Casa mia sorge su un vecchio vigneto
Giuseppe Aragno - 11-02-2005
Casa mia sorge su un vecchio vigneto ch’era un tempo alle spalle d’una casa colonica, nel verde della collina del Vomero, in quello che un tempo fu il piccolo villaggio di “Antignano”, che Salvatore Di Giacomo immortalò nella musica dei suoi versi: “Maggio ‘na tavernella ‘ncopp’Antignano/ Addore d’anepeta novella…"
Nulla di tutto ciò sopravvive: il cemento degli anni Sessanta s’è mangiato tutto. E il Vomero è ormai solo un affollato e opulento quartiere della Napoli di questo inizio di millennio, anonimo e congestionato che non ha più memoria di ciò che siamo stati.
Il 30 settembre del 1943, dov’è oggi casa mia, allo sbocco di Case Puntellate, prima dell’ampio slargo sul quale s’affacciava lo stadio “Littorio”, la “Masseria Pezzalonga” era in subbuglio. Il crepitare dei colpi d’arma automatica, gli ordini secchi e ripetuti, i lunghi silenzi, il rumore dei passi veloci sulle foglie d’autunno tenevano compagnia e atterrivano.
L’ho sempre creduto: non abbiamo appuntamento col destino, no. Ce ne portiamo dentro la traccia, ma le direzioni non sono obbligate: quella che conduce all’appuntamento è quasi sempre una scelta. Nella cecità del fato ci sono i nostri occhi che hanno visto.


Nella masseria, oltre il muro di tufo scavato dal vento e dalla pioggia e a tratti segnato di verde dal manto sottile del muschio, Adolfo Pansini, non ancora venti anni, e un pugno di ragazzi come lui hanno due vie davanti: cedere all’ansia che incombe e lasciare la partita, ora che tutto tace e i nazisti terrorizzati sembrano svaniti nel nulla, o stanarli per un’ultima volta, dopo averli braccati per due giorni senza concedere scampo alla ferocia vile dei soldati di Hitler. Vanno avanti, facendosi animo a vicenda e stringendo il moschetto tra le mani contratte. Sono lì, ci sono di certo, tra i filari di vite nel pomeriggio che allunga le sue ombre. Gli stessi che hanno trucidato innocenti senza fare una piega. Adolfo fa un segno ai compagni: resta di guardia, e gli altri via, a cercare rinforzi. La Masseria è una trappola da cui tirarsi fuori. Un cenno d’intesa e il gruppo si separa.
Non serve tentare di portarlo via: tra le tracce del suo destino ha scelto quella che conduce alla fine.
E’ questo il fato: quello che ci attende ed al quale consapevoli scegliamo noi di andare incontro.

E’, Adolfo, snello bruno, lo sguardo franco, lui, che tre anni prima ha messo insieme un gruppo di giovani antifascisti capace di impegnare per mesi gli specialisti dell’OVRA. Lui che ha inviato ai gerarchi di mezza Italia lettere listate a lutto e frasi minacciose: “Morte a Mussolini! Abbasso la guerra!”. Coi compagni ha studiato un sistema semplice e geniale di volantinaggio. Poggia sul predellino d’un tram, tra i piedi della gente il suo pacco di manifestini stampigliati ed il vento fa il resto, mentre si diverte a guardare e la gente rincorre i foglietti multicolori: “Italiani! E’ tempo di scuotersi dal giogo fascista!”.




Al vigneto dietro la masseria ci è giunto così, tappa dopo tappa: l’arresto, quando una cameriera curiosa gli ha trovato nel cassetto manifesti e pistola, la durezza dell’interrogatorio, la galera, il processo e nove mesi di reclusorio perché è minorenne.
Forse ci pensa, mentre nazisti e fascisti in fuga sembrano annunciare la fine del regime e l’arma tra le mani non è ancora fredda.
Pochi metri più in là dietro il muro di cinta, alle sue spalle un fascista porta una scala a un drappello nazista. E’ lì fa segno: lo prendete alle spalle. La sparatoria è breve e intensa. Adolfo si difende ma non ha scampo e cade combattendo, tra i compagni tornati indietro e massacrati con lui.
Gli ultimi bagliori d’una eroica insurrezione che insegna civiltà e coraggio ad un’armata di bestie inferocite.
Salendo verso nord la Wermacht in ritirata si copre di vergogna, seminando la morte e la distruzione tra popolazioni inermi. Ai soldati tedeschi si accompagnano, complici, i fascisti napoletani. Militeranno assieme a Salò, razziando ebrei, bruciando villaggi e torturando donne vecchi e bambini.


I ragazzi di Salò. Quelli che a Napoli ammazzarono a tradimento Adolfo e tanti altri combattenti, quelli di Violante e Fini che il Parlamento si accinge a dichiarare soldati. E’ una vergogna senza fine. Napoli li ha visti, li ha conosciuti bene e cacciati via per sempre i vostri rinnegati. La legge che ne fa soldati è indegna di un Parlamento, che approvandola si delegittima agli occhi di chi pretende di rappresentare. In questo Paese una classe dirigente rozza e ignorante sceglie stupidamente di scherzare col fuoco. Eppure si sa che chi semina vento raccoglie tempesta.

Casa mia sorge su un vecchio vigneto ch’era un tempo alle spalle d’una casa colonica; c’era il verde della collina del Vomero, allo sbocco di Case Puntellate, prima dell’ampio slargo sul quale s’affacciava lo stadio “Littorio”. Della “Masseria Pezzalonga” rimane la facciata. Da un po’, la notte, senza trovar pace, persino le anime dei tedeschi rimaste per sempre tra il vigneto e Antignano appaiono disgustate.


Le immagini provengono dall'Archivio di Stato di Napoli e dalla Storia Fotografica della stessa città


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Pierangelo    - 14-02-2005
da l'Unità online - 14.2.2005

La loro legge: SS uguali ai partigiani

Sì, anche le Ss italiane che operarono direttamente al comando dei nazisti negli ultimi mesi di vita della Rsi, se passerà il progetto di legge presentato da Alleanza nazionale e ora all’esame del Senato, potrebbero essere ritenute «cobelligeranti». Insomma, essere equiparati ai partigiani e ai combattenti della libertà. Tale onore non toccherebbe, dunque, soltanto alla Guardia nazionale repubblicana, alle camicie nere della «Muti» e ai membri delle varie bande di torturatori e di assassini che operarono, prima della Liberazione, a Roma, a Firenze, a Milano e a Torino. Tra loro, come sta scritto in tutti i testi di storia, c’erano gli uomini di Bardi, Pollastrini e Pietro Kock per quanto riguarda Roma o agli uomini del maggiore Mario Carità per Firenze.

Legittimi combattenti
Ma quello che più colpisce, appunto, è la eventuale possibilità che persino gli ancora vivi delle «Ss» italiane, vengano considerati e riconosciuti legittimi combattenti.

Insomma, se il progetto di legge è assurdo e inaccettabile per i «repubblichini», mette in ansia e riempie di angoscia l’eventualità che la stessa situazione venga persino applicata a coloro che servirono direttamente agli ordini di Hitler.

Gli arruolamenti nelle «Ss» avvennero previo diretto e inequivocabile accordo tra il governo di Salò e lo stato maggiore delle «Ss» a Berlino. Dunque, gli italiani arruolati nel «corpo scelto» del nazismo, un corpo «arianissimo» al servizio dei Reich, un corpo responsabili di sterminii impensabili e gestore anche dei campi di concentramento, a tutti gli effetti erano anche soldati di Salò. Certo, il loro trattamento, dal punto di vista economico, da quello dell’armamento e della vita nelle caserme era completamente diverso dagli altri arruolati e questo suscitò proteste e gelosie tra gli stessi fascisti. Anche le «Ss» italiane, ovviamente, furono considerate formazioni d’elite e un corpo armato del tutto particolare. Intanto, sottratto allo stato maggiore italiano, ai vari gerarchi come Ricci e Pavolini e allo stesso Mussolini.

Arruolatevi!
L’arruolamento, si svolse in maniera rapidissima, perfino nei campi di prigionia italiani in Germania. È dunque chiaro che alcuni si arruolarono solo per tornare in Italia. Altri, successivamente, si unirono alle formazioni partigiane portando via dalle caserme tutto quanto potevano. Altri ancora, i peggiori, valutarono attentamente il fatto che, in Italia, e nelle zone sotto controllo fascista, con la divisa delle «Ss» addosso, era possibile spadroneggiare, rubare, torturare, senza doverne rispondere direttamente ai comandi italiani. Molti altri si arruolarono per poter servire fino alla fine il potere di Hitler, con il «rigore» tipicamente nazista e la insindacabilità concessa alle «Ss» anche sul suolo italiano.

Le «Ss» nostrane raggiunsero, ben presto, la forza di alcuni battaglioni ed erano, dunque, diverse centinaia.

Per quali operazioni vennero usati gli uomini? Ovviamente per rastrellare e catturare i partigiani, gli antifascisti o i giovani che si erano rifiutati di presentarsi per il servizio di leva. È inutile aggiungere che parteciparono ad alcuni terribili massacri e che si distinsero nell’incendiare paesi e paesetti. Quando si trattava di deportare la popolazione civile, in pratica si «nascondevano» sotto la divisa nazista evitando persino di parlare in italiano per non farsi riconoscere. Così capitò spesso che certe stragi e certi rastrellamenti apparvero come opera dei soli soldati tedeschi. Nell’«armadio della vergogna» e nel corso delle indagini su certe stragi terrificanti in Emilia, Toscana, Piemonte e in Liguria, pare siano apparsi, nel dopoguerra, i nomi di alcune compagnie di «Ss» italiane.

Scartoffie.
Naturalmente, quei nomi sono sempre rimasti sepolti sotto le scartoffie e nessuno di quei personaggi, per ora, è stato chiamato a rispondere del proprio operato. Molti di loro, alla fine della guerra, partirono per il Sud America. Ora, con la proposta di legge di Alleanza nazionale, anche loro potrebbero diventare come i partigiani e gli altri combattenti della libertà. Per questo, martedì, nell’immediato pomeriggio, proprio al Senato, i rappresentanti delle Associazioni partigiane e della Resistenza, dei perseguitati politici, dei deportati nei campo di sterminio, della Federazione dei combattenti per la libertà, delle Associazioni ebraiche, terranno una conferenza stampa.

Saranno presenti anche l’ex presidente della Repubblica Scalfaro e il partigiano Vassalli. Non mancheranno anche alcune famosissime medaglie d’oro della Resistenza.

Wladimiro Settimelli