscuri motivi si sono gettate a capofitto per metterla in cantiere già dal prossimo anno per quanto riguarda il primo ciclo di istruzione. La prudenza sarebbe stata d'obbligo, ma non è stato così.